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Mercoledì, 01 Giugno 2005 00:00

unti di dio

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Gv 6,51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla dei Giudei: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

Io sono il pane vivo disceso dal cielo”, diceva Gesù di se stesso. Un “io sono” che equivaleva a “Io sono Dio”. Da questa affermazione Gesù traeva poi le conseguenze. Tra queste una è che l’uomo conosce Dio solo attraverso di lui e un’altra è che la vita (eterna) l’uomo ce l’ha solo attraverso di lui.

Gli uomini non gli hanno accreditato queste affermazioni, l’hanno ritenuto un blasfemo, tale da meritare la condanna a morte. Anche i suoi (gli apostoli), chiamati in giudizio da “servette”, hanno dichiarato con piena ed avvertita coscienza (tre volte Pietro prima del canto del gallo) di non conoscerlo, consegnandolo al suo destino.

Successivamente all’esperienza della risurrezione, gli apostoli, e con loro e dopo di loro i “cristiani”, riconoscono la ragionevolezza di una tale identità o, quantomeno, la credono vera per tanti motivi.

Ma un uomo qualsiasi chi è e donde viene? A quali obiezioni andrebbe incontro, quali garanzie dovrebbe dare se affermasse come Gesù un “Io sono” (e le relative conseguenze)?

Mi pare chiaro che porre il mistero dell’incarnazione sulle spalle di un uomo qualsiasi piuttosto che su quelle di Gesù avrebbe un indubbio vantaggio: diventerebbero comprensibili le ragioni per cui Gesù è stato messo in croce; si colmerebbe la distanza che ci separa dai sommi sacerdoti, dai farisei e in genere dagli ebrei del tempo di Gesù, e ci troveremmo in sintonia con i loro stessi pensieri.

La storia è piena di “unti di Dio” (cristo vuol dire unto da Dio). Senza andar lontano il nostro Presidente del Consiglio vanta quale prova l’impero Mediaste, e molti gli credono. Ma un uomo qualsiasi che cosa può vantare? I vari Mussolini, Hitler, Bush hanno imperi alle loro spalle. Ma l’anonimo insignificante “pover’uomo”? I faraoni o gli imperatori romani vantavano la divinità, non certo i loro sudditi. In ambiente induista, ogni tanto compare un “sua divinita Tizio, Caio o Sempronio”, Sai Baba per esempio ha poteri straordinari, non umani, per i quali non trova assurdo pensarsi la reincarnazione di un Dio. Anche in ambiente cristiano il papa lo si venera con l’appellativo di sua santità, la cosa non ci disturba quanto ci disturberebbe applicare lo stesso titolo ad un vagabondo qualsiasi. Pare insomma che rappresentatività del divino e potere vadano spesso a braccetto.

Non ci sfugge tuttavia il fatto che non c’è paragone fra la megalomania di Gesù e la presunzione di tutti gli altri cristi. Gesù si pensa coestensivo a Dio e non solo unto o profeta di Dio. Non si ricorda uomo sulla faccia della terra che si sia espresso quanto lui nel dichiarsi al centro di tutto. Perfino il Padre gli diventa secondario, visto che chi non conosce lui non conosce neppure il Padre e, ancora, chi ha visto lui ha visto il Padre. Ma lo sgomento raggiunge il suo vertice quando a garanzia, prova, della verità di quanto presume d’essere, si mostra morto sulla croce. Come si fa a riconoscere l’Io sono di un uomo impotente quanto può esserlo un morto in croce?

Sarebbe giusto aprire qui una parentesi sui miracoli di Gesù, ma diventerei prolisso. E’ sufficiente forse notare che la fede genera i miracoli, non viceversa.

Ora, se è vero che non posso paragonare l’essere-nessuno di un uomo qualsiasi con la grandezza dei grandi protagonisti della storia, posso invece cogliere una stretta similitudine tra il niente di questo “nessuno” e il niente di un morto in croce. Dunque: Io sono, e chi non conosce me non conosce neanche il Padre; chi mangia la mia carne vivrà in eterno… e il resto a seguire, potrebbe dirlo con più pertinenza l’uomo che non è nessuno.

Paranoie? Certo. Certamente domande strane e strano il modo di affrontare l’intelligenza della fede, anche se mi sento in compagnia di milioni e milioni di uomini. “Ecco l’uomo” diceva Pilato presentando alla folla il condannato. E quanti sono i condannati?

Queste domande hanno un altro vantaggio: penetrare l’ipocrisia del cuore umano, che è quasi impenetrabile per la straordinaria capacità che dell’uomo di costruirsi i suoi dei. E un Dio resta tale finché non muore. Solo allora l’imbroglio diventa visibile.

Provate infatti a mettere insieme il volto di quell’ “Ecce homo” del vangelo di Giovanni con il volto dell’ultimo cristo che regna tra noi. Quest’ultimo dev’essere moderno, democratico, laico, libero, sano, politicamente impegnato, intelligente, capace...

Davvero, il nessuno è Dio.

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