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Mercoledì, 01 Ottobre 2008 00:00

figli e figliastri

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Mt 22,15-21

 In quel tempo: i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”

“Date a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”.
Sapendo che Cesare non scherza, Gesù consiglia di pagare le tasse e poiché neppure Dio scherza, consiglia di dare anche a Lui quello che è suo. Accontentati entrambi, si può stare in pace: anche con la propria coscienza.
E a me che cosa resta? Mia moglie e i miei figli sono miei? E i quattro soldi sudati col mio lavoro sono miei?
Bastano poche parole a trascinare a valle, come una valanga,  l’uomo con tutta la sua sapienza di rappacificatore di contrasti.
Stato e Chiesa sono stati, almeno in questi ultimi due secoli, i sostituti di Cesare e Dio. Libera Chiesa in libero Stato è il pensiero da cui proveniamo. Ma ora che lo Stato se lo stanno mangiando i privati, ritorneremo al nome di Cesare che non avrà bisogno di giustificare le tasse con il riscontro delle opere pubbliche o dei servizi, le vorrà semplicemente perché è Cesare. Ora che la Chiesa se la stanno mangiando i furbi di sempre, saremo costretti a dar loro quel che è di Dio, senza il riscontro della giustizia e della misericordia. Stanti così le cose, è ancora lecito dare a Cesare quel che è di Ceasare e a Dio quel che è di Dio?
Quale principio e da chi viene, per stabilire il lecito?
Detto male e in poche righe, individuo intorno a questo detto di Gesù (forse il più conosciuto) il nocciolo della coscienza umana alle prese con se stessa, con Dio e il potere. Quel nucleo in cui diventa chiara l’ipocrisia dell’uomo capace di fagocitare, strumentalizzare perfino Dio e quindi ogni cosa che è sua, compreso l’uomo, per interessi e scopi che con Dio e il Suo non hanno niente a che fare.
Il gioco che qui sembra vedere in scena tre attori: coscienza, Dio e Cesare, si manifesterà realmente con due: Dio e Cesare, e in una opposizione tale per cui non sarà possibile metterli d’accordo. O si serve l’uno o si serve l’altro. L’accademia sotto cui i Farisei mascherano l’appartenza si svelerà pienamente quando saranno costretti ad affermarlo chiaramente: “Noi non abbiamo altro re che Cesare” (Gv. 19,15).
Quale percorso mentale un uomo deve fare per condannare nel nome di Dio un povero cristo sostenendo poi di avere come unico sovrano Cesare? E’ stato infatti nel nome di Dio, sotto la sua copertura, che si sono sentiti in dovere di metterlo a morte: “Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto figlio di Dio” (Gv. 19,7).
Ma i figli di Cesare non pagano le tasse, le riscuotono. “Che cosa ti pare, Simone? I re di questa terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli altri?». Rispose: «Dagli estranei». E Gesù: «Quindi i figli sono esenti” (Mt. 17,25-26).
Stanti l’autorità e le frasi citate non vorrei che la questione fosse ristretta alle tasse. Qui si tratta di signoria e dipendenza e le tasse sono uno dei luoghi, fra i più sensibili, in cui si avverte chi è il padrone, ma... Dio o Cesare?
A questo punto la nostra brava coscienza (farisaica) non ha dubbi. Tra Dio e Cesare segliamo Dio che d’istinto pare più vicino anche alla nostra coscienza e alla sua libertà. Ma..., c’è sempre un ma di troppo, spesso e sostanzialmente, la volontà di Dio assomiglia alla volontà di Cesare. Per restare alla vicenda evangelica: la volontà di Dio di dare il Figlio ha coinciso con la volontà degli uomini di metterlo in croce. Detto diversamente, dopo che a dodici anni Gesù, ritrovato nel tempio fra i dottori, rivendica la sua autonomia dai genitori perché ha una “sua” paternità, ritorna a casa con loro restando loro sottomesso.
Se pagando le tasse e andando in chiesa la coscienza era prima tranquilla, ora è proprio la coscienza a trovarsi imbrogliata fino al punto da non farci dormire perché pretende una soluzione. L’ipocrisia diventa insostenibile ed è costretta alla sua fine. La coscienza diventa incapace di “tentare”. Si apre invece e con certezza esperienziale lo spazio di Dio in cui anche Cesare è sottomesso. Provare per credere.
Ciò che rimane degno di ascolto diventa colui che sa parlare da questo luogo, questi esprime pienamente la signoria di Dio. Casualmente ieri un documentario sul Kossovo m’ha introdotto nella pulizia etnica in corso, che vede gli Albanesi kossovari sterminare i Serbi kossovari. Nulla di diverso da quanto ogni giorno i media (e per fortuna per ora solo i media) ci sbattono davanti agli occhi; scenari di estrema violenza  Dio e Cesare sono presenti. Dove Dio e dove Cesare?


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