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Giovedì, 01 Giugno 2006 00:00

fate quello che voglio io

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Gv 15,9-17

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato me, così anch.io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.”

Nelle due brillanti ed originali paginette che, nello Zarathustra, Nietzsche dedica all’amicizia, c’è un’affermazione, una ragione per cui vede impossibile l’amicizia nelle donne, ed è questa: “Per troppo tempo si celò nella donna uno schiavo e un tiranno”. Infatti aveva appena stabilito: “Sei uno schiavo? Allora non puoi essere amico. Sei un tiranno? Allora non puoi avere amici.” Non so se sono buon interprete di Nietzsche, però leggendo il vangelo di Giovanni mi pareva di riscontrare esattamente l’opposto. Gesù dice: “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.”

Un’espressione più “tirannica” di questa è difficile da pensare. Dire ad uno: “Tu sei mio amico se fai quello che ti comando io”, suona male alle nostre orecchie e per tante ragioni; e con altrettante ragioni siamo d’istinto capaci di esorcizzarne il senso, annacquarne il potere.

Intanto, non possiamo pensare che Gesù fosse un tiranno. Poi il contenuto del suo comando è una cosa buona (amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati). Infine, Gesù è pur sempre Dio e, si sa, Dio può comandare e fare quello che vuole. Così questa affermazione di Gesù, come tante altre, ormai scivola sui nostri padiglioni auricolari e possiamo continuare il nostro cammino senza particolari turbamenti. Gesù poteva permettersi queste affermazioni, ma io o qualsiasi altro uomo no. C’è poi la sapienza pressoché generale che suggerisce una “parità” ed una “reciprocità”, tolte le quali è tolta anche l’amicizia. Schiavo e tiranno non possono vivere questo esaltante e puro rapporto umano.

Come ho raccolto nel vangelo l’elemento tirannico, è giusto non tralasciare quello che riguarda lo schiavo. Gesù dice: “Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici.” Anche qui l’esaltante pensiero di poter morire per qualcuno, piuttosto che morire a casaccio, probabilmente impedisce di avvertire il peso del perdere la vita e quale grado di sottomissione esso implichi.

Eppure a ben vedere, se uno mi vuol essere amico e non fa quello che voglio io, è perché ha da fare altro per sé o per altri, dunque sarà amico d’altre cose e non amico mio. Viceversa se voglio essere amico di qualcuno, sono pronto a fare quello che mi chiede, perché tutto ciò che faccio al di fuori delle sue richieste si iscrive nella mia amicizia per altro od altri.

Forse dovevo premettere a questi discorsi che nessuno dei quattro che ho chiamato in causa (Nietszche, Giovanni, Gesù ed io), parlando di amicizia sta parlando del mercato. Anche il mercato, come l’amicizia, è una grande realtà umana; ed effettivamente il mercato chiede parità e reciprocità.

Ora, che Gesù affermi: se vuoi essere mio amico, devi fare quello che voglio io, abbiamo visto che non ci preoccupa tanto. Lui è Dio. Ma io che sono un uomo, come faccio a dirlo? Non solo sono un uomo, ma non sono neppure tanto fatto bene come uomo. Il mio volere è facilmente confondibile con le mie voglie. Se avessi questa pretesa, non sarei semplicemente un superbo e tanto più superbo, fino alla megalomania, quanto più estendo la richiesta ad ogni mio volere? Dunque sto zitto e non dico queste cose a nessuno. Viceversa sono prudente nel dichiarare la mia amicizia a qualcun altro perché, sempre sapendo d’essere un uomo fragile, non so promettere ad altri un’abnegazione tanto radicale.

Per affermare qualcosa dei due opposti ho bisogno di vedermi un po’ divino. Tanto più divino mi vedo, tanto più mi viene spontaneo esercitare in tal senso la mia volontà. La cosa si vede bene nei “grandi” della storia, nella presunzione degli “unti”.

Secondo me, a questo punto, non abbiamo ancora raggiunto il fondo della questione. Mi pare d’intuire che c’è ancora qualcosa da dire sull’amicizia, che ancora non so dire bene, questo: io, proprio perché non sono niente, ho l’autorità di imporre la mia volontà, e tutto (Dio) si sottomette a me; e, viceversa, io sono sottomesso non a Dio, ma all’insignificante stupida mosca che mi costringe alla sua presenza. Se capisco che è vera questa seconda parte del discorso, che così è la realtà, sono costretto alla gioia perché tutti i nemici si sono dileguati mostrandomi il volto della loro amicizia. Mi trovo in quel punto in cui Io sono nel Padre e il Padre è in me. (L’ho detta grossa).

Spero di non essere salito su una montagna troppo alta dall’aria così rarefatta da togliere il respiro. Si può scendere a valle e tentare con parole più quotidiane di descrivere la violenza e la pienezza dell’amicizia; ed anche quando, dove e come si manifesta, sempre distinguendo la valle dal mercato e accorgendosi che il mercato lo si abita senza poter vivere di esso.

Posso o non posso benedire chi mi distrugge? Se posso, chi mi dà questo potere? E se non posso, chi mi dà questa impotenza?

Tutto ciò pare filosofia, mentre la realtà è che io vivo con P. Ennio, P. Domenico, Lucia, Irene, Pier Paolo... a Novara... in Italia... nel mondo. Ringrazio il Padre eterno.

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