Informativa

Su questo sito utilizziamo solo cookies tecnici. Navigandolo accetti. Clicca su Leggi Policy per ulteriori informazioni.

Ultimo Giornalino  

   

Accedi  

   
Lunedì, 01 Febbraio 2010 00:00

Dio è morto e perciò è Dio

Scritto da
Vota questo articolo
(0 Voti)

Lc 4,21-30

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Non riesco a figurarmi la costante attualità di questo breve racconto di Luca se non pensando al protagonista (Gesù) come ad un morto che parla. I morti non parlano con la bocca, ma a colui che li ha davanti a sé e presenti nella loro fredda, nauseabonda, muta rigidità, sanno dire tante cose. Distruttive per un verso e fortificanti per un altro.
Capisco che bisognerebbe prima smontare la lettura solita (mitica) che viene fatta di questo testo, a mio parere ormai del tutto inconsistente, per aprire le orecchie a quanto vengo dicendo. Questa non è un’operazione facile per l’istintiva repulsione che nutriamo verso ciò che non abbiamo ancora o mai digerito e reso innocuo.
“Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete udita” non è applicabile solo a quel Gesù di duemila anni fa, figlio di Dio e perciò autoritativamente capace di questa affermazione. Sempre, centomila anni prima di Gesù, oggi e fra centomila anni, si compie la scrittura che abbiamo udita.
E se così è, vuol dire che io posso dire, anche se “non sono” Gesù, oggi si è compiuta questa Scrittura che voi state ascoltando.
Questa affermazione mi toglie dall’episodio circoscritto della sinagoga di Nazareth e mi proietta nella realtà di sempre, di tutti, di ogni luogo per darmi il senso delle cose che sono. Ma io chi sono?, tu chi sei?, non vengo forse da una zona depressa del Veneto? E come posso dire: oggi si è compiuta...? Gesù, dieci venti miracoli li ha fatti, ma tu, cioè io? Quello che ha fatto Gesù fallo anche tu e ti crederemo. Quale segno ci mostri? Mostra i documenti che attestano la tua divinità, meglio la tua presunta figliolanza divina.
Purtroppo, come Gesù si vestì di qualche miracolo, anch’io mi sono vestito di un qualche miracolo: ho studiato, sono frate, sono uscito dallo sconosciuto paesello d’origine e ho abitato città ben più ricche e importanti, ho... E come i miracoli di Gesù hanno imbrogliato, non solo i Nazareni, e continuano a imbrogliare l’uomo nella sua perversione, così tutti questi miei vestiti non sono altro che maschere d’agnello che nascondono il lupo, dove il lupo è la mia miseria d’origine, la mia adeguata insignificanza, che, tuttavia, è sempre già mascherata rispetto al “morto” con cui ho aperto questo mio parlare.
Che cos’ha di “divino” un morto? Richiamo, per non restare nel vago, i centomila morti di questi giorni ad Haiti o i cadaveri del deserto libico documentati ieri sera da “Anno zero”, ma se non guardate la televisione e non leggete i giornali, tornate a qualche morto che abbia oltrepassato per voi il muro dell’estraneità. Proprio del morto è indurre pensieri depressivi, distruttivi di quell’ottimismo speranzoso di cui ci nutriamo volentieri e che vede Dio come il suo artefice primo. Dio non ci può abbandonare come ci abbandona un morto. Siamo o non siamo di “Israele”? Facciamo parte o non facciamo parte del suo popolo? Dunque.
Tutte queste considerazioni potremmo svolgerle a partire e restando legati al testo evangelico che si serve di Isaia per dire queste stesse cose: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore».
Leggete questa “profezia” di Isaia, che sappiamo realizzata, a chi, superstite, ha davanti ha sé il disastro di Haiti. Non diventa uno schiaffo al suo dramma? E invece che essere una parola di conforto non è un’ulteriore violenza al suo dolore? Chi può dire queste parole con semplicità, senza residui di ignoranza o di strumentalizzazioni d’ogni genere se non un morto e per di più un morto che muoia almeno della stessa morte violenta che gli sta davanti?
I compatrioti di Gesù, non a torto, cercano di buttarlo dal precipizio della loro città. “Mors sua vita mea” è la nostra tentata soluzione, ma il morto se ne va camminando in mezzo alle nostre presunte soluzioni.
Bisognerebbe a questo punto distruggere anche la più sofisticata di queste “tentate (anche nel senso di tentazione oltre che in quello di  cercare) soluzioni” se non fosse che da mezzo secolo a questa parte il “progresso occidentale” l’ha già distrutta privandola di senso. Parlo del rimando ad un altro mondo, all’aldilà, dove è possibile sia che le parole di Isaia si avverino, sia che i morti vivano e siano finalmente figli di Dio. Anche questa soluzione serve per chiudere le orecchie all’ascolto di quanto un morto ha da dire e proprio in ordine alla nostra consolazione, come da maestro rispetto ai discepoli, come da medico rispetto ai suoi malati, come da Dio rispetto ai suoi fedeli. E se così non avviene, che cioè il morto ci sia di consolazione, il morto se ne va camminando in mezzo alle nostre presunte soluzioni, rendendo inutili i nostri tentativi di gettarlo dal precipizio delle nostre città.
Mi pare singolare che in questo racconto Gesù, di solito il pietoso, non abbia nessun rispetto della “semplicità” dei suoi compaesani. Quando contrasta gli scribi, i farisei, i sacerdoti gliene riconosciamo la ragione perché ne conosciamo la superbia, ma la povera gente di un paesino come Nazareth? Poteva essere più dolce, poteva capire la loro ignoranza. Li conosceva bene, conosceva la loro fatica, perché provocarli ed esasperarli? Un breve corso di catechesi, forse, li avrebbe condotti a credere in un Dio che guarisce gli stranieri e lascia morire i suoi fedeli. Si dice che la morte non guarda in faccia nessuno, probabilmente è vero.. Non è raro incontrare gente che desidera la morte e non sono i peggiori.

Letto 1313 volte
Altro in questa categoria: « l’ospite la nube di Dio »

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.

   
© Copyright 2018 Fraternita’ Domenicana di Agognate - Via Valsesia Agognate 1, 28100 Novara - 0321.623337 - 0321.1856300 - info@agognate.it - Webmaster: P. Raffaele Previato op