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Sabato, 01 Ottobre 2011 00:00

“Maestro... sappiamo”

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 Mt 22,15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Da qualche anno Cesare (lo Stato) si è fatto vecchio e ha perso le sue forze e da qualche anno Dio è quasi morto e quel che è suo, la sua volontà, si è fatta confusa.
Dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare è diventata un’impresa. Così che la gente, sì la povera gente, dà allo Stato quello che lo Stato le ruba e a Dio tutto il resto che non ha. Si dice che l’evasione fiscale è fuori controllo e quelli che sono costretti a pagarle, le tasse, se potessero, non le pagherebbero. Insomma nessuno o pochi vogliono dare a Cesare quel che è di Cesare. Quanto a dare a Dio quel che è di Dio è più difficile da misurare, ma se la misura è la frequenza alle chiese, queste sono sempre più deserte, oppure le folle si accalcano intorno a Madonne e Santi come chi ha da prendere qualcosa e non da dare. C’è poi che Dio e Cesare sembrano troni sui quali cercare di sedersi, forse per non patire la fame.
(Ho costruito bene le coordinate del nostro mondo? Certamente no, però…)
Ma questo dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, non è un insegnamento che Gesù dà alle folle e neppure lo dice rivolgendosi ai suoi discepoli, bensì in risposta a degli ipocriti che lo vogliono mettere alla prova. Ci dev’essere una ragione per cui nell’accostare questo famosissimo (tale forse perché parla di soldi e si sa quanto siano importanti) brano dei vangeli venga persa la relazione tra Gesù e gli ipocriti?
Cesare e Dio inoltre sanno quello che è loro ed entrambi sanno anche come prenderselo. L’interpretazione in questo senso si ridurrebbe al comando di fare volentieri ciò che già facciamo o possiamo fare malvolentieri.
Ciò che mi stuzzica invece di questo episodio è proprio il come, il perché i farisei scelgano le tasse come luogo nel quale far cadere Gesù. Una semplice ed evidente ragione è che se Gesù dice di non pagare le tasse, essendo Roma l’esattore, fa opposizione politica ad un dittatore con le evidenti conseguenze. Se dice di pagarle si inimica il popolo d’Israele che paga le tasse solo per costrizione. Con un po’ più di riflessione si può entrare nell’animo contorto dei farisei per vedere che, siccome di Cesare vivono, da Cesare si comportano e nel mettere alla prova Gesù loro suddito, gli stanno chiedendo le tasse. Ossia, tu che pretendi di essere un Maestro ti devi inchinare a noi come i veri maestri, altrimenti va... al diavolo!
Ma secondo me, c’è un livello, in questo scontro tra Gesù e i farisei molto più profondo ed anche universale che si gioca su una tassa ben più radicale delle tasse dovute a Cesare. Un livello in cui la nostra distanza dai farisei sfuma fino a ritrovarci dalla loro parte e a capirli proprio nella loro volontà di mettere alla prova.
Ci sta la tentazione dell’uomo di fronte al divino: “Sì, va bene Dio, ma la concretezza della vita?
La concretezza della vita arriva fino al punto di dover pagare le tasse non solo ad un Cesare che me le ritorna in servizi, ma ad un Cesare che mi opprime. Là dove le tasse stanno a dire il mio contributo perché Cesare viva e sia forte.
“E’ giusto (divino) non produrre le armi, ma io (operaio o produttore) ho la famiglia da mantenere”.
“E giusto (divino) ospitare lo straniero, ma sono troppi”.
“Sarebbe giusto andare in Chiesa e pregare, ma il tempo”....
La domanda dei Farisei non è così stupida come appare ed è più universale di quanto appaia. E’ una delle domande più profonde dell’uomo e che l’uomo muove con una certa rabbia o quantomeno stizza e polemica contro Dio.
E le soluzioni a questo problema sono tante, fra le quali una che sembra la più in linea con la risposta di Gesù e che è molto diffusa in questo nostro tempo: libera Chiesa in libero Stato.
La Chiesa pensi a pregare e lo Stato a governare.
Dare a Dio quel che è suo viene staccato e reso indipendente dal dare a Cesare quel che è di Cesare. La preghiera da una parte e il mercato dall’altra. La Chiesa non si interessi di politica e lo Stato non si interessi di questioni interne alla Chiesa. In Chiesa preghi e pensi a Dio, fuori dalla Chiesa pensi agli affari e a come sopravvivere nella concretezza delle situazioni. Andare a Messa la domenica e non pagare gli operai possono stare insieme perché i due comportamenti all’apparenza contrastanti, in realtà fanno riferimento a due personaggi differenti, Dio e Cesare appunto. I vescovi non possono fare certe cose, ma possono costruire un partito politico che le faccia al posto loro. E via discorrendo.
I Farisei sono costretti a ritirarsi “scornati” di fronte ad una risposta “evasiva” di Gesù, nel senso che lascia in piedi sia Cesare che Dio e alla loro domanda che voleva un sì o no per l’uno o per l’altro sono costretti a rimangiarsi la stessa domanda.
Ed io? e voi?


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