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Venerdì, 01 Giugno 2001 00:00

LA CITTA’ DI DIO

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In questo tempo di fine legislatura e di avvento di una nuova fase della politica italiana si è parlato di tante cose importanti che riguardano il bene dei cittadini ma non sento il cuore in pace, C’è qualcosa che mi sfugge, che “puzza” d’imbroglio.
 Non sono appagato da chi promette meno tasse, più benessere, più servizi, più ordine. Si parla di liberalizzazione del mercato del lavoro, con libertà di licenziare; si vuole aumentare le spese militari; modificare la prima parte della carta costituzionale, introdurvi i principi della libertà di concorrenza e di impresa, trasformare lo Stato in una grande azienda. Tutto ciò, se ho capito bene, sembra più una dichiarazione di guerra  che un vero programma politico.
Tengo a precisare che:
1) Come cristiano sono di parte. La mia scelta è già indicata dal Vangelo. Gesù ha svelato la gelosia di Dio per i poveri sottolineando la Sua straordinaria e misteriosa faziosità. Dio è da questa parte e nessuno dovrebbe averne dubbi se crede nel Vangelo.
2) Non credo in uno Stato azienda dove chi non funziona e non rende è scartato.
3) Trovo blasfemo che vi possano essere dei politici che vogliono aumentare le spese militari e diabolico il pensiero di coloro che vogliono ributtare in mare gli emigranti.
 Premesso ciò, voglio rileggere con voi una pagina della Sacra Scrittura che parla della Città santa così come la vede il veggente di Patmos (S. Giovanni), e come ce la presenta la liturgia della sesta domenica di Pasqua:
“L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.
La città è cinta di un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte.
Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.
La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”.
San Giovanni non scrive per allietare l’immaginazione, né stimolare l’indifferenza per il tempo intermedio che ci separa dall’adempimento di questa sua visione. Vuole smuovere la coscienza in modo che ci si rimbocchi le maniche, e ci s’impegni a realizzare ciò che lui già vede come possibile. Voglio dire, Giovanni non parla di una città che troveremo dopo la nostra morte corporale, ma parla di una città che si deve costruire qui sulla terra e di cui solo la definitiva costruzione sarà in Paradiso.
 La profezia cristiana ha il compito di tradurre la visione in un imperativo morale.  Il disimpegno da questo compito che ogni uomo ha, sia pure in modi e forme diverse, non permette di  dichiararsi seguaci di Gesù Cristo.
  Fondamento su cui è costruita la città di Dio è la Sua Parola. Ne consegue che il principio normativo per la costruzione di questa città è l’obbedienza alla Parola di Gesù. Detto altrimenti, se si crede in Gesù Cristo, ci si comporta secondo i suoi insegnamenti, si vive la Parola di Lui e la si incarna nel concreto. Obbedienza che non si chiude nella interiorità ma si fa responsabile dell’adempimento di quella Parola e  rende responsabile, in prima persona, della costruzione della città.
 Gesù dice: “Io vi do la mia pace: vi lascio la mia pace”. Dunque, ciò che Lui  prospetta e vive è il sentiero da percorrere se si vuole la Sua pace. È da notare però che, appena il progetto di Dio cala nel contesto storico, non produce la pace, come assenza di lotta. La pace di Gesù è una “guerra” contro le ingiustizie e le barriere  che dividono gli uomini. La Sua pace non classifica gli uomini e non li ordina mettendo da una parte i privilegiati  che “normalmente” vengono considerati “buoni”. Costoro sono educati, vestono bene, sono puliti, non hanno grilli per la testa, amano la proprietà che considerano un diritto sacrosanto che si sono meritati con l’onestà del loro lavoro. Dall’altra i senza niente, i “cattivi”, gli ineducati, che vestono male, sono sporchi. Si ha così una società di figli e di figliastri. Ai figli si darà sempre di più e ai figliastri sempre di meno. I primi diventeranno sempre più ricchi ed agli altri si toglierà ogni genere di riscatto o di redenzione. In questa città non vi sarà solidarietà e giustizia e, prima o poi, la violenza esploderà. Quando i figliastri non avranno più nulla da perdere si tramuteranno in lupi contro i figli.           
 Gesù Cristo è venuto per aiutarci a costruire la città di Dio ed a svelare le iniquità che creano barriere tra gli uomini. Il suo è un amore destinato a modificare la realtà e non a far ritirare i suoi in una intimistica e falsa umiltà. Per far regnare la pace il cristiano deve dichiarare la guerra a tutte le ingiustizie, i soprusi, le vessazioni, che subiscono gli sprovveduti, i poveri, gli analfabeti. Naturalmente, questo non significa che deve fare una lotta all’ultimo sangue con gli operatori di ingiustizia; ma  è suo dovere sapere che  è chiamato a vivere una conflittualità drammatica che si pone, tra la necessità di un amore che non smobilita mai, e la lotta contro gli operatori di ingiustizia. Non è possibile tacere per amore o consigliare la sopportazione. Gesù ha sempre preso di petto le forze del male, denunciandole. Per questo è stato crocifisso.
 Nostro compito è amare e lottare contemporaneamente. Questo amore - lotta potrebbe costare anche molto caro. Non esiste altra strada se si ama la pace.
 Comunque capisco che esiste un conflitto tragico tra l’ideale e il reale. Avremo sempre due posizioni:
1)    coloro che parlano dell’amore nel senso idealistico. Per costoro, i malvagi rimarranno sempre tali, e qui, sulla terra, non c’è niente da fare. E’ necessaria la rassegnazione. La giustizia e la pace si avranno soltanto in Paradiso;
2)    esiste solo un conflitto di forza dove chi spara di più vincerà.
Nessuna delle due ipotesi è valida perché un cristiano continuerà a credere che la forza dell’amore è una riserva di ricchezza per il domani del mondo.
 So di essere tacciato di utopia, ma so ancora di più, che il regno di Dio è una realtà che è sempre in divenire. “Noi siamo, di questo regno, il lievito, capaci, con la grazia di Dio, di vivere un amore che denuncia, svela, smaschera e si compromette nelle dinamiche della storia”. Amore che provoca tribolazioni ma anche, come dice la Sacra Scrittura:“ che ci rende capaci di sopportare molte tribolazioni”. Chi ama così non avrà mai la pace come la dà il mondo. Se ciò è vero, e per i cristiani lo è, non è possibile non essere in dissenso nei confronti della società esistente, perché essa non ha le misure della città santa e se crediamo nel Cristo che viene non è possibile non credere in questa città di Dio come unico luogo dove regna la pace.

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