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Venerdì, 01 Febbraio 2002 00:00

non siate né il sale né la luce

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Mt 5,12-16

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Da che mondo è mondo, da che predica è predica “voi siete il sale della terra”, “voi siete la luce del mondo” servono - per chi ascolta queste parole e le vuole praticare - a sviluppare una operatività per la quale l’uomo non ha davvero bisogno di alcun incentivo evangelico. Gli è già necessaria come il pane che mangia e l’aria che respira, pena ritrovarsi alle prese con pensieri depressivi da curare opportunamente presso qualche esperto in materia: qualcuno che sale e luce lo si riconosce proprio nella misura in cui eccelle tra la “terra” e il “mondo”. “Ce l’ha fatta lui, potrebbe darmi una mano perché ci riesca anch’io”.

Questo paradigma è applicabile a qualsiasi settore della vita umana, da quello economico che oggi pare vada per la maggiore, a quello “spirituale”, oggi un po’ in ribasso. Una spinta che ha la forza dell’istinto raggiunge il vertice dell’ovvietà contro il quale si infrangono, ricacciate nella malattia o nella perversione, nell’innaturalità dunque e nella distruttività, eventuali schegge di ragione che osino scalfirne la pienezza sovrabbondante di senso che da essa proviene.

Volontà di potenza l’ha chiamata qualcuno e ciò disturba un po’ le orecchie di qualche protagonista “spirituale”, e per nulla quelle dell’imprenditore commerciale. Salvo poi non riuscire a prenderle troppo sul serio per l’intrinseca difficoltà dell’impresa che pretende un eroismo fuori misura: sale della terra e luce del mondo. Cose da santi, forse, ma non da poveri mortali come noi. E dunque perché questa pagina di Vangelo, ovvia ed inutile? Ma il Vangelo per quanto l’uomo lo sottometta al mercato, lo giri e lo rigiri fino ad usarlo per i suoi “piccoli” giochi di potere, basta a se stesso. Sa svincolarsi e persino rivolgersi contro colui che così lo utilizza, come una parola che non si lascia incatenare. E lo fa col rendersi alla fine insignificante e inutile, da non più ascoltare, perché impraticabile nelle urgenze che l’istinto di sopravvivenza impone. Ma da questa sua insignificanza continua a parlare e a parlare anche per coloro che non lo ascoltano più.

Sono troppo categorico? Affermo cose con troppa sicurezza? Costruisco distanze più che incontri? E’ possibile, è anzi realtà, ma mai a sufficienza quanto le parole del Vangelo che nella sua “semplicità” raggiunge i vertici della megalomania: siete il sale della terra e la luce del mondo. Infatti.

Megalomania applicata a chi? Ai suoi discepoli. Sostanzialmente a se stesso, e lo dirà esplicitamente in altri luoghi. E quali le credenziali per tali affermazioni? Nient’altro che la stupidità, giacché voi che piangete, voi che siete poveri, voi … che siete perseguitati, ...siete sale e luce. E’ l’applicazione, il riconoscimento del divino nella parte più insignificante dell’uomo, quella che l’uomo nel nome della sua spiritualità cerca di eliminare come malata e deviante.

Siamo a buon conto nel culto dell’effimero, siamo nell’assurda affermazione che il niente ha le caratteristiche dell’eternità, contrariamente al poco o al molto che assume le caratteristiche del niente.

Come può l’uomo capire una cosa del genere? Non la capisce e la rifiuta. La forma più alta di avvicinamento a questi pensieri l’uomo la raggiunge solo nella pratica della pietà, quella pietà che volgendosi al povero vorrebbe risollevarlo, ma gli resta quale ultimo baluardo prima del precipizio. Che il figlio di Dio, cioè colui che tiene in piedi il mondo, sia riconoscibile in un innocente che muore, questa è l’affermazione del Vangelo e questa è realtà, ma l’uomo va altrove.

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