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Giovedì, 01 Marzo 2007 00:00

perché cercate tra i vivi...?

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(Lc 24,1-12)

Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, [le donne] si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno». Ed esse si ricordarono delle sue parole. E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse. Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto.

Non è solo provocazione. Il mistero della Risurrezione è ben altro che una semplice provocazione. Tuttavia, avendone smarrito il senso e subito dopo anche il linguaggio, ci vorrà pure qualcuno che lo risusciti.

Fa un po’ sorridere parlare così della risurrezione. Eppure per un verso è parola ormai consunta, relegata al linguaggio religioso sostanzialmente bigotto; per un altro, per il bigotto che tale non si sente, è un piccolo idolo con scritto in fronte “mistero”.

Fa ridere anche, e non poco, che io pretenda di risuscitarlo. Non perché divento presuntuoso, ma perché è fuori tempo, non serve. Questa è l’aria che mi pare di respirare nelle nostre città “cristiane”.

Ricordo le chiese vuote della Pasqua dello scorso anno. Proprio stamattina sono “inciampato” in un doppio aborto di una signora che prega sempre la Madonna, che vuol bene al Signore, che ha una figlia meravigliosa, che non perde una messa, ecc. Gli aborti non li aveva mai confessati, e questa volta gli sono come scappati tra una virtù e l’altra. Non sono e non siete estranei a queste cose.

Il punto che intendo focalizzare è che, per mille ragioni che potrebbero essere mille ragionevoli scusanti, si sono perse ormai anche le fondamenta della fede e, poiché la risurrezione dell’uomo morto è questo fondamento, proprio intorno alla risurrezione c’è lo spaesamento; meglio il vuoto. E’ diventato un mistero nel senso negativo della parola. Non si capisce niente. La fede non è certo solo un sapere, è anche un vivere quello che si sa. E ci può essere anche chi vive quello che non sa. Se giudico poi le cose a partire dalla Realtà della risurrezione che afferma che in Cristo tutti risorgono, mi accorgo che quanto vengo dicendo è irrilevante e che un giudizio pertinente sull’uomo di fede non è nelle nostre mani. Dio solo sa giudicare con verità queste cose. Tuttavia, perché questa realtà non sia vissuta dall’uomo come una magia, come l’esercizio di forze che lo sovrastano senza o al di là della sua consapevolezza e partecipazione, posso ritenere che questo vuoto chiede d’essere riempito sia dalla conoscenza che dalla pratica.

Se non so (credo - diceva San Paolo) che i morti risorgono, tutto il resto della “fede” è inutile. Ma se so che il morto è risorto, so anche che lui è vivente e che tra quelli che riconosco vivi è il più vivente di tutti. Non si tratta di squallida logica filosofeggiante. Chi è morto è di gran lunga più vivo di me e come tale ha capacità e possibilità superiori alle mie. Tra parentesi, ricordo che San Domenico fra le sue ultime parole ai suoi frati, prima di morire, disse: “Vi sarò di aiuto più da morto che da vivo”.

Il sapere la risurrezione impone quindi una sua gerarchia in ordine alla vitalità che risulta proprio contraria alla gerarchia costruita da chi non sa la risurrezione. Se il morto è l’espressione più alta della vita, l’uomo sano, forte, intelligente, ecc. ne è l’espressione più bassa. Se voglio imparare a vivere, è meglio che ascolti i morti, quali maestri capaci di insegnarmi cose che i vivi ancora non sanno. Se devo avere paura di qualcuno, è meglio che abbia paura di un morto più che di un vivo perché il potere di un morto è incomparabile a quello di un vivo. Ecc.

Sono affermazioni strane (sono buono), ma si capiscono e non sempre quanto più la morte ci si fa vicina e poiché (ancora) tutti moriamo finiamo coll’essere in tanti a capirle.

Quanto detto vale per quanti sanno la Risurrezione e anche per quanti credono di saperla. Per i primi penso a conforto, per i secondi quale stimolo a pensarci. Non vale per chi non sa, non crede e pensa di fidarsi di ciò che vede e non di ciò che non vede. E ciò che vede è che quando uno è morto in lui la vita non c’è più. Il morto non ha più niente da dire, perché non può più dire niente; non ha niente da fare, perché non può più fare niente. Del morto non si ha più paura perché non c’è più... Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è un Dio dei morti e non dei vivi (suggestivo richiamo di Gesù ai Sacerdoti e ai Farisei e non a cultori di scienze “positivisti” e atei, confronta Mt 22,32).

Per costoro la gerarchia della vitalità mette al primo posto l’uomo sano, forte, ricco, intelligente, in una parola potente, e all’ultimo posto l’impotente.

Le gerarchie costruite orientano poi l’attività umana secondo il loro ordine.

Per questi che non credono alla risurrezione, dal punto di vista dei credenti, c’è bisogno della predicazione o dell’evangelizzazione; di qualcuno che dica loro, li convinca, testimoni, che si sbagliano..

Ora, chi in queste cose ha la parola più convincente, più forte, più vera se non il morto? Quale il testimone più sicuro, pulito ed onesto del morto?

Se questi discorsi ve li faccio io che sono “ancora vivo” e per di più frate, potreste sospettare, e a ragione, che mi danno il pane per essere sano, forte, ricco, ecc. La mia credibilità è dubbia e fate bene a non fidarvi. Non credete a me, credete ai morti e a quanto hanno da dirvi.

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