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Mercoledì, 02 Febbraio 2011 00:00

il ricco e il povero

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“C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui.Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento.Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.
E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno.Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”.
Lc 16,19-31

Il brano citato mi è tornato alla mente seguendo le lotte degli operai della FIAT e quelle, cruente, che avvengono in Tunisia ed in tante parti del mondo. Ricordo lo sdegno che invase il nostro pianeta dopo l’attacco alle due torri gemelle di New York dove morirono 2868 persone. Ci fu un grido unico contro il terrorismo. Cosa buona e santa trovarci uniti. Rimango invece turbato dal silenzio assordante di fronte ai 40 milioni di persone che nel mondo sono infettati dall’HIV. Non dovremmo tutti, come per le vittime di N.Y., trovarci uniti per combattere l’AIDS? E come non gridare per gli 824 milioni di persone che soffrono la fame e i 630 milioni che non hanno un tetto? Si può rimanere indifferenti di fronte al dramma dei disoccupati o di quelli che sono costretti a subire i ricatti dei padroni? I cristiani parlano continuamente di carità, di amore, di giustizia, ma i più non si schierano e si sentono a posto e buoni se non fanno nulla. Se oggi un certo tipo di lavoro è tutelato, ciò non si è ottenuto con le prediche buoniste di tanti preti. Se lo studio è diventato un diritto per tutti, neppure questo si è ottenuto con la preghiera, ma con l’impegno e la lotta di pochi.
La parabola del ricco epulone presenta due classi sociali e religiose contrapposte. Il ricco è messo in cattiva luce fin dalla sua presentazione. Non è ricordato neppure il suo nome. Sono descritte le sue abitudini, il suo sfarzo. La scena non è diversa neppure oggi. Da una parte i nuovi “epuloni” che guadagnano cifre astronomiche e dall’altra i “Lazzari” che non hanno niente. Gesù si identifica con questi ultimi. Lazzaro è un pezzente, ma merita di essere chiamato per nome. La sua situazione di indigenza è estrema ed è descritta in contrasto con il lusso del ricco. Questi è in un palazzo, sdraiato su divani, Lazzaro disteso su qualche lurida stuoia fuori la porta. Il ricco passa il tempo in banchetti e feste, il povero si nutre appena di briciole e dei miseri avanzi che provengono dalla mensa del signore. Neanche i cani sembrano risparmiargli le carezze sulle piaghe.
La parabola sottolinea una considerazione teologica: come i ricchi non hanno dato ascolto alla parola di Mosè e dei profeti, hanno cioè rapinato e oppresso il povero, lo stesso accade ora. Dopo Cristo, nella nuova economia della resurrezione. Il Vangelo ha il senso vivo di questa continuità. Colpisce la durezza di questa parabola e l’intenzione evidente di rincarare la dose e dimostrare che non c’è scampo. Se non si trattasse del Vangelo, direi che qui traspare un odio di classe contro il ricco. Oggi, afferma Luca, il ricco spadroneggia ed opprime, ma sarà punito. Purtroppo nei secoli questa parabola è stata proiettata nell’al di là ed ha contribuito ad avvalorare l’ideologia religiosa secondo la quale il buono deve essere paziente perché sarà ricompensato col paradiso: qui il discorso di Gesù non può essere frainteso, perché egli si era identificato con i Lazzari del suo tempo; allo stesso modo oggi non può essere frainteso il discorso del povero che parla del giorno della giustizia quando combatte nel presente per realizzarla.
La parabola non è puramente consolatoria; essa vuole rispondere ad una domanda precisa: può un ricco entrare nel Regno di Dio? Dopo il grande problema dell’ammissione o meno dei non ebrei nella comunità dei primi seguaci di Gesù, questo è stato uno dei temi di discussione e di decisione che hanno avuto un posto centrale per la seconda generazione cristiana. Il movimento cristiano aveva successo. Potenzialmente era universalistico, aperto a tutti. Qual è allora il posto del ricco, di colui che è solidale con i gruppi dominanti e che dà lavoro (o lo rifiuta) ai poveri, a quelli stessi che poi incontra alla Messa domenicale e con i quali dovrebbe fare “comunione”, scambiarsi il segno della pace? Luca torna spesso sull’argomento del Vangelo annunziato ai poveri (vedi Lc 4,18), alla comunione dei beni e all’altro, durissimo episodio di Anania e Saffira (Atti 5,1-11) fino all’incontro col giovane ricco (Lc 18,4-25). Alla domanda se il ricco può far parte della comunità cristiana Luca risponde decisamente: no. Unica eccezione è quella di Zaccheo che distribuisce metà delle sue ricchezze ai poveri e restituisce quattro volte quello che aveva frodato, in pratica tutto. In conclusione, i ricchi potevano essere accolti a patto che non fossero più ricchi; a patto cioè che non avessero nella chiesa né potere né egemonia.
Dopo duemila anni di cristianesimo si leva ancora, nel nostro mondo occidentale, il monito evangelico: “E’ più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei cieli”. È necessario ricordare che il Regno dei cieli, di cui parla Gesù, non è quello che si avrà dopo la morte corporale. Il Regno dei cieli è quello che dobbiamo costruire qui sulla terra. Esso, dice sempre Gesù, è simile ad un chicco di senapa che è il più piccolo dei semi ma crescendo diventa un albero su cui si posano gli uccelli. È anche simile ad un poco di lievito che fa fermentare tutta la pasta. Mai il Signore parla di quello che avremo dopo la morte corporale, mentre continuamente ci invita a realizzare qui sulla terra un regno in cui TUTTI gli uomini sono fratelli.
Un cantante, di cui non ricordo il nome, definisce il nostro tempo: “Un mondo di ladri” e, sotto certi aspetti, anche io credo viviamo in un mondo di ladri. Tutti, se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo ammettere di far parte di questa massa di ladri. Chi di noi non ha rubato un’ora di lavoro, un grappolo d’uva che ci faceva gola passando vicino ad una vigna, un cucchiaino in un ristorante? Vi è anche un rubare l’affetto, una carezza, la stima non meritata, ecc. Oppure, c’è chi ruba per fame un pane, una gallina, un uovo. Inoltre come potremmo chiamare chi mentisce per appropriarsi del voto degli elettori, chi inganna il correntista bancario, chi si arricchisce vendendo pillole miracolose, chi turlupina la povera gente con raggiri, chi vende fumo leggendo le carte o facendo presunte magie? Anche altri ladrocini gridano vendetta agli occhi di Dio: gettare il pane nella pattumiera e sciupare il cibo, possedere 100 case, mille paia di scarpe e mille vestiti, oppure spendere interi patrimoni per curarsi, per rimanere in forma, per essere più belli.
Come si possono chiamare costoro? Come catalogarli? Alcuni li considerano uomini che sanno farsi valere, furbi, intelligenti, scaltri. Ma i poveri, gli sfruttati, gli ingannati, le moltitudini di coloro che muoiono di fame, di freddo, che vanno scalzi e sono trattati come spazzatura negli ospedali, come li considerano? E davanti alla legge di Dio come si sentono? Come li vede Dio?
Come li vede Dio non posso dirlo io che, sotto altri aspetti, non sono migliore di loro, e personalmente mi auguro che anche per questi fratelli vi sia una abbondanza di misericordia.
 Non posso azzardare neppure come si sentono davanti alla loro coscienza perché spesso la coscienza, che dovrebbe essere come il termometro che dà la misura del bene e del male, che approva o disapprova i nostri atti, può non funzionare. Per esempio, per un figlio di ladri, rubare non è un reato ma è un’azione positiva, se si supera la bravura dei genitori. Se lo riesce a fare senza essere scoperto, diventa un’azione meritevole dell’elogio paterno. Parimenti lo scalare in modo disonesto nella gerarchia di una azienda o dello stato, diventa per gli assetati di potere un’azione che merita l’applauso e per cui è lecito adoperarsi. La coscienza, in questi casi, si accomoda dicendosi che lo si fa per il bene dell’azienda, per i figli, per far progredire il gruppo, per la patria. La menzogna non è vista più come un male intrinseco ma è un mezzo lecito che serve per raggiungere lo scopo di vedersi buoni, almeno per se stessi. Nessuno potrebbe muoversi e operare, se non vedesse le sue azioni buone e, quanto più queste sono in se stesse cattive, tanto più chi le fa deve giustificarle alla sua coscienza.
Credo che siano pochi coloro che rubano coscienti che stanno privando altri di qualcosa. Costoro, a mio avviso, sono i più pericolosi perché si sentono nel giusto. Molto meglio come diceva Fabrizio De André che cantava: “Molti rubavano in nome di Dio, io voglio rubare in nome mio”. Era più onesto!
In ogni modo è bene chiarificare ancora come tra i ladri vi siano delle differenze notevoli che aggravano o mitigano il verbo rubare. Non possiamo mettere sullo stesso piano chi ruba un miliardo di euro, la credulità degli elettori, o chi ruba una gallina o l’ affetto, un’idea.
Personalmente credo che ogni menzogna sia un furto della verità e se è vero, come dice Gesù Cristo, che: “La verità vi farà liberi”, chi ruba la verità rende schiavi e toglie il bene supremo della libertà.
Voglia il buon Dio farci cantare, come David, il salmo 51 (il Miserere), e tutti sentire che non abbiamo soltanto rubato qualcosa al nostro prossimo, ma che abbiamo violato la stessa misericordia che Dio ci ha concesso.

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