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Lunedì, 01 Febbraio 2010 00:00

c’è anche un Dio qualunque

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Non credo in un Dio qualunque, spesso frutto delle nostre fantasticherie o dei nostri desideri. Credo nel Dio di Gesù Cristo. È facile dire: “Sono cristiano e credo in Dio”, difficile dimostrare con la vita, non solo con le parole, cosa comporta questa affermazione. Un proverbio popolare sostiene che: “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Essere cristiano è impegnativo, difficoltoso. Come tutte le cose difficili riempie l’intelligenza e il cuore. Credere è come scalare una montagna, più si sale più aumenta la difficoltà e la gioia del salire. Il cristiano conosce fatica e gioia, e in questo cammino si “gioca” la vita. Mette tutto il suo impegno nell’attuare il progetto del Regno inaugurato dalla venuta di Gesù. Questo comporta accettare la follia della Incarnazione, il Vangelo, la Chiesa. Per il mondo è follia: follia da parte di Dio, follia da parte dell’uomo. Senza questa pazzia è impossibile amare il nemico e vivere il discorso “della montagna”, su cui si fonda il cristianesimo. Qui Gesù chiama beati i poveri, gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati. Tutti costoro sono i nostri modelli. Quelli a cui guardare.
Molti dicono di credere in Dio, poi scavando nella loro affermazione, si scopre che il loro Dio non è quello presentatoci da Gesù, ma una idea spesso fantasiosa, tanto lontana da ciò che Lui ha detto ed ha fatto. Ognuno crede a modo suo, sostiene le sue tesi e si vanta della sua fede. Per costoro tutto è soggettivo e spesso sostengono: “Cristo sì, Chiesa no”.
Don Mazzolari diceva: “Nella nostra religione il papa, il vescovo, il prete, il cristiano non fanno la religione: Cristo è la vera realtà, una realtà senza macchia, inattaccabile. Tutto possiamo rimproverare alla Chiesa, una cosa le dobbiamo riconoscere: essa ci ha dato Cristo e ci ha conservato il suo evangelo, anche se si sente flagellata dall’evangelo stesso che custodisce”.
Il vangelo non fa distinzione tra amare Dio e amare l’uomo. Entrambi sono racchiusi in un unico comandamento. E’ impossibile dire di amare Dio se non si ama l’uomo. Anzi, il Dio di Gesù Cristo sostiene che dare da bere a chi ha sete e da mangiare a chi ha fame, è come farlo a Lui. Non invita i suoi a guardare il cielo. Il giorno della sua Ascensione i suoi Angeli avvertono che, se lo si vuole trovare, è necessario andare nella Galilea delle genti, dove Lui ci precede. Dio, dunque, non lo troveremo nel nostro cammino di fede in cielo ma tra gli uomini. “Chi dice di amare Dio che non vede e non ama l’uomo che vede è un bugiardo” diceva Giovanni nella sua prima lettera.
Il vangelo resta un’astrazione e non ha risonanza, se non è accostato attraverso un’esperienza di vita e l’esperienza dell’uomo rimane un mistero, se il vangelo non la illumina.
In questi giorni in Italia si è parlato molto di un folle che ha ferito il presidente del consiglio, ed in proporzione poco delle ferite e dei drammi che sconvolgono tanti di quei beati di cui Gesù parla.
Come si fa a non vergognarci nel vedere il modo in cui sono trattati questi nostri fratelli costretti a vivere (forse è meglio dire a sopravvivere) peggio degli schiavi al tempo della Roma imperiale? Lo schiavo, a quel tempo, era un valore che il padrone intelligente trattava bene. Oggi viene chiamato “clandestino”, che per molti (lo Stato) vuol dire delinquente, fuorilegge. In quella condizione, non si ha nessun valore. Il clandestino non ha nessun diritto, deve darsi alla macchia, sparire. Non ha, come lo schiavo, un padrone che lo difende come sua proprietà, gli dà un lavoro, un tetto sotto cui ripararsi, e gli assicura il pane. È braccato dai nuovi membri del nostro Ku Klux Klan, che si sentono giustificati dalla legge, anche quando prendono a sprangate o sparano su uno di questi.
Come non piangere nel sapere che queste cose accadono in un paese che si dichiara cristiano? Dove è finita la legge dell’amore fraterno? Si parla del “partito dell’amore” ma credo sarebbe meglio dire che: “l’amore è partito”, ha lasciato la nostra penisola.
So che a volte è difficile vivere da cristiani mentre è facile parlare di amore, ma chi crede nel Dio di Gesù Cristo, malgrado le difficoltà, non può cambiare la natura di Dio che rimane Padre ed ama TUTTI i suoi figli. Per lui non vi sono figli, figliastri e schiavi.
Capisco anche che a volte gli schiavi si ribellano a questo ingiusto modo di essere trattati. Il cristiano comunque sa che sulla nostra barca è salito anche il Figlio dell’uomo. Non ci viene tolta la paura, la malattia, il dolore e l’essere cristiani non ci trasforma in angeli, ma permette che l’Invisibile diventi visibile, e se ha sete gli si può offrire un bicchiere d’acqua, se è prigioniero lo si può andare a trovare. Si inizia ad amare e si scopre il senso della l’INCARNAZIONE e si intravede cosa significhi risorgere, rinascere, diventare ed essere “altro”.

“Cessa, Ennio, di guardare in cielo, Gesù ti precede nella Galilea delle genti. Là lo troverai”. Così è avvenuto. Improvvisamente è sparito il mondo fantastico degli dei che guizzavano sempre attorno a me ed è arrivato l’uomo, il fratello, il nemico amabile, il prossimo che mi soccorre e che, attraverso i suoi occhi, mi lascia vedere il Dio di Gesù. Persino la Madre di Gesù cessa di fare miracoli per ripetermi, sia pure con tenerezza: “Fai quello che Lui ti dirà e quando non capirai il suo folle amore, conserva tutto nel cuore”. Oggi non chiedo nulla a Dio se non fare ogni giorno la Sua volontà. E conservare nel silenzio e nel cuore ciò che non capisco.
Questo rovesciamento del cielo sulla terra porta con sé anche la fine del Paradiso e dell’Inferno come io immaginavo. Prima erano per me due concetti che usavo come una specie di armadio dove riporre ciò che non capivo per calmare il cuore. Nell’armadio del Paradiso mettevo il povero a cui sulla terra non veniva fatta giustizia, i lavoratori sfruttati e maltrattati, i malati non curati, i bambini che morivano di fame ecc. In quello dell’Inferno gli sfruttatori, i ladri, gli operatori di iniquità ecc. Mi sentivo così a posto con la coscienza perché, pur non facendo nulla per cambiare le situazioni, mi dicevo: “Un giorno Dio aprirà gli armadi e renderà giustizia”. Mi comportavo, come quelle mamme sciocche che alle buone azioni e alle bricconate dei figli promettevano, al ritorno a casa del babbo, un premio o un castigo. Trasformando il padre in una specie di distributore di medaglie e di punizioni. Mi ripugna un Dio che scrive in un grande registro le nostre mancanze per poi punirle.
Ho allontanato definitivamente l’eternità che avevo sempre immaginato. È iniziato per me il tempo, lo scorrere lento delle ore, dentro le quali vi è il sorriso o il ghigno, le lotte e gli affanni del mio Amico Gesù che mi si mostra in tutti. E’ finito il futuro, ha preso possesso di me l’Oggi di Dio. Non è più possibile trasferire a domani quello che posso e devo fare oggi. Non siamo padroni né del passato né del futuro e nessuno può cambiare il suo passato e giocare sul suo futuro. Nostro è solo l’oggi. Oggi possiamo allontanare o accogliere, amare o odiare.

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