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Sabato, 01 Settembre 2001 00:00

c’è una terza via?

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Lc 16,1-15

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli: “C.era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona ”.

I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: “Vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio”.

La fortuna dei vangeli probabilmente è legata alla loro complessità e dunque alla loro difficoltà ad essere compresi dalla mente e dal cuore dell’uomo. Insinuano e si oppongono ai tentativi di comprensione esattamente come la realtà con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni.

Da una parte stuzzicano l’interesse, la voglia di capire, di sapere, dall’altra soffocano nell’impotenza l’avventuriero più coraggioso. Il perché di un tale processo sta forse nel fatto che sia la parola scritta (i vangeli) sia quella vivente (la realtà) hanno da produrre nell’uomo ciò che compete loro: sondare il cuore dell’uomo perché l’uomo veda.

Ho davanti a me una pagina particolarmente “strana” del vangelo di Luca, che per le sue discontinuità, i suoi passaggi repentini tra parabola e affermazioni imperative, distrugge, se mai ci fosse, quella linearità di pensiero che attanaglia l’uomo con la forza di un sogno.

Leggendo i “commentari” ci si accorge che ognuno tenta di ricucire in unità ciò che si presenta frammentato, proprio come di fronte a un test proiettivo ognuno “vede” molto di più e di diverso da quanto gli sta davanti, tanto da manifestare il suo pensiero più che la realtà che sta descrivendo.

Con questa consapevolezza farò anch’io la stessa cosa intuendo che la sapienza che suggerisce “lascia perdere”, conduce alla condanna più grave di un uomo, a quella apatia, acardia, diffidenza che approda alla consunzione.

Intanto si parla di soldi, di amministrazione, di padroni e di servi. Tutte cose in cui siamo abbondantemente esperti, particolarmente sensibili, seduttivamente attratti e coinvolti, e perciò esposti all’idolatria, visto che tutte queste “cose materiali” sono colte nella loro funzionalità a “quelle spirituali”: amicizia, accoglienza, dimore eterne…

Questo è proprio strano: che l’uomo giochi la sua divinità su quattro soldi; o, detto meglio, che quattro soldi raggiungano la statura del divino. Ed è strano perché l’ignoranza stabilisce una distanza pressoché invalicabile tra quattro soldi e Dio.

Che cosa vuol dire Gesù ai suoi discepoli? Che cosa vuol dire ai Farisei, ai quali ha appena raccontato la parabola del “Figliol prodigo” e ai quali si rivolge con toni secchi al termine di questi discorsi? Chi è il padrone ricco? Chi è l’amministratore disonesto e scaltro che strappa le lodi dal suo padrone?

E’ evidente, ma da sottolineare, che Gesù (più in generale la realtà) parla ad un uomo che non riconosce pulito, ma imbrogliato e imbroglione tanto da rovesciare le cose, i fatti, al punto di attribuire la divinità a ciò che non l’ha e viceversa.

Il disonesto è il figlio maggiore che si pensa l’onesto, e l’onesto è il figlio minore che sperpera le ricchezze del padre. Onesto è l’amministratore disonesto e disonesti sono quanti lo giudicano appunto “disonesto”.

“Non c’è più sordo di chi non vuol sentire” recita il proverbio; dunque, come può la realtà parlare a chi non vuole ascoltarla?

Anche la legge, l’osservanza della legge sembra compromessa in questa “sordità”. Il figlio maggiore ha sempre fatto quello che il padre voleva. Non così il figlio minore, non così l’amministratore scaltro. Il nostro giudizio sulla realtà rivela la sostanziale nostra appartenenza ai “giusti”, e a noi, proprio a noi giusti, ha da parlare. Come può farlo se non distruggendo, prima di ogni ulteriore parola, questa giustizia?

Ho nel sottofondo di questi pensieri la protervia del nostro nuovo governo di destra che saprà con la forza e la repressione, armando adeguatamente la polizia, ripristinare l’ordine in questo bailamme che è diventato il mondo. Finalmente i giusti faranno pulizia dei violenti distruttori di quella sana pace che l’Occidente intravede, se non ci fossero loro, delinquenti devastatori di un sano vivere sociale.

Ma la giustizia di Gesù, di Dio, della vita, si spinge molto oltre, fino al cuore anche del “devastatore” per residuare a lui pure la sua servitù (schiavitù).

Perché tutto ciò?

Una condanna qualunquista di tutto e di tutti? C’è altro oltre questa vergognosa e drammatica storia di potere?

Gesù insinua l’avvento del regno di Dio. Di Dio, non nostro. E che cos’è?

Gesù diceva ai suoi discepoli…

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