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Martedì, 01 Giugno 2010 00:00

il corpo e il sangue dell’uomo

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Lc 9, 11b-17

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Ho un problema, ed è questo: parlo a voi che conoscete e ritenete importante la figura di Gesù Cristo. Suppongo infatti che crediate in lui e se qualcuno non credesse, comunque penso che lo ritenga un grande personaggio dell’umanità. Non voglio togliere nulla alla statura che, per tante ragioni, Gesù ha acquisito davanti ai vostri occhi, anzi vorrei che aumentasse. Però... per introdurvi alla lettura di questo brano di Luca, scelto dai liturgisti per la festa del Corpus Domini, è bene distruggere questa sua grandezza, pena la perdita del senso fortemente provocatorio di questo episodio lucano.
Per operare tale distruzione vi suggerisco un esercizio di immedesimazione di questo tipo. Pensatevi, mettetevi nei panni di un uomo comune, uno della folla, che ha assistito al processo, alla condanna e alla morte di Gesù.
Gesù è morto condannato per reati che assommano in sé l’insieme della violenza umana, colta nella doppia dimensione della delinquenza e della pazzia. Pretendeva di essere Dio e, soprattutto, voleva che gli altri lo riconoscessero tale. La condanna è stata unanime: autorità religiose, civili e la folla lo hanno crocifisso per il loro bene. “E’ meglio che uno solo muoia per il bene di tutti”.
Ci si potrebbe immedesimare con i sacerdoti e le loro ragioni o con i politici, ma scegliete un uomo qualsiasi della folla quale probabilmente siamo noi oggi. Se tutti convergono sulla condanna, anch’io mi trovo di fronte ad un pazzo delinquente.
Ora, prendete questo crocifisso e rendetelo protagonista del brano evangelico della “moltiplicazione dei pani”.
Parafrasiamo ad esempio in questo modo: “in quel tempo (è un’introduzione liturgica che non c’è nel vangelo e che vuol suggerire il tempo di sempre, l’extra tempo delle cose “eterne”) Gesù, il morto in croce, prese a parlare alle folle del Regno di Dio”. Quel disgraziato prende a parlarvi. Fino ad un attimo prima avete parlato voi dicendogli la vostra condanna, ora che è morto vi dice qualcosa lui.
Se vi è troppo faticoso mettervi nei panni di un uomo di duemila anni fa, ricordate i pensieri, le considerazioni che vi sono venute e vi vengono il giorno in cui viene allo scoperto - i media fanno sapere alle folle - la violenza che l’ “Occidente” riversa, per esempio, sui bambini poveri ed inermi: sesso, espianto e mercato di organi, schiavitù lavorativa,... L’Occidente, ossia gli occidentali e dunque noi. E noi, prima distratti e incuranti della loro voce, in quel giorno siamo costretti ad ascoltarli. Stanno davanti ai nostri occhi.
Naturalmente un morto, e un morto a quel modo (quei morti), non vi parlerà certo del regno degli uomini, ché nella morte ha esaurito ogni suo dire. Parla invece ed appunto del regno di Dio, di un regno altro da quello umano. E chi può ascoltarne la voce se non l’uomo che ha bisogno di “cure” perché nella sua malattia vede la stessa fine del “regno degli uomini”? L’uomo che non ha bisogno di cure è probabile che sia distratto e incurante.
Se il processo empatico sta funzionando, siete voi di fronte ad un morto, un morto qualsiasi, non il figlio di Dio, ma un povero disgraziato, la cui vista vi insinua dei pensieri. Gli date la parola e vi sta parlando dal suo gelido silenzio. E ne siete così presi da non accorgervi che si fa sera e quel luogo “deserto” non dà da mangiare.
Saggezza vuole che le parole di un morto siano depressive, mentre la fame, la sopravvivenza esige danaro per darle soddisfazione.
E qui sta l’inghippo di sempre. La saggezza dell’uomo, ciò che prima avevamo chiamato regno degli uomini da distinguere dal regno di Dio, ci suggerisce di abbandonare quel deserto in cui s’era fatta udire la voce del morto per tornare nei villaggi a trovare il pane. E’ la parola di un amico, la parola di un parente, la parola di chi si mostra preoccupato per il nostro benessere, per la nostra salute a spingerci alla distrazione. Come a dire che tanto meno “ci pensiamo” tanto più siamo in grado di sopravvivere. Più siamo ignoranti meglio è, viviamo meglio e più sereni. In queste cose viene in aiuto anche la medicina. Abbiamo a disposizione svariate pillole capaci di chiudere i nostri orecchi così da non sentire.
Ma Luca risponde a questa “saggezza” con la ripresa di Gesù (il morto) che rivolto ai discepoli ingiunge di risolvere loro il problema: dategli voi da mangiare.
Cinque pani e due pesci per migliaia di persone. Un po’ di matematica la conosciamo, anzi che cosa c’è di più certo della matematica? E i miei conti ben fatti e verificati più e più volte mi hanno sempre scoperto impari di fronte alla fame. Dico di più, per fortuna che sono mancante, mi aiuta spesso a non deprimermi scaricandomi dal peso della responsabilità.
C’è infine il miracolo raccontato in un modo singolare: fateli sedere a gruppi di cinquanta.
Ora qui ci vorrebe un po’ di cabala, o forse solo un po’ di dimestichezza con le Scritture. Io ho pensato che cinquanta è uguale a sette per sette più uno, ossia la pienezza del tempo. Ho pensato alla Pentecoste, nella pienezza del tempo scende lo Spirito Santo.... Fatti “misteriosi” difficili da trasporre nella nostra esperienza vera o presunta quale vi ho indicato in queste righe. Eppure esperienza reale, al di là del grado nostro di consapevolezza, tant’è che quel morto lo abbiamo ascoltato fin qui, gli abbiamo dato la parola, è stato vivo e sommamente vivo.


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