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Martedì, 01 Dicembre 2009 00:00

l’ospite

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Lc 1,39-45

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montagnosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Ap­pena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bam­bino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orec­chi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

La figura del curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, così come ce l’ha sapientemente tracciata P. Mario Airoldi in un incontro del vicariato novarese, nel quadro più ampio della misericordia di Dio, mi ha evocato altri personaggi come Lutero e lo stesso San Paolo. Anche la “conversione” del curato d’Ars muove da una struttura di stampo fortemente moralistico, quasi giansenista, i cui tratti si stagliano in una lotta che rasenta lo scrupolo per la continua constatazione della propria inadeguatezza di fronte alla perfezione, fino alla “scoperta” della misericordia.
Non che voglia parlare di questi personaggi, come non voglio parlare dell’incontro tra Maria ed Elisabetta che restano tuttavia come icone nelle quali è possibile intravedere e scoprire un sacco di cose. Voglio invece, mettere a fuoco alcuni aspetti fondanti l’incontro, ogni possibile incontro tra un uomo e un altro uomo e, più in generale, tra l’uomo e il suo mondo, tra l’uomo e il suo Dio.
Il punto nodale che apre al possibile incontro, è la precisa consapevolezza del peccato, di un peccato contro il quale l’uomo scopre con piena e sperimentata certezza che non può far niente.
E’ solo la premessa all’incontro, ma è una premessa che vede l’uomo annaspare anche tutta la vita senza che gli riesca di arrivarci. La banalità delle chiacchiere quotidiane dice che siamo tutti peccatori, ma sapere di essere peccatori è un’altra faccenda.
Sto usando la parola “peccato” che ormai s’è persa nella consunzione, ma non ne trovo un’altra capace di includere il male (qualsiasi male, fisico, psichico, morale) e la responsabilità dell’uomo in questo male.
E’ talmente impossibile sapere di essere peccatori che Giovanni nel suo vangelo dice che questa consapevolezza è la prima cosa che fa lo Spirito quando entra nell’uomo: “E quando sarà venuto (il Consolatore), egli convincerà il mondo (ossia l’uomo) quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.” (Gv. 16,8).
Che questa sia una premessa, la chiave per ogni incontro, è naturalmente una cosa da dimostrare o forse più esattamente da intuire e per di più in forma riflessiva, come di chi si accorge dopo, quando le cose sono avvenute, non avendo in mano la possibilità di produrla.
 Non c’è bisogno di scomadare la psicoanalisi o la pratica psichiatrica e medica per convincersi che se uno, per esempio, non ne vuol sapere di essere malato con costui non è possibile il rapporto. Già la sapienza popolare ci dice che non c’è più sordo di chi non vuol sentire.
Ed è interessante vedere che gran parte dei drammi umani sono costruzioni prodotte dall’uomo in fuga proprio da questa consapevolezza. Del resto una certa ragionevolezza c’è in questa fuga perché la consapevolezza del peccato si può chiamare anche nudità, essere alla mercè d’un giudizio, essere davanti alla propria impotenza, essere finiti come uomini, aver perso ogni dignità e quindi ogni ragione per stare a questo mondo. Siamo nel territorio della colpa ed eventualmente del perdono. Siamo proprio lì dove l’uomo dice: io voglio, ed eventualmente: obbedisco. Lì dove i termini si oppongono nella maniera più netta, essere padroni od eventualmente essere servi.
Stiamo facendo filosofia? Forse. La quotidianità dei rapporti e soprattutto la molteplicità delle cose con cui siamo in rapporto pare impediscano la possibilità di un livello così radicale e contrapposto dei rapporti stessi. La vita è più semplice nel senso che per buona parte di essa è al di fuori della coscienza ed entrano in gioco tanti altri aspetti dell’uomo, diciamo, più istintuali. Eppure anche l’istintuale è soggetto a questa premessa. Il sapere, il conoscere nel campo dei rapporti ha una dimensione che oltrepassa le capacità intellettive e si radica perfino nelle strutture diciamo chimico-fisiche dell’uomo. Non voglio comunque che mi seguiate nelle fantastiche costruzioni, nei castelli che un frate di campagna sa, può od è indotto a costruire. E’ sufficiente, anzi è altamente più inerente alla capacità del rapporto il guardare, il sentire, l’ascoltare, il toccare e perfino l’annusare una storia come quella di Paolo, di Lutero, del curato d’Ars e più ancora della gravida Maria che incontra l’altrettanto gravida cugina perché il rapporto sia stabilito. Là dove vediamo che tutte queste (nostre) storie sono all’insegna della misericordia, del perdono, della grazia e cioè di qualcosa che nell’incontro non sta in noi, ma dall’altra parte del rapporto. Quando l’uomo incontra è un graziato, un perdonato, un redento, un giustificato... e ciò ben oltre la sua coscienza.
La povertà non è una virtù e se ho scelto Giovanni Vianney, Paolo o Lutero, ancor di più, se ho scelto l’episodio di una Madre di Dio che incontra la santa cugina Elisabetta, l’ho fatto per cogliere l’irriducibile opposizione non tra il bene e il male, ma proprio tra il bene e il bene. La conversione di Sant’Agostino o quella del manzoniano Innominato, per la loro evidenza, mi pare ci impediscano di cogliere ciò che appartiene anche ai cosidetti buoni.
Nel rapporto tra due amici chi è in grado di vederne il potere e la schiavitù dell’uno sull’altro e viceversa? L’amicizia stessa sembra anzi presupporre una parità tra gli amici. Lo stesso vale nei rapporti di coppia e in quelli parentali, per citare quei rapporti che normalmente sono i più forti tra gli uomini. Ma come ho detto all’inizio, l’incontro, ogni genere d’incontro, dal cielo alla terra vive di questa povertà.
Le “feste” di questi giorni, il mistero dell’Incarnazione sarà nel gaudio solo per quanti, consapevoli o no, sono scesi, magari costretti, dalla loro divinità.


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