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Mercoledì, 01 Maggio 2013 00:00

Se uno mi ama

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Gv 14,15-16.23-26

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»

E’ abbastanza facile per i cristiani del nostro tempo, accreditare a Gesù, senza provare un senso di repulsa, affermazioni come quelle che Giovanni mette sulla sua bocca. “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti… Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” Gesù ormai si è conquistato la statura di Dio e chi altri se non lui, può permettersi affermazioni di questo genere. Se io dicessi a qualcuno: “Se mi ami fai quello che ti comando io e, se non fai quello che ti comando io, vuol dire che non mi ami” questo qualcuno avvertirebbe subito, d’istinto, la violenza della mia affermazione. E’ in gioco l’elemento, forse il principale, che ci fa sentire uomini e ancor più individui, la libertà, ossia l’essere principio di decisione, di scelta. Obbedire a Dio non ci disturba, anche se poi per la nostra debolezza non ci riusciamo, ma obbedire ad un uomo urta i padiglioni delle nostre orecchie fino al grido: è un’ingiustizia.
Come uomini siamo certo disposti all’obbedienza verso le tante autorità che ci troviamo sulle spalle e a tante autorità obbediamo anche se mal disposti, per costrizione. Ma perché questo sia possibile e non ci provochi una reazione di opposizione, l’autorità deve avere una qualche caratteristica di superiorità rispetto a noi. Superiorità per ruolo o funzione, o superiorità per capacità (abilità, forza, intelligenza…) e qualità. Tendenzialmente deve iscriversi su una scala che dalla terra salga verso il cielo e quanto più sta in alto tanto più ci sembra giusta l’obbedienza, sempre nella comprensiva incapacità di praticarla bene per le nostre debolezze. Questa è la nostra natura, così siamo fatti e così ci sembra giusto. Tra pari, nell’amicizia per esempio, non si può dire: “tu mi sei amico se fai quello che voglio io” perché l’altro mi risponderebbe subito: “anche tu mi sei amico se fai quello che voglio io”. E l’amicizia finisce.
Siamo poi così gelosi di quest’aspetto del nostro essere che siamo anche disposti a riconoscere l’autorità di qualcuno e gli obbediamo volentieri purché non sia lui a pretendere la nostra obbedienza. Questioni di coscienza, di autonomia, di responsabilità ci impedirebbero di cedere, fino al punto, se fosse necessario, di morire piuttosto che obbedire.
Ma torniamo a Gesù e agli eventuali suoi rappresentati su questa terra. E’ indubbio che una delle cause della sua brutta fine sulla croce stava proprio in queste sue affermazioni. Chi credeva di essere, Dio?, per imporsi in questo modo anche sulle autorità costituite (anche da Dio). I contemporanei di Gesù non avevano alle spalle duemila anni di cristianesimo (vincente). Avevano davanti un uomo, nato a Nazareth, senza attestati di studi e alla fine crocifisso come il peggiore degli uomini. Come dargli credito, come considerarlo un’autorità? Si può far appello ai suoi quattro miracoli o ancor di più alla risurrezione per dire che era Dio. E così si rientra nel nostro stereotipato modo di pensare nel quale siamo soliti riconoscere le autorità, così le sue parole possono scivolare nelle nostre orecchie senza che ne restino infastidite. Sfortunati gli ebrei che non se ne sono resi conto prima della risurrezione e testardi quelli che dopo non credono alla sua risurrezione.
“Se sei Dio, scendi dalla croce”, gli dicevano, perché quale autorità può avere uno che muore miseramente nell’impotenza più assoluta? Dio non può stare con un morto, Dio sta con la vita, con la potenza e l’esuberanza della vita. Quale autorità può avere su di me un morto? E faccio appello al morto sulla croce perché è l’espressione più piena del nessuno nato a Nazareth, figlio di un falegname qualsiasi con famiglia e parentela ben conosciuta nella sua insignificanza.
Di nuovo, ci si può appellare a San Paolo che dice che senza risurrezione inutile sarebbe la nostra fede, ma l’ho già detto, anche questo serve ad eludere il problema e a rasserenare la propria appartenenza al pensiero comune.
In sostanza – ché, non ho molto spazio per dilungarmi su questo giornalino – in molti modi Dio si presenta all’uomo nella forma del crocifisso, faccio appello agli innumerevoli crocifissi che il mondo produce ogni giorno e che siamo persino stufi di vedere attraverso quello schifoso schermo che impera nelle nostre case. Quale autorità costituiscono per noi? Ascoltiamo le loro parole e le osserviamo, o non sono nessuno perché, morti, non parlano più e non sono più soggetti di comando?
Della parola di Cristo se n’è appropriata la chiesa con tutta la sua serie/scala di autorità e gli uomini volentieri le danno credito e, per lo più, se non gliela danno, è perché la vedono nelle sue miserie, restando comunque e sempre nel confortante pensare dell’uomo che se un Dio c’è, sta dalla parte dei viventi e nella perfezione della loro vitalità.
Ora, la Chiesa rimanda a Cristo quale sua riconosciuta autorità, e chi assomiglia a Cristo più dei crocifissi?
“Se uno mi ama”, dunque, suppone che io ascolti, sia in grado di ascoltare, chi mi sta dicendo queste parole.


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