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Venerdì, 01 Ottobre 2004 00:00

a mani vuote: quadrature e arrotondamenti

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La matematica mi piaceva e a scuola ero bravo, ma quando mi trovo a fare i conti della vita non mi tornano mai, non quadrano. E devo arrotondare. Ho imparato anche l’arrotondamento, ma non sempre mi riesce. E qui nasce la domanda fra le domande: da dove viene l’arrotondamento? Dove pescare il “quantum” capace di tamponare i buchi che rendono mancante il totale?

Per un po’ mi diletto o mi arrabbio nel frugare nelle tasche altrui per rintracciare la refurtiva che ladri senza scrupoli hanno sottratto e nascosto, ma, non so come, anche questa fatica mi restituisce una mancanza.

In questo genere di calcoli poi sono diventato un veterano, nonostante ne abbia vista l’inutilità e soprattutto ne abbia sperimentato la vergogna. Invecchio, divento un esperto, e resto inutile e svergognato. Ecco l’anima della mia depressione, così chiamano oggi quel che ieri dicevano peccato.

Dunque il problema che mi resta, e lo formulo ora in un altro modo, è come ho potuto e posso vivere da inutile e in compagnia della vergogna?

A volte poi sono così megalomane da sospettare che questo problema sia il grande problema dell’Occidente, di quell’Occidente almeno che non riesce più a raccontarsi favole per vestirsi e coprire la sua inutile e vergognosa nudità. Un felice eufemismo chiama questi sospetti sintonia ed è anche la ragione per cui ve ne parlo.

Eppure sono e sono qui. Dunque… l’arrotondamento.

Per non essere dispersivo o almeno prolisso, ritaglio per l’occasione solo alcuni momenti di una storia che a ben vedere ha l’estensione di tutta la mia storia e non vi sfugga che parlo dell’arrotondare in termini di storia. L’arrotondamento infatti è qualcosa che trascende la storia in tanti modi, ma la sua trascendenza mi pare spesso, per me e per molti, ancora parte di quei calcoli il cui unico benefico approdo è appunto l’arrotondamento. Meglio stare coi piedi per terra, come si suol dire.

Novara era una città conosciuta alle elementari o forse alle medie studiando geografia. Ma qui vi avevano messo piede P. Ennio e P. Giuspin e mi aspettavano. E venne Itala e poi Carlo e Antonio. Com’era stanco il sonno di Antonio! E Vincenzo. Poi Domenica, Giovanni. Che agonia quella di Giovanni! Per farmi capire lo schifo della sua vita osò e tentò di abbracciarmi. Non ne fui capace e tornò ad essere bambino. Pierpaolo mi diede l’intelligenza, mentre Lucia la paternità. Irene andava, doveva andarsene. Vennero anche Gigi e Stella e chissà dove sono. Ezio, Sandra,… Non posso mettere tutti i nomi. Non è lunghissima la lista, ma può stancarvi.

Contemporaneamente ascoltavo soprattutto la Scrittura: “Tu non vuoi che le opere della tua sapienza siano inutili. Per questo gli uomini affidano le loro vite anche a un minuscolo legno e, attraversando i flutti con una zattera, scampano” (sta sul frontespizio di questo giornalino). E’ la felice metafora della zattera che oltre a dire l’arrotondamento, indica anche il dove si trova e il come lo si incontra.

Ho anche un quaderno su cui registro la drammatica tenerezza degli anziani, di alcuni anziani. Ne ho registrato la tenerezza, e anche il loro nome. Non l’avrei mai pensato, tra questi nomi ci sta mio padre Pietro.

Non voglio però portarvi nel cosiddetto mondo della poesia a meno che non siate colti abbastanza per sapere la produttività della poesia (poieo = fare).

Spero di non risultarvi difficile in questo mio parlare. Non riesco a fare di meglio, perché la mia mente calcolatrice si ostina a rifare continuamente i conti e vorrebbe farli tornare.

Prima di chiudere, non posso tralasciare la più eccelsa delle grazie, quella più patologica che, proprio perché tale, rende del tutto impotente ogni calcolo. Sta scritta nelle onde tempestose che vogliono distruggere la zattera. Onde che hanno nomi e volti, ma che hanno così impregnato il legno della zattera da confondersi con la mia stupida volontà di calcolo. A sera, avere le mani vuote non è la peggiore delle disgrazie.

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