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Domenica, 01 Aprile 2001 00:00

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Lc 15,11-32

Disse ancora (agli scribi e ai farisei): «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: E` tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

E’ prossima la Pasqua, espressione prima e piena della fede cristiana. Di questa fede vorrei sottolineare alcuni aspetti senza pretendere di esaurirne il senso poiché, a pieno titolo è fra le realtà costitutive della condizione umana.

(In verità è ciò che sto facendo da diverso tempo in ogni numero di questa lettera agli amici di Agognate e, se quanto dico risulta spesso difficile, vorrei scusarmi scaricando in parte la colpa sul tema stesso della fede. Un tema enigmatico che come una sfinge apre i suoi segreti solo a chi ha esaurito la sua volontà di potenza e vive di una comunicazione altra).

Per far questo prendo alcuni momenti (passaggi) di quella famosa e solare parabola che va sotto il nome (improprio) del Figliol prodigo. (Avrei potuto legare le mie considerazioni direttamente alle pagine che raccontano le vicende di Pasqua, ma nel “Figliol prodigo” mi è possibile una “laicità” più diretta che non ha bisogno di essere riscattata da sovrapposizioni fideistiche alle quali è possibile sottomettere l’evento di Pasqua. I personaggi della parabola sono uomini comuni con i quali è più diretta l’identificazione di quanto non lo sia con la singolarità del Gesù che sale sulla croce. Del resto, se la parola di quel Gesù ha avuto di mira la conversione di quanti lo ascoltavano, e se la Pasqua è l’evento che fonda tale conversione, ossia il passaggio dalla non fede alla fede, dovrebbe essere possibile rintracciare in ogni discorso o parabola o fatto raccontato o compiuto da Gesù nella sua vita gli elementi costitutivi dell’evento pasquale. Anche la parabola del Figliol prodigo è dunque inscrivibile in un racconto d’iniziazione. Ha cioè la sconvolgente forza di colpire quelle regioni del cuore e della mente, della profondità umana, tanto da sollecitarne una risposta).

Ma di tutto l’inesauribile racconto evangelico, mi soffermo (solo) sulla figura del figlio minore, il prodigo appunto, per coglierne i punti d’arrivo d’uno stato d’animo che si oppone in un contrasto irriducibile a tutta la sapienza che l’uomo costruisce sul versante della sua volontà di potenza. (Uso il sintagma volontà di potenza per rendere omaggio ad un “monaco” che ha smascherato disvelandolo quell’istinto primordiale che già le scritture pongono all’origine della vicenda umana e che più comunemente – perdendone oggi in pregnanza semantica – viene detto orgoglio o superbia).

L’approdo del figlio minore sta in queste sue parole: “Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi servi.” Ecco la parola chiave: servo.

(Forse) questa suggestiva percezione o consapevolezza di se stessi quali servi di qualcuno scivola veloce nell’attenzione del lettore, benché venga ripetuta due volte, perché risucchiata dall’amore del padre che di certo non lo tratta né lo tratterà come un servo riconsegnandogli invece la statura di figlio. Eppure proprio questo sentirsi, sapersi servo diventa l’espressione più alta di un figlio che riconosca un padre.

Gli elementi costitutivi della con-versione, della Pasqua (passaggio) sono quelli di un servo che riconosce un suo padrone, un suo signore, la sua autorità. Ma la sapienza umana, il nostro mondo ragiona ben diversamente. L’essere servo, il pensiero di essere servo infastidisce l’uomo e la sua presunta libertà. Il nostro mondo sa produrne a milioni di servi, ma è impensabile che colga in un tale riconoscimento il vertice della propria realizzazione. E’ ragionevole certo che ci siano dei servi. L’istinto alla vita, eufemismo della volontà di potenza, spinge l’uomo ad una lotta per la sopravvivenza per la quale il servo diventa addirittura necessario, purché sia un altro. L’eventuale riscatto dalla servitù, nel nome della libertà, dell’essere libero, questo sì sta nel giusto desiderio di realizzazione e rende l’uomo grande.

Agglomerato fantasmatico di idee, pensieri e desideri che si agitano nel deserto di chi da un padre s’è staccato e, in tale assenza, girovaga in cerca di “valori”: libertà, autonomia o, in forme più sofisticate, ma equivalenti, il servizio, la croce, Gesù o l’incarnazione. Di quanta “sapienza” la volontà di potenza è capace di vestirsi, ma fatalmente (provvidenzialmente) la terra è il suo Signore, il “mondo” la sua Autorità, un volto la sua Salvezza e va riconosciuto. C’è naturalmente il tempo per ogni cosa, compreso quello dell’allontanamento da casa e potrebbe anche essere necessario, ma l’approdo è sempre l’incontro con un’autorità nel senso diretto e forte di un rapporto disuguale tra padrone e servo (in questo sta anche l’amicizia). Sono reduce da due recenti viaggi con personaggi colti, molto colti direi (ho letto due libri): il primo con Geza Vernes ed ho seguito il suo peregrinare tra le scritture alla ricerca del vero volto di Gesù (promettente come proposta) e non ho trovato nessun volto. Sono rimasto invece impantanato nella sollecitazione alla fiducia in me stesso quale signore persino del mio futuro. L’altro con Eugenio Borgna nel suo recente “Noi siamo un colloquio” ed ho trovato P. Ennio, Lucia, Irene, P. Domenico, Pierpaolo, Carlo… ed ho provato, in un irragionevole gioco, a sostituire la parola psichiatria (perché di psichiatria egli parla e non solo) con la parola fede e molti moltissimi conti tornavano, perché in fondo con chi parlo? A chi sto parlando? Questa è fede.

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