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Martedì, 01 Aprile 2003 00:00

cari amici,

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Mentre scrivo, venti di guerra sconvolgono il mondo e noi della zattera abbiamo deciso di scrivere questa lettera per ricordare a voi e a noi stessi, che il Signore Gesù è risorto da morte.
È vero che il nostro “navigare” è precario. Spesso le assi della zattera vacillano quando il mare si trasforma in montagne e valli profonde, mentre il cuore accelera i suoi battiti e la paura attanaglia lo spirito.
Non siamo diversi dalle donne che la mattina della resurrezione andavano al sepolcro senza che in loro cantasse nessuna speranza. Anche per noi, spesso, il mare in burrasca fa tacere la speranza. Poi è sufficiente che incontriamo qualche fratello più malato, più pauroso, che non ha neppure la nostra misera zattera, per rincuorarci e sentire, come le donne al sepolcro, una voce che fa rifiorire la speranza: “Non vi spaventate, il Vivente è con voi fino alla fine del mondo e vi
precede in Galilea, là lo troverete”. Egli ci precede ed è questo il vero messaggio pasquale. Dove? A Bagdad come a Catania, in cima ad una montagna o nelle profondità di una miniera. In una officina o sui banchi di una scuola. Ovunque vi è un uomo che lotta e che soffre. Lui è là! Quell’annuncio di un sepolcro scoperchiato e vuoto è stato il centro propulsore che ha cambiato la storia del mondo, persino la morte per i credenti, legati nella vita e nella morte a quel Gesù di Nazareth che ha perduto la sua guerra. Con Cristo ogni cristiano è morto e risorto. “Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione”Rm 6,5. Con la sua risurrezione il Figlio di Dio porta con sé coloro che lui stesso dichiara suoi, uniti a Lui. Il problema è sapere chi sono i “suoi”. Problema facilmente risolvibile perché è Gesù stesso ad indicarli. Sono coloro che quando Lui, nascosto in ogni uomo, aveva fame lo hanno sfamato, quando aveva sete gli hanno dato da bere, quando era forestiero lo hanno ospitato, quando nudo lo hanno vestito, quando malato lo hanno visitato, carcerato sono andati a trovarlo e soprattutto quando lo hanno imitato nel perdono.
Sono inoltre suoi coloro che hanno messo in pratica il suo comandamento di amare anche i nemici. “Se uno viene per toglierti il mantello, tu dagli anche la tunica. Se amate soltanto quelli che vi amano, che merito ne avete? Anche i pagani fanno così. Io, invece, vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.
Messaggio semplice e chiaro; ma lascia indifferenti miliardi di persone compreso chi dice di essere cristiano. Le parole di Gesù sono pula che il vento disperde, a cui pochi prestano attenzione. Dico attenzione per non dire indifferenza e non essere tacciato di pessimismo. Ma ditemi che attenzione hanno i “grandi” della terra, che pur si dichiarano cristiani, al messaggio di Gesù? Che messaggio pasquale oggi viene dato dall’occidente, cosiddetto cristiano, al mondo
islamico? Quante volte Bush, Blair, Aznar hanno detto nella preghiera di Gesù: “Rimetti a noi i nostri debiti COME noi li rimettiamo ai nostri debitori?”
Dicono di essere dei suoi e di portare un messaggio pasquale, cioè di risurrezione, intanto, per prevenire azioni criminose, commettono il più assurdo dei crimini che è la guerra. Uccidendo tanti innocenti, senza per altro essere sicuri di prendere il cattivo di turno. Il male non si vince con un male peggiore; e la violenza non fa mai cambiare il cuore del tiranno.
Si dice di credere in Dio, lo s’invoca, si chiede la sua benedizione, a patto comunque che la pensi come noi, che stia dalla nostra parte, che difenda i nostri interessi, che distrugga i cattivi che mettono terrore nelle nostre pacifiche ed opulente città. Perché noi siamo i “buoni”. Siamo quelli che democraticamente abbiamo tante armi nucleari da distruggere la terra; ma NOI le fabbrichiamo per instaurare democrazia e giustizia!
Che struggente tenerezza mi ha fatto l’altra domenica il Papa che gridava con il braccio alzato: “Mai più la guerra!” Non esiste nessuna giustizia o democrazia da instaurare che giustifichi l’uso
della guerra, mai il fine buono rende lecito l’illecito.
In questo scenario di morte è difficile portare il messaggio pasquale. Troppa gente vede soltanto la vittoria della morte e il verbo rinascere o risorgere non esiste nel suo vocabolario. È difficilissimo dire all’Africa che muore di fame e di sete: “Vi annuncio una grande gioia: Il Signore
Gesù ha vinto la morte!”.
È crudele dare lo stesso annuncio ai genitori di giovani, che le guerre di tutti i tempi hanno strappato al loro affetto. È disumano portarlo nelle case che ospitano i vecchi che la nostra società scarta con sempre maggiore frequenza. È malvagio darlo agli ammalati terminali ai quali si mente spudoratamente. È inutile gridarlo ai giovani che non hanno altro per la testa che sesso, denaro, potere, e discorsi futili. È risibile per le migliaia di persone che si fanno scoppiare il cuore o prendono a sprangate altri uomini soltanto perché un pallone è entrato o meno nella rete della squadra avversaria.
Neppure il Papa e tutti i vescovi della terra sono riusciti a ricordare che la morte è vinta e che l’amore deve prevalere sulla vendetta. Non serve ricordare a certi “cristiani” che il Signore, di cui dicono di professare la fede, ha detto: “Non voglio la morte del peccatore ma che si converta e viva”?
Pio XII diceva: “L’avvenire appartiene a quelli che amano, non a quelli che odiano… Il demonio ha invaso la terra con l’odio: fate rivivere prepotente l’amore. Tanti sono ancora cattivi perché non sono stati abbastanza amati”.
L’Alleluia che tra giorni si canterà nelle nostre chiese, sempre più desolatamente vuote, non ha nessun senso comprensibile. Giustamente diceva Don Mazzolari: “Ci dev’essere un lievito di malizia in ognuno di noi se milioni e milioni di uomini non hanno né pane, né terra, né casa, né pace, né giustizia. Se sapessimo conservare con sincerità distaccata dal nostro egoismo il bene che professiamo davanti agli uomini, anche la Pasqua del Figlio dell’uomo sarebbe vicina.
Fa la Pasqua ogni uomo che riesce a restituire gli “azzimi della sincerità e della verità” a quelle divine realtà del bene che abbiamo intriso di “lievito di malizia”.

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