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Martedì, 01 Giugno 2004 00:00

il figlio dell’uomo non ha una pietra dove posare il capo

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Lc 9,1-11

Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.

Ricordo ancora una lettera che mi scrisse un amico da Dubrovnik, quando la città era assediata e le bombe piovevano su di essa ininterrottamente, per mesi. La ricordo ancora perché mi sembrò e continua a sembrarmi paradigmatica dello spirito umano, della sua miseria, ma anche delle sue risorse, sebbene in questo secondo caso (risorse) ci sarebbe da spendere una parola per capire quanto e come sono “sue”.

L’amico notava che in un primo tempo, sotto le bombe, era cresciuta la fede. La gente pregava. La paura spingeva molti nelle chiese, il grido a Dio saliva sempre più chiaro e più forte. Ma le bombe continuavano a piovere. Dio non le fermava. Crisi religiosa: se Dio c’è e Dio è buono, non può permettere le bombe. La logica umana è semplice, rigorosa e stringente. Se le bombe continuano a cadere, o Dio non c’è; o se c’è, non è buono.

E le chiese si svuotarono. A Dio si smise di pensare. Tempo perso.

Incominciò allora una seconda fase nella quale, sempre sotto le bombe, la gente cercava in tutti i modi di trovare soluzioni per difendersi e per fermarle. Ma, data la situazione, anche l’impotenza umana si rivelò in tutta la sua drammaticità. Era possibile per chiunque e in qualsiasi momento essere scoperti e travolti dal terrore di una bomba. Uno usciva di casa o dal nascondiglio e non sapeva se vi avrebbe fatto ritorno. Tutti si trovavano nelle stesse condizioni. Erano venute meno tutte quelle differenze che gli uomini sanno costruire in tempi migliori.

E venne un terzo tempo, strano, perché non pensato né atteso.

Il mio amico era lui stesso meravigliato nel raccontarmelo. Una sorta di solidarietà spicciola, fatta di piccole cose. Una capacità di aiutarsi, che non era coraggio né interesse, cominciò a diventare il comportamento di tutti. Esaurito o perso il senso della vita, venute meno tutte le ragioni che di solito orientano e sostengono un comportamento, perse persino le difese o la fiducia di potersi in qualche modo difendere, sempre sotto le bombe, si manifestava una reciproca disponibilità difficile da spiegare.

Di contro penso ai capponi di Renzo che va dall’Azzeccagarbugli. Ma quelli non sapevano che sarebbero finiti insieme in pentola.

Ebbene, perché rievoco questa storia a proposito di un vangelo che parla di “seguire Gesù”?

Per una specie di sogno che coltivo verso un mondo pacifico al quale Gesù saprebbe condurre? Per nostalgia di un tempo o di un mondo che non mi ritrovo tra le mani? O è tristezza, rabbia, comunque estraneità ad una società che nella sua violenza ha il sapore delle bombe? Se è così, devo ammettere che ho ancora tane, nidi e pietre su cui posare il capo. Non sono ancora al terzo tempo della storia. Dio è morto, questo l’ho visto. L’orgoglio umano è morto, anche questo l’ho visto. Ma dove vedere colui che non ha una pietra dove posare il capo?

E ora sparo un po’ a casaccio. E aspetto il tempo in cui non saprò più sparare.

Ma voi che credete e che perciò parlate, e voi che non credete e che perciò parlate, ditemi: chi state ascoltando per dire quel che dite?

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