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Domenica, 01 Dicembre 2002 00:00

cambiare vita

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il SACRAMENTO dell’UNZIONE degli INFERMI


Parlare di questo Sacramento significa fermare la nostra attenzione sulla sofferenza e sui mezzi che la nostra fede ci dà per combatterla, per alleviarla. Dice la lettera di San Giacomo ai cristiani: “C’è qualcuno ammalato? Chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, ungendolo con olio, nel nome del Signore. E la preghiera della fede salverà il malato e il Signore lo solleverà, e se ha commesso dei peccati gli saranno perdonati. Confessatevi perciò i peccati gli uni gli altri e pregate a vicenda al fine di ottenere la guarigione”.
I membri della comunità cristiana hanno un solo padre, formano una sola famiglia e secondo l’insegnamento di Gesù si dovrebbero amare gli uni gli altri come lo stesso Signore ci ha amati. “Amatevi come io vi ho amati”. Ecco la vera medicina che ci aiuta a guarire: L’Amore!
Leggevo qualche tempo fa su una rivista medica, che il cinquanta per cento dei malati sono aiutati a guarire dai progressi che ha fatto la medicina, ma è necessaria la collaborazione dell’ammalato che, con la sua voglia di guarire, vi mette l’altro cinquanta per cento. Ora, quando è forte questa partecipazione del malato alla sua guarigione? Semplicemente quando si sente amato, quando non è solo a portare il peso del suo male, quando è circondato da fratelli e sorelle che lo fanno sentire importante per loro. Chiamare il presbitero (il prete) significa chiamare il padre della comunità, il pastore e con lui coinvolgere tutta quella porzione di Chiesa che è stata ed è la sua famiglia nella fede. Gesù ci dice che: “Dove sono due o più persone riunite nel mio nome io sono in mezzo a loro”. Quindi quando si prega insieme ai fratelli c’è una particolare presenza del Signore. L’Amico per eccellenza ci sta accanto e si manifesta a noi nel volto di chi ci ama. Una psicologia semplice insegna che un peso portato da più persone diventa meno pesante. È davvero insopportabile sentire la solitudine nel momento del dolore!
Un cristiano che durante la vita ha ricevuto e dato amore, nel momento in cui la sofferenza lo inchioda in un letto, ha una tale carica di dolcezza d’aver bisogno di scaricarla sugli altri fratelli che hanno condiviso con lui il cammino della vita. In lui, ed in quelli che lo circondano, quasi si materializza la speranza che va oltre la guarigione fisica. La fede nel Signore risorto lo ha educato, forgiato, costituito nella speranza e sa che anche nella malattia, anzi soprattutto nella malattia, Gesù è con lui. Se poi, come dicevo, ha vissuto l’amore e conosce la vita di Gesù Cristo, sa che la malattia gli è data per renderlo compartecipe alle sofferenze che il Figlio di Dio ha patito per noi. Il suo è un gemito che si unisce a quello della umanità intera e, come il grano, accetta di essere schiacciato per produrre buon pane.
Ricordo, non bene, una poesia imparata da bambino che, più o meno, dice:
“Il mio penare è una chiavina d’oro
piccola sì, ma chiude un gran tesoro
è croce, ma è la croce di Gesù
e quando la porto non la sento più”.
 Questo sacramento, se ricevuto con amore ed amministrato con la delicatezza e tenerezza necessaria, è per il fratello sofferente di grande consolazione. Ridimensiona l’orgoglio facendo sentire la fragilità della vita e, per chi ha la fede, è tutto profumato di speranza.
Cari amici che mi leggete, non so se riuscirò a scrivere, in poche righe, un pensiero che è difficilissimo da esprimere, soprattutto se lo si vuole donare ad un malato, ma sono convinto che non si può parlare di speranza senza parlare di una certa gioia che non può mancare in chi spera. Dice San Tommaso D’Aquino: “La gioia spirituale che Dio ci dona è duplice: la prima deriva dalla considerazione del bene che Dio è in se stesso. La seconda gioia spirituale che Dio ci dona, deriva dalla partecipazione a questo bene divino che ci è riservato. La prima gioia è perfetta, perché è il frutto dell’amore. La seconda procede dalla speranza che ci fa vivere nell’attesa di godere un giorno di questo bene divino.” Dunque chi attende è certo, ed uno che ha la fede sa che la morte fisica non toglie la certezza della sua immortalità. E’ certo di tornare a casa, a quella casa che Gesù ha preparato per i suoi discepoli: “Voglio che nessuno si perda di quelli che mi hai dato”.
Nella vita di Gesù c’è un momento in cui il Maestro, dopo aver parlato della sua morte, si aspetta comprensione dai suoi discepoli che non accettano l’idea della sua imminente passione e morte e li rimprovera dicendo: “Se mi amaste vi rallegrereste che ritorno al Padre”. Ora quale pensiero più grande poteva avere Gesù se non quello di ritornare nella gloria da cui era venuto?
Il sofferente cristiano deve sapere, come dice Sant’Agostino, che tutto coopera al bene di coloro che amano Dio e i fratelli: ma chi sono quelli che amano Dio? Non c’è dubbio, sono quelli che Dio ama, quelli che ha chiamato secondo i suoi disegni, disegni di farci partecipi della sua vita interiore: “Poiché quelli che ha distinti nella sua prescienza e amati prima di ogni merito da parte loro, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo. Coloro poi che ha predestinato li ha pure chiamati, e quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati, e quelli che ha giustificato li ha anche glorificati”. (Rom. 8,28-30).
Voglia la misericordia di Dio donare a tutti noi di ricevere questo sacramento in piena coscienza e benedire il prete che verrà ad ungerci le palpebre, le orecchie, il naso, la bocca, le labbra, le mani e i piedi, mentre ci dice: “Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia, il Signore ti perdoni tutte le colpe che hai commesso con la vista… l’udito… l’odorato… il gusto… la parola… il tatto… i passi”.

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