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Giovedì, 01 Aprile 2004 00:00

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Gv 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; và e d.ora in poi non peccare più”.

Famosissimo questo brano del vangelo sulla donna adultera. Conosciuto ben al di là dei frequentatori delle scritture, e giustamente, per mille ragioni. Si narra di una povera adultera salvata dalla violenza della “morale”. Icona del perdono estensibile da Dio ad ogni uomo e ad ogni situazione.

Commentandolo su questo nostro giornalino di Pasqua, vorrei fare alcune considerazioni, appunto, pasquali. Provo a leggerla dal punto di vista del mistero pasquale di morte e risurrezione, intuendo che così facendo, questo emblematico episodio della misericordia può suggerire qualcosa di nuovo e di una novità non marginale.

Intanto è bene sfrondarlo di tutte le caratteristiche “religiose” per vederlo come una situazione che si può verificare anche a Roma o Pechino.

L’Evangelista ci racconta di un uomo che riesce a togliere dalle mani degli aggressori una loro vittima. Sottolineo “un uomo”, per non cadere nel fideismo nel quale si ritiene che Gesù, essendo Dio, poteva fare questo ed altro.

È nella esperienza di tutti che fatti di questo genere si riscontrano tutti i giorni ed in ogni parte della terra, e spesso il loro numero è ben superiore a quelli che avvenivano al tempo di Gesù. Vi sono dunque vittime che cadono sotto i colpi di coloro che si credono e si sentono “giusti”, che uccidono con la “coscienza” a posto, convinti di non aver nessun peccato da pagare. Vittime che non hanno alcun salvatore che intervenga a liberarle. Di più, la storia dice che a cadere sotto i colpi dei violenti, molto spesso, non sono i colpevoli (adultere), ma innocenti e sempre senza che intervenga nessuno - nemmeno Dio- a liberarli.

Di certo esiste una differenza tra essere dalla parte degli accusatori, da parte della vittima, o da quella del salvatore. Ci deve esser un modo di pensare, di vedere e giudicare le cose che mette ciascuno dei tre attori su strade differenti. Questo elemento penso sia “l’esperienza pasquale” vissuta o non vissuta. Mi spiego: è semplice comprendere che per risorgere è necessario prima morire. Chi non è morto non ha bisogno di risorgere. Così noi abbiamo prima il tempo della quaresima e poi quello della pasqua. Diciamo che prima Gesù è morto sulla croce, poi, dopo tre giorni, è risorto. Nelle vicende umane, ogni cosa ha un prima e un dopo. La successione degli eventi la riscontriamo nel mondo che ci sta di fronte, attraverso il quale guardiamo ogni cosa e la valutiamo. Il tempo impone un modo di pensare, di ragionare e di vivere.

Mi domando: E’ possibile guardare le cose non legate alla temporaneità? E com’è questo sguardo?

Nel tempo si parla di eterno. Tuttavia, le coscienze più avvedute ci dicono che dell’eterno si può parlare al più per analogia, somiglianza, similitudine; non per esperienza. Per esempio, noi affermiamo che Dio è eterno, ma non sappiamo bene che cosa intendiamo quando parliamo di Dio e dell’eternità, perché da parte nostra sono inconoscibili.

L’uomo riesce effettivamente a veder la realtà delle cose del mondo, o non è come dentro una caverna, per cui vede le ombre proiettarsi sulle sue pareti mentre la realtà è altra?

La questione è vecchia quanto l’uomo, ma ve la ripropongo a partire dal mistero pasquale, perché ho l’impressione che le ombre della secolarità (del tempo) avvolgano anche questo mistero impedendogli di dire quanto invece ha da dire.

Una delle espressioni dei vangeli che mi sembrano più chiare nel dire che cos’è la resurrezione e mostrarcene la realtà alla luce dell’eterno, la trovo nel vangelo di Marco che ci tramanda la conversione, il ripensamento del Centurione romano che vedendo Gesù morire esclama: questi è …l’eterno. Attenzione! Il Centurione non ha atteso di vedere il crocifisso risorto, non ha chiesto come l’Apostolo Tommaso di metter il dito nelle sue piaghe, ma in quel crocifisso ha visto il figlio di Dio.

Torniamo al nostro episodio dell’adultera perdonata.

Il ragionamento degli accusatori, che vedono con la sapienza “del tempo”, non fa una piega. E’ logico e sequenziale sotto tutti i punti di vista. Ciò che vedono è il male e il male va tolto perché regni il bene. (Non evadete dal problema pensando che in fondo l’adulterio è un piccolo peccato sproporzionato alla lapidazione. All’adultera sostituite un pedofilo e così ritornate al senso della questione).

Ora, quell’uomo Gesù, più in generale il salvatore di queste situazioni, per opporsi alla “stringente logica” degli accusatori, deve avere un altro punto di vista. Costui vede un’altra realtà nel nome della quale si oppone. Ed effettivamente abbiamo che Gesù, dell’adultera, vede anche la sua bontà, come degli accusatori “ombrosamente” giusti vede l’adulterio. E notate che il perdono all’adultera non viene in conseguenza di un pentimento. Prima si pente e, visto il pentimento, le viene accordata la grazia. No, prima è graziata, poi si lascia supporre che probabilmente si sarà pentita o si pentirà. Lo sguardo di Gesù, simile a quello del pagano di fronte alla croce, vede nella morta adultera la vita della risurrezione. Perché ciò accada è necessario che il tempo sia finito, e sia cominciato l’eterno. (Il finire del tempo e l’incominciare dell’eterno diventano naturalmente modi di dire, perché in realtà sono coesistenti). Questo è il modo di guardare di Dio questo mondo, che tradotto in parole giovannee diventa l’accorgersi che Dio ci ha amati per primo e che in questo, e solo in questo, sta l’amore. Altri modi di guardare o altri modi di amare non sono un vedere e neppure un amare.

Dovrei spendere ancora qualche parola sull’adultera-vittima e di più sugli innocenti-vittime richiamati all’inizio. E’ sbagliato pensare che essi e solo essi sono i viventi?

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