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Giovedì, 01 Febbraio 2001 00:00

dall’acqua al vino

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Gv 2,1-12

In quel tempo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: “Riempite d'acqua le giare”; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po. brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni.

Quel Gesù di Nazareth, figlio di Maria e di Giuseppe, era entrato nella mente e nel cuore di quei dodici apostoli, in modo progressivo e dilagante, tanto da occuparvi lo spazio di Dio. In un primo tempo secondo la “carne” e il “dio della carne”, in seguito, dopo la tragedia della croce, secondo lo Spirito e il Dio dello Spirito.

Predicare, testimoniare, convincere… della divinità di quel Gesù è stata la preoccupazione, l’opera, il lavoro, l’impresa della loro vita una volta che hanno riconosciuto la “statura” di quell’uomo incontrato “per caso” un giorno sulla loro strada.

Testimoniavano a contemporanei la divinità d’un contemporaneo. Impresa disumana che, al prezzo della loro vita, possiamo ritenere sostanzialmente riuscita se valutiamo oggi, dopo duemila anni, il riscontro del loro successo.

E’ tale il successo che oggi pare non sia possibile, e perciò diventa un’impresa altrettanto ardua, pensare a quel Gesù senza sapere che è il Figlio di Dio. Naturalmente sto parlando di chi lo conosce e vuole conoscerlo, ma la cosa vale anche per chi non lo conosce, né vuole conoscerlo. Chi non lo conosce perché non ne ha mai sentito parlare (l’anonimo cinese) o chi non lo vuole conoscere, perché rifiuta una tale “fede”, vivono d’altro e restano distratti rispetto ad una vicenda storica, ad un personaggio di scarso interesse, e testimoniano così, soprattutto questi ultimi, il successo dell’affermazione della divinità di Gesù. Insomma o è Dio e proprio perché tale, interessa o non lo è e non interessa.

Ritengo necessario che riconosciate questa premessa per poter leggere con altri occhi il racconto delle nozze di Cana dell’evangelista Giovanni.

Giovanni ha il suo modo di scrivere il Vangelo, di raccontare fatti e parole del Nazareno, e sarebbero necessarie tante altre premesse di ogni genere (teologico, filosofico, storico, esegetico,…) per entrare nella ricchezza del suo linguaggio, ma per quel che mi interessa ora è il tener presente l’intenzione di Giovanni, cioè l’annunciare, il manifestare, l’indurre a credere che quell’uomo Gesù è il Figlio di Dio.

Dunque per noi del duemila si tratta di dover rovesciare la nostra prospettiva. Dobbiamo non sapere che Gesù è il Figlio di Dio e tendenzialmente dobbiamo essere nella posizione di chi farà molta fatica a convincersene. Esattamente la stessa fatica che faremmo se dovessimo riconoscere tale divinità ad una qualsiasi delle persone che conosciamo personalmente.

Il terzo giorno: un giorno qualsiasi, ma non il secondo o il quarto. Il giorno delle cose compiute, mature, quando il tempo raggiunge la sua pienezza, si celebrano delle nozze a Cana di Galilea e la madre di Gesù era là.

Maria, la donna di fede, figura dell’uomo credente, è presente alla festa della vita, ad uno dei momenti più significativi per dire la bellezza, la grandezza di questo mondo abitato dall’uomo.

“Ora anche Gesù fu invitato alle nozze con i suoi discepoli”. In questo mondo di festa (purtroppo) ci sta anche un pazzo, un delinquente, un blasfemo, un sofferente, un condannato a morte, in una parola un crocifisso con i suoi discepoli. Non il Figlio di Dio, ma il prodotto peggiore dei figli dell’uomo, colui del quale ci si vergogna di vederne la presenza (servo sofferente di Isaia).

“Essendo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: non hanno più vino”. Non ci vuole proprio niente perché le meraviglie di questo mondo si trasformino in tristezza. Nel tempo della pienezza della creazione manca qualcosa. Niente di importante (il vino), ma quel niente è capace di rovinare una festa.

E l’uomo di fede (Maria) lo vede e lo vede forse per primo. E lo dice non al Padre eterno, come ci si dovrebbe aspettare, ma al figlio delinquente. Che singolare preghiera si indovina in questa donna! Senz’altro diversa, altra dalla più “normale” preghiera umana che si innalza di continuo al Signore del mondo, abitatore dei cieli, e dal volto impenetrabile. Io malato esprimo la mia richiesta d’aiuto a qualcuno che sta sotto di me (figlio) e che è di gran lunga più malato di me. Io col mal di testa che chiedo aiuto a “Roberto” (uomo preciso e concreto) terminale per AIDS.

“Che vuoi da me, donna? La mia ora non è ancora venuta”. Qui il discorso si fa più difficile e chiede un salto di qualità. Chiede di non ragionare più da esterni ad una scena che si presenta davanti ai nostri occhi, ma di ascoltare la risposta che viene da …Roberto.

Che ci posso fare del tuo mal di testa, o vivente? La mia ora (ciò che mi è rimasto di più importante, ciò che mi leggi addosso anche se non te le dico a parole), l’ora della fine, l’ora della gloria, l’ora che ancora non è venuta, sta per venire.

“Sua madre disse ai servi. Qualunque cosa vi dica, fatela!”

Ecco un’autorità sicura. Ecco uno che parla con autorità a chiunque (non come gli scribi). Qualunque discorso viene dal Crocifisso seguitelo. Da “Roberto” non verrà alcuna parola fuori luogo. Qualunque cosa dice sarà vero, non ci sarà né errore, né inganno. Ciò che ascoltate da Roberto mettetelo in pratica.

Ed ecco il discorso, la parola, l’ordine che viene da quel Gesù che diventa autorità su dei servi non suoi, per i quali fino a qualche minuto prima non era che uno fra i tanti invitati: sei giare d’acqua da riempire fino all’orlo e da portare in tavola. Il rimando è ancora alla terra, al mondo, alla creazione (sei giorni), al vecchio testamento (l’acqua che diventerà vino), alla carne che riceverà lo Spirito, a chi resta,…

“Tornò con loro a Nazareth e stava loro sottomesso” fu la conclusione della “fuga del dodicenne Gesù”, molto simile a questa nostra. Così Gesù dà inizio ai suoi miracoli, manifesta la sua gloria e i suoi discepoli credono in lui.

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