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Lunedì, 01 Ottobre 2007 00:00

aumenta la nostra fede

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Lc. 17,10-15

 

 In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.

Vorrei credere che Dio ha fatto un mondo meraviglioso, ma ciò che vedo... Signore aumenta la mia fede!

Vorrei sentirmi parte di un interesse, di un affetto capace di riempirmi il cuore di gioia, ma la tristezza... Signore aumenta la mia fede!

Vorrei essere libero come i gigli del campo e gli uccelli del cielo, ma il lavoro... Signore aumenta la mia fede!

Vorrei lottare contro l’ingiustizia a favore degli oppressi, abbattere i potenti e innalzare gli umili, ma chi sono per... Signore aumenta la mia fede!

Vorrei che mio padre, mia madre, mio figlio, il mio amico guarisse, ma gli vedo addosso la fine... Signore aumenta la mia fede!

Chissà per quale ragione gli apostoli chiedono un aumento di fede e di ragioni ce ne sono senza limiti. Quando l’uomo, qualsiasi uomo, cristiano, non cristiano, ateo, si trova nel bisogno, invoca, spera, cerca, chiede a un Signore dai mille volti e mille nomi di avere la forza per portare il peso della mancanza, del bisogno.

“Signore aumenta la mia fede!” sembra una preghiera giusta, naturale, comprensibile, normale.

Ciò che non è normale è la risposta di Gesù a questa domanda: se aveste fede quanto un granellino di senapa... come a dire: che cosa chiedete di aumentare se non ne avete neppure un po’? Perché se ne aveste anche solo un granellino, potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare e questo vi ascolterebbe.

Una preghiera tanto “cristiana” - Signore aumenta la mia fede! - tradisce il vuoto di un uomo chiuso nella incomunicabilità, nell’incapacità di farsi ascoltare. Già con il Centurione che attestava di avere sotto di sé uomini a cui dire: fa questo ed egli lo fa, Gesù esclama di non aver trovato in Israele una fede quale manifesta questo straniero.

Un granellino di fede dice e viene ascoltato.

Pare giusto concludere che, d’ora innanzi, questa preghiera così naturale non è più da farsi e bisogna eventualmente cambiarla con un “Signore dammi un briciolo di fede!”

Ma con l’arte che è tipica dei vangeli, la questione non è chiusa perché vi aggiungono che se hai un granellino di fede, dopo aver fatto tutto quello che devi fare, devi pensare di essere un servo inutile.

L’“imbroglio”, il nodo si fa inestricabile. Perché servo inutile?

Ho dato da mangiare agli affamati, ho vestito i nudi, ho trasmesso affetto e amore, ho lottato per la pace, mi sono impegnato in politica, ho frequentato la chiesa, ho sostenuto i missionari... Posso ringraziare Dio che mi ha dato la fede ed ho potuto fare tante cose utili, perché devo dire che sono servo inutile? Per umiltà? Non è vero, ma la pienezza della virtù mi impone di dire anche ciò che non è vero?

Prima Gesù mi ha detto che la fede c’è o non c’è, poi mi dice che se ho fede sono un servo inutile. E, come sempre, Gesù non sta a spiegare le sue affermazioni. O si capiscono, si hanno le orecchie per intendere, o non si capiscono, non si hanno orecchie buone.

Secondo me, l’atto di fede, l’aver fede identifica nell’uomo quella possibilità che gli è data di ri-negare se stesso per incontrare qualsiasi cosa che sta al di là di se stesso, che lo trascende. L’atto di fede fa crollare il muro di separazione fra sé e il trascendente, distruggendo la vecchia identità per stabilirne una nuova, quella appunto che deriva dall’accogliere la nuova realtà. Il punto di partenza e di forza dell’uomo di fede è l’amato e non se stesso amante. Ed è vero che quando ciò avviene diventa possibile e necessario dire “sono servo inutile”.

Se io mi misuro per vedere quanta fede ho, metto al centro della mia attenzione me stesso e così facendo di fede non ne ho proprio niente. Se al centro della mia attenzione c’è qualcosa di diverso da me, questa è diventata grande e degna della mia attenzione; e di fronte alle cose grandi siamo inutili.

I predicatori di oggi, spessissimo anche dai pulpiti cristiani, ci bombardano con la necessità della cura di sé, dell’amare se stessi, dell’avere un positivo giudizio di se stessi (non buttarti giù!) e spingono all’autonomia, all’indipendenza, all’affermazione... ad avere più fede. Indicazioni diventate così comuni e universali da rendere incomprensibile il vangelo.

Rinnegare se stessi, disprezzare la propria vita fino a morire, essere servi e per di più inutili, essere obbedienti... non sono neppure pensabili per se stessi.

Ma le cose come stanno in realtà? Serve sapere chi e che cosa siamo?

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