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Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

questioni di lebbra

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Lc 17, 11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

E’ incredibile l’insistenza con cui Gesù si oppone ai “credenti” di Israele e, al contrario, benedice peccatori, pagani ed eretici. E’ un ritornello con tante variazioni tematiche che esprimono un unico giudizio: quelli che “sembra” siano uomini di fede, non lo sono, mentre quelli che “sembra” non abbiano fede, sono credenti tali da essere proposti ad esempio per tutti.
Normalmente le sue invettive si abbattono sui sacerdoti, sugli scribi e i farisei, il fior fiore dell’espressione religiosa di Israele. In questo caso, e non è l’unico, nessuno dei nove lebbrosi di Israele è tornato a ringraziare. Israele è sotto giudizio.
Perché i vangeli ci hanno trasmesso una polemica così dura ed accesa contro i “credenti”? E soprattutto, come è avvenuto  che testi così eversivi, tali da distruggere Israele, siano diventati fondamento di un nuovo Israele, la Chiesa?
Esaltare un eretico (samaritano) o un pagano condannando Israele non significa certo pensare che tutti i samaritani o tutti i pagani siano migliori degli israeliti. Se poi pensiamo che i destinatari della predicazione di Gesù erano gli israeliti, si può supporre che l’intenzione di Gesù fosse rivolta al ravvedimento, alla conversione del popolo di Israele. Anzi, qua e là ciò è espressamente detto.
Di fatto Gesù non contrappone ad un popolo istituito come popolo di Dio, un altro popolo istituito con un altro dio o altri dei. Tuttavia, mentre tra gli eretici e i pagani qualcuno di buono c’è, tra gli israeliti non c’è nessuno: “Gli altri nove dove sono? Nessuno che tornasse indietro...”
Di nuovo possiamo smorzare il tutto interpretando le parole e cogliendo le espressioni nel loro senso generale. Non è forse vero che lo stesso Gesù, gli apostoli e i suoi discepoli sono israeliti? Quindi il “nessuno” non va inteso nel suo senso specifico, ma come un modo di dire.
Sta di fatto che nove israeliti su nove non danno gloria a Dio, mentre un samaritano sì. L’intero popolo di Israele lo metterà in croce e un pagano vedendolo morire esclamerà: “Davvero quest’uomo era figlio di Dio”.
Che non sia il caso che io debba diventare un po’ più samaritano, un po’ più pagano e un po’ meno israelita perché mi accorga di come va il mondo?
Il senso e la dimensione della Chiesa oggi riconosce nella sua autoconsapevolezza che quale  “popolo di Dio” e quale nuovo “Israele” non può ridursi né ai battezzati, né tantomeno a una cultura “cristiana” e tuttavia le sollecitazioni e le spinte tra i “cristiani” a semplificare il Mistero Chiesa riducendolo ai battezzati o peggio a “tradizioni cristiane” è fortissimo. La storia della Chiesa ha visto tempi in cui questa riduzione del Mistero nei confini dell’istituzione è stata totale, una specie di idolatria. Nel Vaticano II è maturata una consapevolezza più chiara di questo mistero, ma noi cristiani di oggi alle prese con la “crisi economica” e non solo, non vorremo forse avere le idee più chiare e sapere chi è cristiano e chi no? E’ in gioco il senso della nostra identità che, frantumata nel grande mondo globalizzato, tende a costruire idoli, cioé pensieri chiari su Dio e ciò che lo rappresenta, che con Dio (e con Cristo) hanno poco a che fare se non le sembianze.

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