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Lunedì, 01 Giugno 2009 00:00

festa del Corpus Domini

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Mc 14, 12-16. 22-26

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

In mano all’uomo anche Cristo è diventato una bandiera sotto la quale nascondere le proprie velleità. Per ignoranza, per ipocrisia, per convenienza, per mille ragioni, sta di fatto che dall’estrema sinistra all’estrema destra, il Cristo sta dalla parte di tutti, o meglio, tutti stanno dalla parte di Cristo.
Si potrebbe pensare, vista la molteplicità dei volti di Cristo tra i cristiani, che la Chiesa, nel senso ristretto delle autorità ecclesiastiche, sia il luogo sicuro dove incontrare il vero volto di Cristo. Ma, così facendo, da una parte si è messi di fronte ad uno specchio in cui le divisioni tra i cristiani trovano corrispondenza nelle divisioni tra le gerarchie, e dall’altra, come si fa col Cristo lo si fa con la Chiesa: tutti si dicono che la Chiesa è dalla loro parte o, tutti sono dalla parte della Chiesa.
Due sono le cose: o il Cristo è stato poco chiaro (e così la Chiesa), tanto che ognuno trova nella sua (loro) ambiguità lo spazio o le ragioni per dirsi cristiano e cattolico, oppure in radice entrambi non sono altro che strumenti in mano all’uomo da utilizzare secondo la convenienza della sua volontà.
Per non essere relativisti si potrebbe pensare che fra i tanti volti ce ne deve essere uno che è il vero volto di Cristo, magari corrispondente a chi lo cerca con onestà (e già si giudica disonesta la presunta appartenenza degli altri).
Sempre per non essere relativisti si può concludere che il Cristo, esistendo solo nelle “fantasie” umane, non c’è e che sono “storie” inventate dall’uomo tutto quanto si dice di lui. La verbosità e la prolissità del pensiero umano è pressoché senza confini e noi viviamo all’interno (e da protagonisti) di questo fiume di ragioni che lottano e corrono tanto quanto lotta e corre l’uomo.
Di contro le “quattro” righe di Marco che parlano di Cristo e del suo corpo. Quattro righe che pretendono di dire tutto quanto c’è da dire sul Cristo. Chi è, dove si trova, che cosa fa, ecc. Un testo di iniziazione, di introduzione, che provoca lo spostamento del disperso vagare del pensiero umano alla “vista” del Cristo e al suo riconoscimento (tutti i Vangeli sembrano una raccolta di scritti iniziatici).
Come tutti i testi di iniziazione risultano incomprensibili (volutamente?) per chi non intende entrare nel loro significato, o meglio si presentano falsamente semplificati tanto che ai non interessati sembrano appunto non interessanti.
Nel giorno degli azzimi, Gesù manda due discepoli in città per preparare la cena pasquale. E’ un “veggente” che prevede quanto avverrà a Gerusalemme e nel pane e nel vino consegna il suo corpo a molti.
Una storia, un episodio per certi versi inutile da raccontare, se non per il gesto dell’istituzione dell’Eucarestia che, invece, avrà una rilevanza essenziale nella storia del cristianesimo. Che Gesù abbia mandato i due discepoli in città, che questi avrebbero incontrato un uomo con una brocca d’acqua, che a sua volta li avrebbe condotti da un padrone di casa che già aveva preparato al piano superiore una grande sala arredata, che infine i discepoli abbiano trovato tutto come aveva preanunciato Gesù: tutti questi elementi si presentano come superflui e Marco li avrebbe potuti “tagliare” senza che il suo racconto perdesse qualcosa.
Ma torniamo ora alle nostre considerazioni di partenza e leggiamo Marco come se Marco volesse rispondere alle nostre perplessità: chi è il Cristo, che cosa fa, dove si trova, ecc.
Siamo nei giorni degli azzimi quando si è soliti immolare la Pasqua. Siamo dunque in quel tempo preciso in cui l’uomo attende con trepidazione e speranza il passaggio dell’Angelo sterminatore (ricordate la prima notte di Pasqua degli Ebrei in Egitto). E’ il momento drammatico in cui l’uomo si sta giocando la vita (non sta a tavolino come sto facendo io a pensare che cos’è la verita), è alla mercè di fatti che ne decretano vita e morte, è alle prese con la verità in cui è coinvolto, non con verità pensate e da valutare. Il tempo stringe e la Pasqua va mangiata. Dunque il Cristo è l’uomo che mangia la Pasqua. Ogni uomo, tutti gli uomini immolano la Pasqua.
E la Pasqua si immola in città, non in periferia, a Gerusalemme, la città in cui è presente Dio. Si tratta del luogo più alto, più sacro dell’uomo. Ogni uomo, tutti gli uomini hanno (sono) questa città e le sue periferie.
Se penso alla città di mio padre in cui ha immolato la Pasqua, lo vedo in un reparto di cardiologia, affollato di gente, con un unico bagno per molti, costretto vergognosamente a trascinarvisi con il pannolone fra gli sguardi “indifferenti” di tutti. (E dopo fu un altro uomo).
“Vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
Che dire? E’ un flash sulla vita dell’uomo. Assomiglia alla famosa poesia di Quasimodo: ognuno è solo sul cuore della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera.
Ed i discepoli “trovarono come aveva loro detto”.
E’ il senso della Realtà, vorrei dire del destino che è e non può essere diversamente. Al piano superiore di una stanza arredata in Gerusalemme, l’uomo, ogni uomo (in Cristo) consegna se stesso in pasto per molti, a sigillo di un’alleanza in cui ha riconosciuto che il suo sangue non gli appartiene, è sangue versato.
Si tratta del testamento che trasmette agli eredi, che consegna loro ciò che ha di più prezioso, per poi avviarsi all’orto degli ulivi...


Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

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