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Domenica, 01 Aprile 2012 00:00

mostrò le mani

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Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Certamente l’aria è cambiata. Il vento della crisi porta con sé pensieri nuovi che prima non c’erano, né ci potevano essere, visto che l’uomo è in continuo rapporto con la realtà ed essa gli suggerisce o quantomeno lo stimola a rispondere tendenzialmente in modo adeguato.
Il precedente vento del cosidetto boom economico sollecitava un senso del progresso umano continuo e in tutti i settori dell’umano. Oggi che il vento s’è girato, il dubbio non solo ha minato tale progresso umano alla sua base, ma spesso l’ha abbattuto del tutto generando depressioni tali da renderlo invisibile.
Davanti all’ “uomo della crisi” sta la frantumazione   di ciò che prima sembrava solido e stabile.
Anche il modo di pensare la fede e i contenuti della fede seguono lo stesso percorso. Lo stesso Dio acquista il volto del crocifisso in tempo di guerra e il volto del padre buono in tempo di pace. E nel vissuto dell’uomo questi volti difficilmente stanno insieme.
Il giorno in cui l’uomo cade in disgrazia, la bontà di Dio si offusca fino alla negazione, mentre nel giorno del successo diventa incomprensibile il mistero della croce. Nel tempo dell’abbondanza non si può dare, non si capisce e non ci si pensa, che un Dio metta in croce il Figlio.
Ciò vale per ogni impianto teologico, cioè per l’insieme di tutti i pensieri che l’uomo costruisce nel suo discorso sul divino, e ciò vale per l’insieme dei sentimenti, delle emozioni, del “sensus” che ha, che sperimenta del divino.
Vale dunque, per quanto mi interessa ora, in ordine alla risurrezione di Cristo.
Il risorto del vangelo di Giovanni si presenta con le mani bucate e il costato aperto, come un ferito vivente, meglio, un morto vivente.
Che cosa significa questo?
Nel “paradiso” degli apostoli il Figlio di Dio ha un corpo trafitto. Nel paradiso degli uomini invece il corpo risorto è integro, sano, robusto, bello, senza macchie od ombre di nessun genere. L’immaginario umano, a cui poi l’uomo lega il desiderio e quindi il giudizio e la sua azione,  è un corpo perfetto, mentre per gli apostoli il corpo glorioso del Cristo è un corpo piagato.
C’è una differenza, perché?
Non può essere che il risorto visto dall’uomo non sia altro che la figura del suo desiderio fino al punto d’essere un’invenzione dei suoi pensieri? Si tratterebbe dunque d’un idolo, qualcosa prodotto dall’uomo, che ha le caratteristiche della divinità, ma che non è il vero Dio. Un idolo è colto come tale da chi lo vede dall’esterno, da chi adora un altro Dio, ma colui che sta adorando l’idolo coglie quell’idolo come il Dio vero.
Come si fa a sapere se quanti dicono di credere nella risurrezione non stiano credendo nelle loro fantasie?
Nella vicenda evangelica l’idolo dei capi dei sacerdoti, degli scribi, dei farisei s’era vestito del nome di Jahwè e stava seduto sulla cattedra di Mosè.
Ne erano consapevoli della loro idolatria? Si e no. La parola (definitiva) su di loro detta dal Cristo sulla croce é stata: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
Sembra cioè che l’idolo più difficile da smascherare sia quello che l’uomo scrive con la D maiuscola: Dio. Difficile per un “esterno”, Gesù (vedi la polemica che attraversa tutti i vangeli tra Gesù e i farisei), difficilissimo per gli “interni”, i farisei appunto.
Non si tratta dunque di credere o non credere alla risurrezione, di credere o non credere in Dio. Si tratta di capire di che cosa sono espressione tali parole, qual’è il loro contenuto.
L’esperienza di Giovanni e degli apostoli li ha portati a riconoscere e a contemplare il loro Signore risorto come un uomo che mostra le sue mani bucate e il costato trafitto. Può essere anche questo idolatria? E se no, perché? Ho cercato nelle rappresentazioni artistiche un “risorto trafitto” e non l’ho trovato. Non significa nulla naturalmente e poi la mia ricerca non è stata rigorosa. tuttavia...
Buona Pasqua


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