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Mercoledì, 01 Ottobre 2003 00:00

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Dopo che il Papa ha scritto l’esortazione apostolica sul Rosario e dichiarato il 2003 anno del rosario, tutti i giornali e le riviste cattoliche hanno fatto a gara per parlare di questa devozione. I commercianti hanno fatto affari d’oro vendendo migliaia di corone di legno, di plastica, di vetro, di corallo. In alcune parrocchie ho trovato manifesti inneggianti la santa corona: “W il Rosario”- “W la corona benedetta”. I teologi hanno spiegato in modo chiaro e semplice il valore del Rosario, il suo posto tra le devozioni, la sua peculiarità cristocentrica. Le librerie cattoliche  hanno fornito manuali sul modo di recitarlo e sul posto che il Rosario occupa tra le devozioni. Chi vuole può leggerne la storia e i miracoli ottenuti recitandolo. Si può sapere quanti Papi ne hanno parlato e scritto, quante indulgenze si possono lucrare. In molti luoghi si sono organizzati convegni, tavole rotonde, congressi. Io stesso sono stato invitato in Argentina a presiedere un congresso nazionale sul Rosario.
Dopo tutto questo parlare e scrivere si dovrebbe supporre che finalmente le parole del Papa abbiano ottenuto il loro scopo. Potremmo sostenere che il Rosario tornerà ad essere la devozione più amata da ogni cattolico e che ogni comunità religiosa darà spazio nella preghiera comune alla recita quotidiana di almeno una quarta parte del santo Rosario?
Avverrà così, o le varie lettere apostoliche saranno soltanto accolte come le “Grida” di cui parla il Manzoni nei Promessi Sposi?
Confesso che sono molto pessimista e l’esperienza fatta in tanti anni di ministero, soprattutto come promotore del Rosario, mi lascia perplesso. Certo la mia fede non ha mai spostato, non dico una montagna, ma neppure una pianticella, tuttavia credo di aver imparato e sperimentato la fatica della preghiera. Pregare è un lavoro difficile. Non perché è al di là delle nostre capacità, ma perché è un lavoro che non finisce mai. Non basta parlarne o scriverne, è necessario vivere la preghiera, farla diventare il respiro della nostra giornata. Chi parla di preghiera e poi non la vive è come colui che dice che la zuppa inglese è buona senza averla mai mangiata: sostiene la sua tesi dicendo che gliene ha parlato uno che l’aveva vista mangiare.
Le lettere apostoliche, i congressi, le tavole rotonde, i libri sono tutte cose buone. Ed è bene che anche i teologi ci spieghino il valore del Rosario, ma se la preghiera è, come diceva Carlo Carretto, “Fare l’amore con Dio”, allora la guida non basta, anzi potrebbe diventare un intralcio ad un rapporto che è soltanto nostro. Non è sufficiente, nei nostri incontri, parlare continuamente di Dio, è necessario sentire la sua presenza e metterci, come Maria, in ascolto della sua parola, renderla parola di vita: “Si faccia di me secondo la tua Parola”.
Molti pensano che pregare significhi parlare con il Signore, costoro non si accorgono di cadere nel monologo. Si preferisce parlare più che ascoltare. Oppure si ascolta, ma poi non si attua ciò che si è ascoltato. Le scuse sono sempre tante, ma la più diffusa è: “Che senso ha la mia preghiera se poi Dio non mi ascolta?” Per costoro Dio è una specie di droghiere che deve servirli come essi vogliono, se non lo fa si cambia… droghiere.
Il Rosario è una preghiera che ha Maria come guida. Essa, anche quando non comprende le parole di Dio, le conserva nel cuore. Ciò che realmente desidera è fare sempre e dovunque la volontà dell’Altissimo. Nel Magnificat la Madre di Gesù loda Dio e questa lode è la più bella delle preghiere che una creatura può rivolgere al suo Creatore.
Tagore, un grande poeta indiano, in un suo canto esprime bene questo atteggiamento di lode. Egli scrive: “Quando mi comandi di cantare, il mio cuore pare che si spezzi dall’orgoglio. Guardo il tuo viso e mi vengono le lacrime agli occhi. Tutto  quello che vi è di aspro e di discorde nella mia vita, si fonde in un’unica dolce armonia, e la mia adorazione apre le ali, fa come l’uccello felice quando vola attraverso il mare. So che ti diletti del mio canto. E che solo quale cantore sono venuto al tuo cospetto. L’ala spiegata del mio canto sfiora i tuoi piedi, che non aspirerei mai a raggiungere. Nell’ebbrezza gioiosa del canto dimentico me stesso e chiamo te amico, che sei mio Signore”.
Il Rosario è una lode senza fine con Maria alle meraviglie che Dio ha operato con l’incarnazione del suo figlio Gesù.
In Argentina concludevo la mia relazione esortando vescovi, preti, religiosi e religiose, certo a parlare e scrivere sulla bellezza del Rosario, ma sopratutto a viverlo in prima persona, a consumare loro per primi la corona benedetta. Ho citato Giovanni Paolo II che parlando ai giovani diceva: “Ho costantemente sperimentato nella mia vita la presenza amorevole ed efficace della Madre del Signore. Non vergognatevi di recitare il Rosario da soli, mentre andate a scuola, all’università, al lavoro, per strada e sui mezzi di trasporto pubblico, abituatevi a recitarlo tra voi, nei vostri gruppi, movimenti e associazioni; non esitate a proporne la recita in casa, ai vostri genitori e ai vostri fratelli, perché esso ravviva e rinsalda i legami tra i membri della famiglia. Questa preghiera vi aiuterà ad essere forti nella fede, costanti nella carità, gioiosi e perseveranti nella speranza”.

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