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Giovedì, 01 Maggio 2008 00:00

chi sta in alto?

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Mt 28, 16-20

In quel tempo, gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Mi è sempre difficile tradurre il Vangelo in maniera da renderlo capace di dire la realtà dell’uomo di questo nostro terzo millennio. O, detto diversamente, mi è difficile spiegare (ed è uno dei miei compiti) a coloro cui parlo, il senso del Vangelo scritto duemila anni fa. Le ragioni di questa difficoltà sono tante e non ultima i miei limiti sia nel capire i vangeli che nel capire l’uomo cui mi rivolgo. Di solito do per scontato questo secondo limite presumendo che chi mi ascolta, essendomi contemporaneo, respira la stessa aria, vive nello stesso ambiente, è a contatto con la stessa “realtà”, e perciò lo avverto immediatamente vicino. Altra cosa la comprensione di testi di altri tempi. Prendo ad esempio di queste difficoltà l’Ascensione al cielo di Gesù.
Nelle scritture si passa dal silenzio sul fatto dei vangeli di Giovanni e Matteo, ad una scarna frase di Marco (16,19): “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.”, infine a Luca che, sia nel suo vangelo che negli Atti degli apostoli, lo descrive con tali particolari da poter figurarsi ciò che è avvenuto: (Lc 50-53) “Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio”; (At 1,10-11) “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo.”
Le domande sono: che cosa è avvenuto davvero? Perché alcuni tacciono un fatto così rilevante da essere parte del Credo cristiano? Può essere che il racconto di Luca sia una metafora per dire una realtà altra dall’episodio stesso? E qual è la rilevanza di senso di un tale episodio? Che cosa dice, quale giudizio esprime sull’uomo?
Ricordo che in Israele i turisti possono ancora vedere l’impronta che Gesù ha lasciato sulla roccia nel momento in cui ha preso la spinta per salire in cielo. Leggo invece, da studiosi accreditati per la loro competenza, che l’ascensione non è mai avvenuta nel modo cui siamo soliti pensarla poiché il racconto testimonia la fede, cioè il giudizio che la prima Chiesa formula su quell’uomo Gesù, morto in croce e poi risorto. Non solo i cristiani si accorgono che il crocifisso è vivente, anzi il vivente (risurrezione), ma siede nei cieli sul trono di Dio, è cioè fra le cose più alte che l’uomo conosce, quella che sta più in alto di tutte.
Quell’uomo, Gesù, che ha toccato il fondo della disumanità, di cui l’uomo si vergogna al solo vederlo, proprio costui è l’espressione più chiara della divinità: seduto sul trono di Dio, simile a lui, Dio egli stesso.
Quegli stessi uomini che prima avevano formulato un giudizio di indegnità tale da doverlo crocifiggere, sono gli stessi che ora lo scoprono di statura divina.
Ora, io vivo in un ambiente “cristiano” in cui, prima ancora che potessi fare esperienza di questo cambiamento totale di giudizio, mi è stato detto che quel crocifisso è il Figlio di Dio, e siccome a dirmelo sono state sia le persone a me più vicine, sia addirittura la cultura in cui vivo, magari con dubbi e perplessità, gli ho dato credito.
Ma ora il problema è questo. Un crocifisso qualsiasi di questo mio tempo (e ce ne sono a milioni) ha la stessa statura di quel Gesù oppure no?
I primi cristiani che non avevano né i genitori né tantomeno la cultura a trasmettergli la divinità di quell’uomo, si dovevano trovare nella stessa situazione mentale in cui io mi trovo non di fronte a Gesù, che è uno che sta al centro, sugli altari della mia società, ma di fronte ad un crocifisso del mio tempo, sul quale vedo chiaramente la miseria e non certo la grandezza.
Che cosa dice dunque il “mistero” dell’Ascensione di Cristo?
Se leggo un po’ di storia mi accorgo che l’uomo è stato (e quindi è) capace di crocifiggere altri uomini nel nome di quel “primo” crocifisso (persecuzioni postcostantiniane, crociate, inquisizione, colonialismo...). Ma anche se non conoscessi la storia passata, vivo un’esperienza presente, sono ancora, e non so per quanto, in cultura cristiana, nella quale la divinità di quel crocifisso dev’essere data per scontata e sulla quale non si può dubitare, ma che nello stesso tempo non può ammettere la divinità di un povero cristo, intenta com’è a far sì che i poveri cristi spariscano dalla terra perché non degni della dignità umana.
Spero di insinuarvi pensieri sufficientemente “strani” da essere abbandonati subito, oppure capaci di fermentare qualcosa nel vostro giudizio sulla realtà. La realtà concreta, quella che vivete ogni giorno, perché questi giudizi e non quelli su un uomo di duemila anni fa che né voi, né io abbiamo conosciuto, sono rilevanti per entrare nel “mistero” dell’Ascensione.

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