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Giovedì, 01 Dicembre 2011 00:00

all’inizio

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Mc 1, 1-8

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

 

Per l’evangelista Marco, prima della venuta del Cristo, prima del battesimo dello Spirito Santo ci sta San Giovanni e la conversione dal peccato. Nel vangelo di Giovanni invece è proprio la venuta dello Spirito Santo che come suo atto primo produce la consapevolezza del peccato (Cfr. Gv. 16,8). Comunque sia, all’inizio dell’incontro con Gesù Cristo Figlio di Dio, troviamo consapevolezza e conversione dal peccato. E’ un inizio di tempo ed è un inizio di principio. Avviene così nell’esperienza concreta, nella storia della fede di ogni uomo. E’ una premessa necessaria perché costitutiva della stessa. Non è possibile incontrare il Figlio di Dio prescindendo dal peccato e da una precisa consapevolezza di esso. Se poi estendiamo o includiamo in esso il rapporto che vi è tra uomo e uomo, possiamo dire che all’inizio di ogni rapporto umano ci sta il peccato, la sua consapevolezza e la conseguente conversione.
Nel notare queste cose avverto di muovermi all’interno di un linguaggio che per noi, uomini del terzo millennio, è diventato difficile da intendere, sia perché specifico di un certo mondo religioso (cristiano) mentre oggi viviamo a contatto diretto con altri mondi, sia perché anche tra i cristiani parole come peccato, conversione, incontro con Dio, battezzare in Spirito Santo, vangelo, ecc. non sono più parole utilizzate per descrivere la nostra esperienza, la dinamica dei nostri rapporti. Hanno perduto la loro immediatezza ed hanno bisogno di essere prima “spiegate”. La cultura “laica” che abitiamo riformula, forse anche le stese cose, con altre parole e con altre immagini. Parlare di peccato suona quantomeno stantio anche in ambiente cristiano, per non dire che sa di moralismo, di legalismo e, nelle considerazioni “più aperte”, di residuo malato di una tradizione ormai desueta e obsoleta. Si è retrogradi. Non disprezzo questo giudizio che per tante ragioni ha appunto le sue buone ragioni sia per la sua origine che per la sua attuale residua pratica. Dico semplicemente che oggi facciamo fatica a capire, anche per una questione di linguaggio, questo inizio del vangelo di Marco.
Dunque all’inizio. In verità non è proprio l’inizio di tutto, è l’inizio del momento in cui appare, avviene, una buona parola, un vangelo, anzi “il” vangelo, l’incontro con “la” buona parola. Prima c’è il vagabondare nel peccato dell’uomo fino al tempo in cui questo vangelo si presenta e il presentarsi di questo vangelo comincia con un “precursore”. Prima ci sono le “cattive parole” sulle quali diventa possibile distinguere la “buona parola”.
A me pare che proprio l’individuazione di queste cattive parole e del loro tempo trovi nell’uomo l’opposizione più ostinata contro la quale inalbera tutti i raggiri di cui è capace per misconoscerla. Convincere qualcuno quanto al peccato è un’impresa che produce dissenso e, si sa, nel nostro mondo è necessario il consenso. Che io mi ritenga peccatore non mi disturba, ma che un altro mi ritenga tale mi provoca una reazione di rifiuto che ricaccia l’accusa al mittente. Tuttavia, per muoversi dalla sua città ed andare ad ascoltare una voce che grida nel deserto l’uomo dev’essersi accorto che le sue cattive parole non sono più in grado di sostenerlo, dev’essersi accorto appunto che sta vivendo di cattive parole e, per ovvietà, ciò che è cattivo distrugge. Accogliere il vangelo nella sua “positività” è probabilmente più facile come è più facile passare dal non essere all’essere, dal non avere all’avere. Il contrario si scontra invece con una volontà di sopravvivenza che è forse la forza connaturata più grande che anima l’uomo. L’uomo non può percepirsi morto (peccato), nessun uomo può “stare” a vedersi morto.
Sto prendendo la cattiva e la buona parola come due opposti inconciliabili, in realtà la nostra vita è fatta di un miscuglio di parole buone e cattive che né sul versante del buono, né sul versante del cattivo raggiungono la Buona o la Cattiva Parola, siamo per lo più “tiepidi” con tutto il senso “apocalittico” (“Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” Ap 3,16) di questa parola. E tuttavia il tempo, l’occasione, fosse pure di un lampo, per uscire da questa tiepidezza vengono dati a tutti e proprio (e forse) solo ad opera del peccato e delle sue conseguenze.
All’inizio c’è un battesimo (immersione, bagno) di conversione (vertere, andare assieme) per il perdono dei peccati. Se il convertito è colui che va assieme, il peccatore potrebbe essere colui che va da solo. L’accorgersi del peccato diventa la consapevolezza di solitudine. Il perdono dei peccati è l’avvento di un altro che irrompe nella solitudine e cammina insieme. Tutte cose più facili a dirsi che ad accorgersene, visto che al peccato corrisponde la città (luogo di raggruppamento e di insiemi) mentre alla conversione corrisponde il deserto (luogo paradigmatico di solitudine).
Se il buon giorno si vede dal mattino, se cioè l’inizio racchiude tutto quanto si svilupperà a partire da esso, in queste poche righe di Marco abbiamo come una piccola icona della vita umana, piccola, ma completa, là dove la struttura portante della situazione umana è colta sotto i segni della morte e della risurrezione. All’inizio ci sta il battesimo che sappiamo è morte in Cristo e risurrezione in Cristo. Ma è appunto questo primo elemento, morte in Cristo, che volentieri l’uomo esclude dal suo orizzonte per la minaccia che lascia intravvedere.
Cerco di immaginarmi come Marco possa dire “con semplicità”: inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio Dio. Come possa cioè fare un’affermazione così avventata e supponente (di più non si può pensare), se non dopo aver visto la morte di quel Figlio, oltre naturalmente la propria. Il buon senso ipocrita di cui ci nutriamo ci suggerisce di essere umili, modesti, soprattutto nei riguardi della “verità”. Come si fa a dire e a proporre qualcosa come “la” verità, che riguarda ed è valida perciò per tutti gli uomini?
Siamo nel tempo liturgico dell’Avvento e prossimi al Natale, il mio augurio è che possiate “tornare” al vostro inizio o quanto meno essere consapevoli di esserne parte. Buon Natale

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