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Lunedì, 01 Dicembre 2008 00:00

vegliate, siate morti

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Mc 13, 33-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

“Vegliate, perché non sapete quando è il momento.”
Per certi aspetti suona come un’esortazione inutile e superflua, vista l’energia che l’uomo investe per anticipare i “momenti” e non trovarsi scoperto di fronte all’accadere delle cose.
A volte questa sua attività di controllo assume persino contorni ossessivi. Prevenzione e sicurezza sono la “saggezza” di questo nostro tempo, e qualcosa del “vegliate” evangelico forse viene espressa in questo bisogno di controllo. Ma qualche conto non torna.
Non è forse un caso che in concomitanza con una (vorrei dire esasperata) attività di controllo, ci sia la quasi totale assenza di “annuncio” di quelli che un tempo erano chiamati i “novissimi”, ossia le realtà ultime, finali, escatologiche: morte, giudizio, inferno, paradiso.
Il computer con tutte le sue capacità effettive e le sue promesse mitiche è un emblema abbastanza chiaro del “vegliare” di qualsiasi attività umana oggi. L’organizzazione del lavoro e dei mercati, la politica, ed ogni altro aspetto del sapere passano attraverso una misurazione ed una previsione. La scienza e la tecnica hanno dato dignità, e quale dignità, all’attività di maghi ed indovini d’un tempo, costretti a prevedere il futuro dalle linee di una mano, dal fondo di bicchieri e pentole o da sogni più o meno tormentati. Certamente ci sono ancora tante cose che sfuggono alle previsioni, ma non si può dire che l’uomo non sia sveglio e non è detto che domani...
Notavo che di altre realtà si parla invece molto poco, soprattutto se si pensa che una volta proprio di queste si parlava molto ed erano al centro dell’attenzione e dell’interesse dell’uomo, di un uomo che viceversa restava distratto da un sapere “scientifico” perché secondario.
Il Vangelo si esprime in maniera categorica, come se affermasse qualcosa senza residui di dubbio o di alternative. Esorta a vegliare perché, primo: non sapete quando, secondo: siete servi e verrà il padrone, terzo: sarete sottoposti a giudizio, quarto: sarete approvati o disapprovati. Ripeto, queste affermazioni sono così categoriche che non ammettono discussioni. O sono vere o sono false, e se false sono da rigettare.
Non sapete quando è il momento, non vuol dire che se studiate, se investite nella ricerca, se spendete tutto quello che avete in capacità, prima o poi arriverete a saperlo. Non lo sapete, punto.
Il padrone tornerà e siamo servi. Ma il padrone, se c’è è buono, è padre e ci tratta come figli, i figli sono eredi e dunque sono padroni, soprattutto se muore il padre.
Siamo sottoposti a giudizio, attenti che non vi trovi addormentati. Ma, non sapevo, e i traumi infantili e la società e la costituzione genetica e...
Inferno e paradiso. Nessuno li ha mai visti, non sono sperimentabili, ognuno può crederci o non crederci, non sono cose scientifiche e perciò sono opinabili.
Se riteniamo vere queste affermazioni ci si accorge, almeno, che il senso del vegliare evangelico ha poco da spartire col vegliare delle nostre misurazioni e previsioni, anzi tutta l’attività di controllo dell’uomo diventa inutile e mistificatoria.
Il vegliare evangelico è consapevolezza di non sapere e di non poter sapere ed esclude la volontà di volerlo sapere. E’ consapevolezza di essere servi e di non poter essere padroni ed esclude la volontà di voler essere padroni. E’ sapere di essere sottoposti a giudizio senza poter accampare autogiustificazioni. E’ godere o piangere per il giudizio stabilito.
Aggiungo come un carico ancora più insopportabile che la situazione umana che esprime al meglio questo stato di veglia evangelico è l’uomo debole e ammalato. E’ l’uomo costretto alla sua impotenza che è esattamente il contrario dell’uomo, tendenzialmente, più potente. Il detentore di questa “sapienza” evangelica, e quindi colui che la sa esprimere al meglio, che è da prendere come maestro e guida è l’uomo “morto”.
Il coraggio di questi miei vaneggiamenti è risibile di fronte al coraggio dei vaneggiamenti dei controllori d’ogni tempo.


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