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Sabato, 01 Dicembre 2012 00:00

la parola di Dio venne su Giovanni

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Lc 3,1-6

 Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

Una volta Dio parlava all’uomo in tanti modi e sempre attraverso qualcuno o qualcosa, ultimamente parla a noi attraverso la Bibbia.
Se oggi lo voglio ascoltare, devo leggere la Bibbia e lì trovo ciò che Lui ha da dirmi.
A quel tempo la Bibbia (i Libri) venivano chiamati le Scritture, oggi vengono chiamati: Parola di Dio.
I perché di questo “passaggio” possono essere tanti, di fatto, attualmente sembra che le cose stiano così. C’è da dire poi che la Parola di Dio così determinata (trattandosi di un volume non proprio scarno e di facile lettura) ha bisogno di essere interpretato bene, altrimenti genera confusione. Ci vuole dunque un interprete ufficiale e sicuro: il Magistero della Chiesa.
Ora tutto è chiaro e ordinato: Dio ha fatto sapere ciò che vuole, lo ha scritto ed ha istituito un ufficio di controllo perché i suoi scritti non venissero fraintesi.
Sebbene la questione sia un po’ più complessa, la traduzione in “soldoni” e cioè nella “semplicità” del pensiero comune che non entra né può entrare nelle aule cattedratiche degli “studiosi” (antichi Scribi), pare essere questo (sto parlando della Bibbia, ma il discorso si potrebbe estendere alla liturgia - siamo sotto Natale - e alla vita “cristiana” in genere).
Una volta succedeva che la parola di Dio, invece che scendere su Gerusalemme, scendesse nel deserto e chi la voleva ascoltare, invece che salire al tempio di Gerusalemme, dovesse recarsi nel deserto.
A qualcuno queste osservazioni più che strane, suoneranno distruttive di una “chiarezza” che bisogna pur avere su queste cose, altrimenti la “povera gente” (preoccupazione paterna e impellente) resterebbe nella confusione e quindi nell’angoscia. Dio non può volere che l’uomo resti confuso, vuole che l’uomo sia sereno e tranquillo. Ha scritto persino i Vangeli che sono appunto una “buona notizia”.
Il guaio è che siamo in “crisi”, una crisi che ogni giorno produce i suoi drammi. Per ora non è ancora crisi armata (la guerra pur essendo alle porte: Israele, Palestina, Siria e - Turchia, Egitto, Libia, Tunisia, è ancora sufficientemente lontana), ma già siamo oltre gli scontri verbali e siamo passati agli scontri di piazza. Nella crisi le “certezze” vengono meno, distrutte da una frantumazione di soluzioni “l’una contro l’altra armata”.
Nella crisi compaiono “cose” che prima non si vedevano sia perché era possibile nasconderle (corruzione e imbrogli perfino squallidi) sia perché si presentano come “novità” rispetto al vecchio, precedente la crisi (razzismo, fanatismo, e fascismi d’ogni sorta). Pare che l’uomo sazio sia in grado di far salotto e di discutere d’ogni cosa senza venir meno al rispetto delle idee altrui, mentre l’uomo affamato perda questa liberalità mostrando un istinto violento che il sazio non conosceva.
Dunque anche il sapere dove, quando e come Dio parla non è più una questione da salotto, né tanto meno le soluzioni salottiere hanno capacità di presa  sulla crisi. Ma anche i “salottieri” restano presenti nei tempi di crisi e qualche loro soluzione viene tentata e praticata.
Per esempio, fra le soluzioni che si affacciano per ristabilire la serenità c’è anche quella del ritorno al Tempio, all’allungamento dei filatteri e alla liturgia in latino perché, pare, che in latino Dio sappia esprimere con molta più chiarezza e comprensibilità la sua volontà.
Se non ci fosse la tragedia, resterebbe ad imperare la comicità, ma pare che la comicità appartenga al divino: “se ne ride chi abita i cieli” (Sal. 2,4).
E’ successo che una volta la parola di Dio si sia presentata nel deserto, chissà se sa ripetersi una seconda volta in questo nostro tempo?


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