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Sabato, 01 Marzo 2008 00:00

Beelzebul

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Lc. 11, 14-22

Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate. Ma alcuni dissero: «E’ in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio.

Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino.

Come si può pensare che Gesù scacciava i demoni nel nome di Beelzebul, principe dei demoni? E’ un’accusa mossa a Gesù che ho sempre faticato a capire. Un uomo fa del bene e lo si accusa di farlo nel nome del male.

Può essere per partito preso, e cioè quando abbiamo messo sotto giudizio qualcuno, qualsiasi cosa questi faccia, è sempre fatta male. Il giudizio, sarebbe meglio dire il pregiudizio, ha la caratteristica di non voler essere contraddetto.

Ma nel nostro caso, c’è un qualcosa che sfugge a questa legge, a queste dinamiche ed è proprio il fatto di dover ammettere che Gesù ha fatto qualcosa di buono, ha scacciato un demonio che rendeva muto il posseduto, e il muto si è messo a parlare.

Come mi capita spesso nel leggere il vangelo, quando non riesco a capire un brano o una qualche frase, mi sento provocato a cercare. Addirittura mi pare questa una delle caratteristiche più interessanti dello “stile” evangelico. Sotto la facciata di un procedere semplice, c’è sempre un qualcosa di “detto male” che distrugge la superficiale semplicità, per insinuare realtà ben più profonde.

Insomma, nel nostro caso, per darmi ragione dell’accusa di scacciare il male nel nome del Male, sono arrivato a dover introdurre la croce anche in questo piccolo episodio.

Nella testa di quei tali che lo accusano ci dev’essere stato questo ragionamento: quest’uomo pretende di guarire le malattie nel nome della malattia principale: la morte. L’uomo Gesù che si trovano davanti non è anzitutto il taumaturgo e tantomeno il figlio di Dio, bensì il crocifisso. E come può un crocifisso guarire?

Così l’accusa mi diventa chiara, perché quei tali ragionano come me, come tutti. Se devo incoraggiare qualcuno alle prese con una qualche disgrazia, cerco di confermare le sue speranze (minacciate dalla disgrazia), perché orienti tutte le sue energie al ripristino della normalità. Si sa (o si crede) che il pensare positivo è di molto aiuto nelle avversità. Ma se ad uno che, per esempio, ha perso una gamba, gli dico: oggi potresti perdere anche l’altra, ad un male aggiungerei un male peggiore; con l’effetto deprimente di abbattere le eventuali residue speranze.

Tra questi pensieri naviga gran parte della speranza e della disperazione umana. Qui si scontrano illusioni e delusioni, sogni e realtà, imbrogli e verità. Ed è perfino strabiliante constatare la tenacia dei sogni e delle illusioni contro la “verità”.

Ma tutti si devono inginocchiare alla morte.

La verità diventa, così, brutale quanto è brutale un crocifisso, ed è perciò da evitare.

Chissà qual’era il demone che rendeva muto quell’uomo che viene guarito. Forse era proprio il demone della morte, visto che la morte ha la capacità di toglierci la parola, di renderci muti.

E come parlare dopo la morte?

Ma se il crocifisso non è la morte, allora è altro e quest’altro non può più essere l’ennesima illusione. Dunque che cos’è?

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