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Martedì, 01 Dicembre 2009 00:00

il mio Dio è così povero...

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La vecchiaia porta con sé tanti problemi, tutti lo sappiamo e non credo sia importante  elencarli: è sufficiente aver conosciuto ed amato qualche vecchio. Alla maggioranza dei vecchi viene tolto molto, è vero, ma è anche vero che viene donata la povertà. Povertà, che alcuni accettano come dono, ed altri rifiutano come peso che si aggiunge ai  malanni che accompagnano gli ultimi anni della vita.
Non amo fare retorica sul “povero vecchio”. Desidero condividere alcuni pensieri che la tarda età porta come dono.
La povertà di cui voglio parlare non riguarda il rapporto con i beni materiali; su questo tema tanti hanno scritto cose mirabili1, io, più semplicemente, voglio parlare della povertà come dipendenza. La dipendenza che colpisce i vecchi, i disabili, tutti coloro che sono incapaci di vivere senza un aiuto esterno. Questi possono fare della  loro condizione una via privilegiata per vivere la povertà come virtù, nella preghiera e nell’ascolto. Chi, infatti, più di un povero è abituato a supplicare “senza stancarsi mai”? La sua preghiera sboccia dalla sua limitazione, dalla sua insufficienza e dal bisogno.
Giustamente Gesù mette la povertà come la prima delle beatitudini ricordandoci con ciò che soltanto i poveri possiederanno il Regno dei cieli: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3); “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20). È chiaro che Gesù non indica alla moltitudine dei poveri una beatitudine che avranno dopo la loro morte corporale. Egli, quando parla del Regno dei cieli, lo intende presente, qui, sulla terra; all’inizio della sua predicazione ne sottolinea l’imminenza: “Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2). Più volte, poi, illustra le caratteristiche di questo regno in molte parabole: il “Regno dei cieli” è paragonato al seminatore che sparge il grano e questo fruttifica dove più e dove meno; ad un piccolo seme che diventa una grande pianta; al lievito che fermenta tutta la pasta; ad un tesoro nascosto in un campo; ad una perla preziosa per cui il mercante che la trova vende tutti i suoi averi per poterla comperare; ad una rete che raccoglie pesci buoni e pesci cattivi, che una volta a terra i pescatori dividono gli uni dagli altri; ad un padrone che fa i conti con i suoi servi e condona volentieri i debiti a chi a sua volta è pronto al condono; ad un padrone che assolda a tutte le ore dei lavoratori per la sua vigna.
Dunque con questa espressione “Regno dei cieli” Gesù si riferiva alla sovranità ed al primato di Dio su tutte le cose, una sovranità che è in contrapposizione a quella dei poteri terreni. I seguaci di Cristo sono quelli che entrano nel  regno che Lui ci ha indicato, che non si preoccupano di come sarà il Paradiso, ma che sanno che è qui ed ora che siamo chiamati a lavorare nella sua vigna. È sulla terra che possiamo amare, odiare, costruire o distruggere. In Paradiso non avremo più bisogno di esercitare nessuna virtù. Tutte le fatiche saranno terminate e l’unica virtù che rimarrà, e sarà completa, è l’Amore. Con l’Incarnazione del Figlio di Dio, il Regno dei cieli è visibile, è in mezzo a noi e Matteo sottolinea, nella prima delle beatitudini, che lo possiederanno soltanto i poveri di spirito.
 Chi sono questi poveri di spirito? È semplice; sono gli umili, i piccoli, gli scartati dalla società. Il povero non è soltanto colui che non possiede nulla per vivere, ma è povero più che mai chi brancola nel buio e non sa neppure di essere indicato da Gesù Cristo come esempio di beatitudine. È povero chi ha perso la fiducia in tutto e in tutti. Non ha nessuno che lo ami, nessuno che lo accolga, nessuno che lo consideri uomo. È povero chi deve totalmente dipendere da altri per mangiare, camminare, lavarsi, vestirsi.
 Un povero possiede il Regno perché non pretende nulla per sé, è un mendicante, un naufrago che tende le mani. Un autentico povero non desiste dal pregare, né sente disdicevole chiedere aiuto. Sa che da solo non potrebbe vivere. Non tende le mani soltanto a chi gli è simpatico, a chi la pensa come lui o ha il colore della pelle simile alla sua. Vuole soltanto essere aiutato. Se sto per affogare, non chiedo prima il certificato di buona condotta del mio salvatore: colui che mi dà una mano per non affogare vale molto di più delle idee che ha o della religione che professa.
 Mi è stato insegnato che l’amore è donare con generosità e credo sia vero, ma è altrettanto vero che anche l’amore passivo è amore. Sentire amore grande per chi mi dà la possibilità di vivere, di uscire da una situazione di morte.
A Gesù si presentò una donna cananea (quindi una straniera, che faceva parte di un popolo nemico di Israele) per chiedergli la guarigione di sua figlia. Matteo sottolinea: “Egli non le rivolse neppure una parola”. La donna sa bene di rivolgersi ad uno straniero, nemico della sua gente, ma sta affogando, sa che sua figlia è più importante del suo orgoglio, molto più importante delle sue idee, e dopo il silenzio di Gesù non cessa di gridare. Quando Gesù, stanco di sentirla gridare, le dice: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”, lei, come ogni autentico mendicante, non demorde ed aggiunge: “è vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Solo di fronte a tanta povertà Gesù la esaudisce.
L’autentico povero sa che è impossibile evitare le tensioni con gli altri. È impossibile sfuggire a un confronto, tuttavia sa leggere questo incontro o scontro e scopre il Dio vivente che la “ricchezza del suo orgoglio” aveva nascosto. Tende le mani e lascerà che un altro gli cinga la veste e lo porti dove non vorrebbe.
(Note)
1 S. TOMMASO, S. Th. II-II, 19,12; III, 35, 7. ; Y. CONGAR, Il posto della povertà nella vita cristiana in una civiltà  del benessere, in: Concilium, anno II, fasc. 3 (1966), p. 26.  R. SCHNACKENBURG, Messaggio morale del Nuovo testamento, Paideia, brescia 1990; W. SCHRAGE, Etica del Nuovo Testamento; R. FABRIS, La scelta preferenziale per i poveri nella Bibbia, in: sito web: www. spin.it/accri (associazione di cooperazione cristiana internazionale), 2000. J. DUPONT, Le beatitudini, Paoline, Roma 1972, e tanti altri.

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