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Martedì, 01 Febbraio 2011 00:00

siate perfetti

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Mt 5,38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Avrete notato che nei Vangeli, quando vengono date indicazioni sul da farsi da parte dell’uomo, queste sono sempre esagerate. E’ una costante, proprio come in questo caso: Porgi l’altra guancia, oltre alla tunica dà anche il mantello, ama il tuo nemico (lontano), siate perfetti come Dio.
All’uomo che vuole fare qualcosa in ordine al bene viene indicato l’impossibile.
Forse perché è meglio che l’uomo non creda mai d’aver fatto abbastanza e abbia sempre un di più da fare?
Forse perché non si creda o si vanti d’essere un cristiano vedendo che la sua distanza dal Cristo è sconfinata?
Forse perché è bene che l’uomo si scopra colpevole ogni volta che si misura con i comandamenti e così tiene la testa bassa?
Le ragioni potrebbero essere tante, ma secondo me colpiscono al cuore la stessa volontà del fare. L’uomo, soprattutto oggi, pensa che nel fare stia la sua dignità. L’uomo che fa qualcosa è qualcuno. Se fa qualcosa di grande, è grande. Se non fa, non è nessuno. La storia lo cancella, non serve e lo si può, lo si deve ignorare. L’amore stesso o è un fare o non è niente.
E’ giusto distinguere tra le cose che fa e, moralmente, deve fare cose buone e non fare cose cattive, ma tutto si gioca nel suo fare. Se è un buon cristiano o vuole esserlo deve fare questo o quello, amare i poveri, fare la giustizia… Ricordo un libretto di Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, intitolato “E’ se opera”. Il titolo riassumeva la proposta di “antropologia cristiana” dell’autore.
Non parliamo di quello che si agita in politica e del bisogno che ci sia o che venga qualcuno che fa o sappia fare, laddove anche chi non fa niente sta comunque facendo qualcosa avvallando magari il potere (i facenti) di turno.
Che poi l’uomo nel suo fare faccia disastri, questo non lo turba, condanna i responsabili del disastro e ricomincia a fare.
Siamo ancora, per poco ormai, figli di nazioni intere che hanno fatto del fare la loro bandiera, nazismo e fascismo, per intenderci. La grande esaltazione dell’uomo d’azione. Hanno sbagliato qualcosa, ma non quella del fare. Nell’operare sono stati grandi.
E così, usciti dallo sfacelo dell’ultima guerra, si è contestato quel fare sostituendolo con un altro fare. All’insegna del miglioramento del mondo, purtroppo fatto male, molto male, produzione e progresso sono diventati il fiume che porta con sé le migliori energie dell’uomo di oggi.
Insomma, non c’è bisogno che mi dilunghi nel dire un’ovvietà: l’uomo è se opera.
Ma ora, provate a vedere le cose dal punto di vista dell’uomo che non fa. Che non fa perché è costretto a non fare, altrimenti, senza costrizione, farebbe subito qualcosa. Mettetevi per un attimo nei panni di chi per esempio è costretto a letto un po’ più a lungo della sua disponibilità a stare a letto. Mettetevi nei panni dell’uomo “costretto” per le mille ragioni e i mille casi in cui siamo costretti, e provate a trarne delle conclusioni. C’è uno spazio e un tempo in cui si può lottare e a volte vincere sulle costrizioni, ma ciò non è per tutti e in definitiva per nessuno. L’uomo è un costretto (potrebbe essere un titolo per una nuova antropologia). Se voi, costretti, vi misurate ancora con gli occhi dell’uomo operoso, vi ribellate prima e vi condannate poi. Ma se da costretti vi guardate con gli occhi dell’uomo costretto, la vostra ribellione si porta sull’uomo operoso e la condanna si gira sulla vostra presunzione di voler far qualcosa.
Da questo punto di vista rileggete ora i Vangeli per vedere come vi suonano tutti questi esagerati comandi di perfezione. Io, costretto, devo essere perfetto come Dio. Io costretto devo dare anche il mantello. Io costretto oltre agli amici devo amare anche i nemici… Io costretto devo compiere le opere di misericordia, devo fare giustizia, deve cambiare il mondo e farlo un po’ migliore di come l’ho trovato…
(Vi sarà venuto almeno un sorrisino, quel tanto che basta per dire è meglio non pensarci).
Eppure la questione non è da poco e si potrebbe trasferire come opposizione nelle figure contrapposte che assume la figura del Cristo che è Figlio di Dio da una parte (corrispondente all’Onnipotente) e dall’altra è l’uomo in croce (corrispondente alla forma più chiara di impotenza). So che siete abituati a leggere il Vangelo sapendo che a parlare è il Cristo Figlio di Dio. Provate a leggerlo sapendo che a parlare è il Cristo morto sulla croce. Troverete interessante l’esercizio.


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