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Sabato, 01 Giugno 2002 00:00

gli operai sono molti e la messe è poca...

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Mt 9,36 - 10,8

Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

C’è un luogo comune diventato pressoché unico in questi ultimi trent’anni di “crisi vocazionali” nella chiesa, un luogo nel quale si sono stabilite alcune uguaglianze, identità, che finiscono per limitare il senso di alcuni passi evangelici. Significativo è proprio questo passo degli “operai” e della “messe”. Gli operai sono i preti e, al più, i religiosi; la messe sono i fedeli e, al più, l’umanità.

Provocatoriamente, quel tanto che basta per uscire dai luoghi comuni che in genere sono paludi in cui stagnano le perversioni umane, proviamo a prendere in considerazione il vangelo e a metterlo a confronto con questo luogo comune, ma soprattutto, che è poi la parte che ci interessa, con la realtà di questo nostro mondo.

Nel titolo a questo articolo ho rovesciato le parole di Gesù certamente per colpire, ma non per gioco, anzi con molta serietà, pensandolo più adeguato a dire quanto Matteo voleva dire (e quanto colpisca lo sapete dalla vostra reazione).

Riprendiamo il vangelo e proviamo ad ascoltarlo: “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore”. In questo primo versetto si gioca tutto il senso successivo del brano. Chi è quel Gesù che vede, che ha compassione e che poi parla, e chi sono le folle cui si rivolge? E’, naturalmente, Dio che dall’alto della sua statura può permettersi la compassione verso l’umanità che sta nel basso della corrispondente statura umana.

Ma proviamo a metterlo sulla croce e da qui farlo parlare. Il crocifisso vede le folle ed ha compassione. In questo caso Gesù sta sotto, in basso, schiacciato dalla violenza che si abbatte su di lui, e vede le folle che sono in alto e lo stanno torturando fino alla morte; per queste folle ha compassione e dice ...sono pecore senza pastore, perdona loro perché non sanno quello che fanno.

(Non vi sembri un’operazione strana questa di anticipare il crocifisso nel tempo precedente alla crocifissione, quando Gesù si presenta come un maestro e un valido maestro, capace persino di miracoli; è più corretta di chi ne anticipa la divinità, essendo quest’ultima posteriore alla crocifissione).

Dunque ci troviamo di fronte ad una strana compassione, una compassione da parte di un condannato a morte verso i suoi accusatori. La compassione di uno che ne ha abbastanza da pensare al suo male per poter pensare a quelli che stanno bene...

Si rivolge perciò ai suoi discepoli dicendo: “la messe è molta, ma gli operai sono pochi, pregate...”

Chi sono i suoi discepoli? Chi può essere un discepolo del crocifisso se non uno avviato alla stessa sorte, che percorre la stessa strada, che ne capisce i discorsi perché vengono dallo stesso punto di vista, dalla stessa esperienza?

Pur nella nostra “compassionevole” confusione (quella stessa che traduce operai in preti ecc.) rimane un tarlo che ci viene regalato proprio da quella parte di noi che non vorremmo e che a tutti costi cerchiamo di eliminare (la nostra croce) e questo tarlo ci suggerisce una giusta vicinanza, un giusto riconoscimento di chi sono i discepoli di Gesù. La televisione, se non proprio una qualche “disgrazia” personale, ci porta in casa continuamente le storie di milioni di oppressi che soccombono innocenti alla violenza, e di questi pensiamo e diciamo che sono poveri cristi. E ci indoviniamo, anche se questa consapevolezza ha appunto la dimensione di un tarlo, perché da un morto di fame, quando siamo sazi, non cerchiamo compassione.

(Mentre sto scrivendo la radio annuncia che su Pratica di Mare sono stati blindati i cieli con tornado che non scendono mai a terra neppure per il rifornimento, mentre a terra un’armata di quindicimila uomini controllano il territorio per salvaguardare l’incolumità di Bush e Putin e sul mare ci sono ... operai dichiarati per la salvezza del mondo).

Di coloro che sono forti e stan bene il nostro tarlo non ci dice che sono poveri cristi, non stabilisce una vicinanza con quel povero Cristo, ma la stabilisce la ragione, la nostra ragione. Ed è effettivamente irragionevole dar retta ai tarli. Non tornano più i conti.

E allora chi sono i discepoli, o gli operai? E qual è la messe?

Poco più avanti nel vangelo, qualche riga dopo, Gesù nomina i dodici e dà loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità (cose queste che appartengono alle folle e non agli operai), e dà loro lo strano mandato di rivolgersi piuttosto che ad altri, alle pecore sperdute della casa d’Israele. Perché? Il suo messaggio non è per tutte le genti e per tutte le pecore sperdute?

Le interpretazioni dei commentari tentano la strada della “progressiva consapevolezza di Gesù di essere il messia” o del primato del popolo d’Israele in quanto eletto per primo, e quindi al primo posto nell’ereditare la salvezza. Stranezze, simili alla mia precedente anticipazione della crocifissione sulla divinità.

A voi pertanto l’interpretazione e... se ne siete capaci, la preghiera perché il padrone mandi una messe abbondante.

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