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Giovedì, 02 Ottobre 2003 00:00

un volo in Argentina

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Il fatto: P. Ennio è stato invitato a presiedere il Congresso Nazionale Argentino del Rosario, organizzato dalla Diocesi di Cordoba, dai Padri domenicani e dai Focolarini …e io l’ho accompagnato.

Mi capita d’essere ansioso quando sono coinvolto in qualcosa di importante, ma da accompagnatore ad osservatore il passaggio è stato molto lineare: così dunque ho seguito il “viaggio” di P. Ennio in Argentina, a partire dall’entusiasmo per l’onore dell’invito che ha ricevuto, misto alle preoccupazioni e alle ansie colme del senso di inadeguatezza che ne precedettero la partenza, fino ai postumi del ritorno carichi di ricordi, ma soprattutto di volti e di una terra che dal fondo dell’altro emisfero gli è diventata vicina.
Certo parlo di P. Ennio e degli Argentini, uscendo dalla mia marginalità solo nella misura in cui, ora più coinvolto, mi rivolgo a voi informandovene.
Un infelice biglietto d’andata ci ha portato a Cordoba dopo 25 ore di viaggio per le lunghe soste a Madrid e Santiago del Cile. Una “delegazione” di tre vetture ci aspettava all’aeroporto di Cordoba e ci ha accompagnato al convento nel pieno ed antico centro della città.
Nello stile dei domenicani del sud, l’accoglienza è stata subito e sempre in tutti i conventi che ci avrebbero ospitato, discreta e calorosa. E con questi due termini intendo dire la forma d’ospitalità migliore che conosca. Discreta perché ci si poteva muovere come in albergo, nella massima autonomia e calorosa per contrastare l’anonimato alberghiero in un rapporto d’interesse e cortesia più che fraterno.
E mentre P. Ennio, nei giorni che precedettero il Congresso era alle prese con gli organizzatori, coi giornalisti, con la gente che numerosa frequentava il Santuario della Madonna del milagro (patrona della città e amministrato dai domenicani), intento a familiarizzare con un ambiente nel quale doveva inserire la sua parola, io ho avuto modo di gironzolare per le strade affollate del centro.
Europa, Italia e Spagna del sud ancora vergini dalla recente immigrazione che sta rendendo le nostre città “multietniche”: questa la prima inattesa “scoperta”. Cordoba, ma poi Mendoza, San Juan, La Rioja, Tucuman… fino a Buenos Aires, sono tutte città europee. Lingua, popolazione, strade, negozi, … un italiano è a casa sua.
E venne il giorno del Congresso.
A Santa Teresa un migliaio di persone in parte con 8, 10, 15 ore di pullman sulle spalle.
Un trionfo. La calca di gente a chiedere la firma, ad avvicinare e toccare. Ed io ero confuso. Contento e confuso. Anch’io sono predicatore e, probabilmente per deformazione professionale, l’angolo di osservazione e di ascolto di ogni altro predicatore suppongo sia particolare. Comunque sia ne sono rimasto coinvolto.
Come a partire da un argomento quale il Rosario, una preghiera che sembra del tutto accessoria al mercato di questo nostro mondo, non solo, marginale anche ad ogni altra questione compresa quella religiosa dell’uomo di oggi, P. Ennio sia riuscito ad entrare nel cuore degli Argentini, questo mi confondeva.
Contento naturalmente perché vedevo il coronamento di una fatica che da qualche mese gli doveva aver disturbato anche il sonno di qualche notte.
Il successo della conferenza ha spalancato le porte già aperte dagli incontri personali dei giorni precedenti il congresso, alla richiesta di successivi incontri in quelle città che avremmo visitato in seguito e dalle quali erano venute rappresentanze più o meno consistenti. Per P. Ennio la fatica si prolungava.
Devo tagliare per non costruire un romanzo, ma non senza spendere una parola sull’Argentina, o meglio sugli Argentini, compresi i domenicani argentini.
Ero partito con delle attese costruite attraverso le notizie che di tanto in tanto i media riversano in casa nostra, soprattutto da quando l’Argentina è entrata in una crisi che pare drammatica. Sono tornato con una specie di strana nostalgia.
Forse perché il dramma della situazione stava nel sottofondo del mio sguardo, il fatto è che non ho avuto nessun riscontro disperante o disperato. Forse perché all’uomo quando è nel bisogno sopravvengono risorse sconosciute. Forse per una o tante delle mille ragioni per cui accadono le cose, il fermento vivo e vitale che sta animando il popolo argentino è incommensurabile alla decadenza dello spirito che aleggia quantomeno in Italia. Il fermento dell’Argentina ha il sapore dell’infanzia e tante piccole o grandi cose che non ho avuto modo di scrivere si perderanno certo con la sua crescita, ma ditemi, il cuore di bambino non sta davanti all’adulto come una sua meta?

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