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Giovedì, 01 Febbraio 2007 00:00

allontanati da me

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Lc 5,1-11

In quel tempo, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genesaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d.ora in poi sarai pescatore di uomini». Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Non è certamente una preghiera che si sente rieccheggiare sovente nelle nostre chiese. Nemmeno, a dire il vero, nelle nostre laiche piazze. Anzi, potrei affermare senza tema di essere smentito, che è una preghiera estranea allo spirito del nostro mondo occidentale. Allontanati-da-me non si dice, non va detta né a Dio, né a nessun altro che stia dalla parte di Dio, che sia cioè buono.

Da dei quali siamo, la diciamo in verità tutti i giorni, perché tutti i giorni abbiamo qualcuno da tener lontano, vorremmo almeno saperlo tener lontano. Di nemici che attentano alla nostra vitalità, se non proprio alla nostra vita, al nostro ben-essere, abbiamo piena la testa e il cuore.

Ma allontanati-da-me detto ad un amico, questo proprio non lo diciamo, né possiamo dirlo. Se ci capitasse di pensarlo, un’ombra depressiva - da scacciare subito anche con tonnellate di pastiglie - oscurerebbe la nostra identità. Se Dio è o fosse con noi (per quelli che ancora pensano a Dio) dovremmo splendere come il sole; o, detto con parole più semplici e farisaiche, dovremmo essere qualcosa e qualcuno: figli di Dio si usa dire.

Sappiamo che le pastiglie come il bicchiere di vino sono impalcature estreme cui ci si affida per sorreggere una struttura che ha perso la sua stabilità. Prima di arrivare alle pastiglie l’uomo si affanna in laboriosi tentativi, in pensieri e opere, per trovare quel bandolo della matassa che gli permetta di sussistere almeno giusto il tempo dei quattro anni che gli stanno davanti. In questi tentativi non c’è spazio per un allontanati-da-me.

E questo è davvero triste, depressivo e distruttivo. Perché?

Perché il non riuscire, non volere, non poter dire allontanati-da-me, è il più radicale imbroglio in cui si possa entrare. E’ la negazione di quel momento originario capace di porre in una giusta, corretta e reale relazione l’uomo col suo ambiente. Non sto dicendo cose eccessive.

Considerate la frase allontanati-da-me detta ad un amico, ad un grande amico, ad uno che se non ci fosse avremmo l’amaro presagire di non esserci neppure noi, tanto è vitale la sua presenza amica. Proprio a lui si dice allontanati-da-me. Perché nascano queste parole ci vuole la consapevolezza di due cose: la prima di non essere niente e la seconda che l’amico è tutto. Dicendogli allontanati-da-me gli si sta dicendo: tu sei la cosa più grande che ho, non sono degno di starti vicino, la mia presenza offusca la tua grandezza, ti faccio ombra.

Una negazione così esplicita di se stessi sta in piedi solo in forza della presenza dell’amico. L’amico permette una consapevole negazione di se stessi. Non che i rapporti umani vivano di questi sentimenti, ma questi sono la loro pietra angolare. Allontanati-da-me si riesce a dirlo solo nel momento più alto e consapevole del rapporto.

Al contrario, nel vortice competitivo della nostra società, proprio questa negazione di sé è il nemico da scacciare a tutti i costi. E ciò manifesta quanto l’uomo avverta come ostile l’ambiente che lo circonda. Quando ero piccolo, quarant’anni fa circa, ancora si sentiva predicare il “rinnegamento” di se stessi. Non la negazione di se stessi, ma la ripetuta e continua negazione di se stessi ed effettivamente il rinnegare se stessi è parola che compare più volte nei vangeli. Oggi la proclamazione di questa parola è stata sostituita con “l’amare se stessi”, che per altro non trova nessun riscontro nei vangeli. (Amare il prossimo come se stessi coincide con il rinnegare se stessi e non con l’amare stessi. So che è una parentesi che avrebbe bisogno di spiegazioni più estese, vista la pressoché generale assunzione di questo basilare principio morale all’interno dell’amare se stessi). Ripeto, mai i vangeli incoraggiano, consigliano, esortano ad amare se stessi.

Ora, tanto più sembra allargarsi il fenomeno della depressione, malattia del secolo dice qualcuno, tanto più si fa impellente l’esortazione ad amare se stessi. Quanto più l’uomo si avvicina alla consapevolezza di non essere niente, tanto più si vuole contrastare questo sapere con l’opporgli la sua dignità. “Tu sei così importante da essere degno di volerti bene”. “Non sono veri tutti i pensieri che fai sulla tua insignificanza, perché sei questo e quello, sai fare questo e sai fare quello, sbagli a buttarti giù, devi amarti di più...” Con le pastiglie a frenare l’incandescenza di un dramma insostenibile.

A dire il vero non è che Pietro si sia impegnato a mo’ di esercizi virtuosi nel rinnegamento di se stesso: esercizi subdoli, tentativi raffinati e ipocriti in cui una qualche parte di noi dovrebbe saper sussistere alla nostra negazione. Semplicemente se n’è reso conto, costretto dal confronto tra la sua mancata “pesca” e la “pesca miracolosa” del suo amico.

Voglio dire che rinnegare se stessi non è spontaneo. E neppure una meta da perseguire e raggiungere. E’ piuttosto la constatazione di una realtà, possibile in un buon rapporto. Elemento indispensabile di un buon rapporto, dato che permette lo stupore e la meraviglia verso l’altro da se stessi. E’ la signoria dell’altro. Detto con parole consunte e desuete, è la grazia, la situazione che diventa un’esca, una rete per pescare uomini. Allontanati-da-me è la chiave del predicatore, del missionario, del cristiano, della Chiesa per “pescare” l’uomo.

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