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Venerdì, 01 Giugno 2012 00:00

vino nuovo

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Mc 14,12-16.22-26

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

Per quanto l’uomo si affanni per scongiurare lo scandalo della croce, questo gli si impone con tutto il suo strapotere, frantumando tutti i suoi inutili raggiri. La tragedia è forse la forma più alta a cui sia arrivata la sapienza umana per dire che cos’è l’uomo. E se c’è qualcosa che sta in piedi dopo lo spettacolo della tragedia, questo e solo questo ha la dimensione del divino. Sulla tragedia umana il pensiero cristiano vanta di dire il divino appunto. Lo fa anzitutto non negandola, ponendo al centro della sua sapienza l’innocente che muore sotto i colpi della violenza umana, scorgendo nella sua morte il segno più alto della vita. Quel morto è un risorto, un vivente, il luogo per eccellenza in cui si manifesta l’amore. Il corpo di quel “povero” Cristo sta sugli altari dei cristiani. I cristiani non riconosceranno nessun altro Dio se non quel Dio che si manifesta attraverso il Cristo che, addirittura, acquista lui stesso la stessa statura di Dio. L’affacciarsi del tragico all’uomo lo costringe a prostrarsi e a dubitare (Mt. 28,17).
Nella vicenda evangelica è però presente tutto il dramma di questo scandalo e nella forma più alta, laddove lo scandalo si gioca nella lotta tra divinità. Quel Cristo è messo sulla croce nel nome di Dio, come un blasfemo bestemmiatore, come il rappresentante per eccellenza del demoniaco. I vangeli ci mostrano come l’uomo sia capace di fare appello a un “presunto” Dio che non può accettare l’infamia della croce e la polemica contro ciò che in seguito si sarebbe chiamato “fariseismo” riempie molte pagine degli stessi. Naturalmente quel Dio viene smascherato dal Cristo come l’espressione di un radicale egoismo umano, sotto quel nome “Dio” non ci sta altro che la volontà di potere dell’uomo, “non abbiamo altro re che Cesare” (Gv. 19,15).
Quel Dio che Mosè aveva incontrato in un groviglio di rovi che bruciavano e che continuavano a bruciare senza spegnersi (sofferenza) era diventato per i Giudei il garante dell’assenza della sofferenza. “Tu che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi giù dalla croce!” (Mt. 27,40).
Il fatto che l’uomo possa utilizzare il nome di Dio per i propri comodi, pone la questione della fede all’interno di un grosso e complicato problema: quello di Luca (21,1): “Guardatevi dal lievito dei farisei, che è ipocrisia” perché dicono di credere in Dio e sono perciò corretti nell’ortodossia  e quello di riconoscere la fede in un centurione romano, per esempio:  “Veramente, costui era Figlio di Dio” (Mt. 27.54) che è da supporre estraneo alla stessa ortodossia.
Questo genere di complicazione abita il singolo uomo, tendenzialmente sospinto per evitare la croce a costruirsi nuovi e continui Dei che però, appunto perché idoli (suoi prodotti) franano col presentarsi della croce, e abitano intere comunità, interi popoli e per riassumere il tutto la Chiesa stessa. L’uomo sa fare di Dio la sua bandiera, lo sa fare di Cristo, lo sa fare di ogni cosa utile alla sua “salvezza”.
Che cosa ha la capacità di smascherare questo groviglio farneticante dell’umano? L’innocente che muore di fronte al quale è costretto ad inginocchiarsi e a dubitare.
Fino a quando non si trova direttamente appeso ad una croce, l’uomo ha la possibilità di vedere e di specchiarsi con “milioni” di altri uomini che vi stanno appesi, tutti ben rappresentati da quell’unico Cristo che sta nel tabernacolo dei cristiani. Ora, come si fa e si può parlare di gioia, di speranza, di salvezza,…? E’ subito chiaro intanto che tanta gioia, tanta speranza, tanta presunta fede di salvezza frana come neve al sole di fronte al Cristo, come illusioni di una spensierata indifferenza, diciamo pure come grassa ignoranza.
Resta l’amore del crocifisso, l’amore che Dio manifesta sulla croce, la gioia che viene nel riconoscere, nell’accorgersi della “vitalità” di quel crocifisso, nella consolazione che quel crocifisso sarà sempre presente: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt. 28,20). La buona notizia nella sua parte “luminosa” espressiva della felicità sta sullo scandalo della croce che a quel punto non è più scandalo.


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