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Giovedì, 01 Ottobre 2009 00:00

l’esempio da imitare ?

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Mi è capitata tra le mani, per non so quale “diavoleria”, una rivista intitolata: “Radici cristiane” (N. 47 Sett. 2009).    
È ben patinata, corredata di ottime fotografie, corposa. L’ho aperta e gli occhi sono andati ad una intervista fatta a Mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Karaganda, da Juan Miguel Montes. Mi ha stuzzicato il titolo dell’intervista: “L’esempio da imitare”. L’intervistatore domanda: “Eccellenza, lei ha pubblicato con la libreria vaticana un piccolo libro, ormai tradotto e noto in tutto il mondo. Mi riferisco a “Dominus Est”, che tratta dell’altissimo mistero della sacra Eucaristia e del rispetto di cui dovrebbe essere circondato, per il bene della fede di tutti”. Il prelato risponde: “Quando la mia famiglia è emigrata in Germania, avevo 12 anni e non avevo nessun preconcetto. La mia prima impressione, entrando in chiesa durante una santa Messa e vedendo come si faceva la distribuzione della sacra Comunione in mano, fu di dire a mia madre: “ma questo è come la distribuzione dei biscotti nelle scuole”. Così nella mia innocenza infantile, feci questa osservazione. Ma mia madre soffriva molto per questo. Perché non poteva capire come si potesse ricevere il Signore, nella sua Maestà Divina, ancorché nascosto nella sacra ostia, in una forma così esteriormente minimalista, più simile a gesti profani che a un atto di culto. Così decidemmo con i miei genitori di non andare più in quella chiesa”.
L’intervista, come dicevo mi ha stuzzicato perché anche a me da ragazzo è capitato di fare la stessa domanda a mia madre: “Perché quando la gente fa la Comunione tutti si mettono in ginocchio e poi fanno la linguaccia a Gesù?” Io però, di anni ne avevo sette e non dodici e non avevo ancora fatto la prima comunione. Mi sembrava poco dignitoso vedere gli adulti tirare fuori la lingua, come io facevo per fare dispetto a qualcuno. In chiesa invece lo facevano in tanti, alcuni la mostravano prima che il prete si avvicinasse, altri la esibivano appena. La cosa mi procurava una certa ilarità per cui spesso mi beccavo qualche pizzicotto dalla mamma che non voleva vedermi ridere in chiesa. Era tuttavia difficile non ridere perché mi sembrava che don Celeste, il mio parroco, avesse paura che qualcuno gli mordesse le dita quando poneva Gesù nella sua bocca, oppure sentisse un certo ribrezzo a toccare certe labbra inverosimilmente rosse di alcune donne. La stranezza non finiva lì perché, quando i comunicandi tornavano ai banchi, li vedevo con le mani sul volto quasi si fossero vergognati del gesto appena compiuto. Mi era stato detto che alla Messa non si poteva mancare perché era Gesù stesso che ci invitava ad una festa, e presto anche io avrei potuto fare la Comunione. Io però non riuscivo a mettere insieme tutte le nozioni che mi venivano date. Se era una festa, perché quando suonava il campanello non si poteva neppure tossire e si doveva stare con le mani sul volto come se si fosse fatto qualcosa di grave? Perché, se era un pasto, si doveva stare in ginocchio? A casa mia non si mangiava così. La mia mamma, a differenza della mamma del monsignore, non mi portò mai in un’altra chiesa nonostante nella nostra parrocchia la gente fosse così maleducata da fare la linguaccia a Gesù. Forse la mia mamma era meno sensibile di quella del monsignore e ritornando a casa non si mise a piangere come fece quella mamma che rimase scandalizzata perché “non capiva come si potesse trattare Nostro Signore in questo modo così superficiale”.
Non vi è dubbio, mia madre aveva, perlomeno, un modo diverso di considerare la superficialità, ed io, diventato più grandicello, trovavo superficiale essere invitato ad un banchetto e comportarmi come spesso ho visto fare nelle Messe. Mi ha spesso stupito vedere qualche comunicando prendere il “suo” cibo e mettersi in disparte, più lontano possibile dagli altri convitati e mangiare in silenzio, assolutamente indifferente alla gioia degli altri convitati, come un cane che, avuto l’osso, si mette in disparte a mangiarlo. Si dimentica che nella celebrazione Eucaristica la centralità del mangiare insieme è il luogo in cui vivere la MEMORIA (Eucaristia, canto di lode) di ciò che il Signore ha fatto per noi. Non credo necessario aver studiato teologia per capire che un banchetto non si fa da soli e che il mangiare insieme aiuta la comunione tra i fedeli. Una festa si fa sempre con altri. Dalle mie parti il popolo usa dire: “Chi mangia solo si strozza”.
Mi va bene anche prendere l’Eucarestia in ginocchio e sulla lingua, però mi sollecita di più tendere la mano, come fanno gli accattoni, e chiedere, umilmente, quel Pane senza il quale è difficile vivere da cristiano. Ciò che trovo non solo superficiale, ma blasfemo, non sta nel prendere la comunione nella mano o nella lingua ma il non avere la veste candida, non essere in comunione con tutti gli affamati di accoglienza, di giustizia, di pace. San Paolo non dice: “chi prende la comunione nella mani è dannato o reprobo” ma avverte: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue indegnamente mangia e beve la sua condanna”. Trovo davvero superficiale vedere tanta gente accostarsi alla comunione e pochi chiedere il sacramento della riconciliazione, la veste bianca richiesta per partecipare al banchetto.
Dio solo sa quante volte ho trovato superficiale e blasfemo dover dare la comunione a gente che conosco e che è difficile definire cristiana. Gente che si accosta all’altare malgrado non dia la giusta mercede ai propri operai; che si è arricchita costruendo armi; che vende prodotti scaduti, che vive da mafioso o camorrista. Ancora, superficiale e blasfemo, porre la Particola sulla lingua di politici corrotti, indifferenti o addirittura contrari alle leggi della Chiesa. Sentirmi un verme perché, soprattutto a questi, non posso dire: “a te non dò l’Eucaristia né sulla lingua e neppure nelle mani”.

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