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Venerdì, 01 Dicembre 2000 00:00

più o meno dei cani?

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Mt 15,21-28

Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «E. vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

La fede è ciò che avviene dopo (oltre) la fine dell’io. E’ l’impossibile che irrompe sulle ceneri dell’io.

Naturalmente sono affermazioni paranoiche adeguate al tempo (vedi l’uso della parola “io” al posto di “persona”, “uomo”, “individuo”…) e a chi le pensa (petitio benevolentiae). E davvero ci vuole un ultimo salto per diventare anoici, semplici. Se già è un passo eroico distruggere le cose che sono, è solo divino creare quelle che non sono. L’uomo che arriva alla “vanità delle vanità, tutto è vanità” ha già percorso una lunga strada, irta e solitaria, ma il timor di Dio non residua necessariamente né dagli anni, né dalla fatica di questo lungo cammino, perciò è fede.

Guardiamo insieme quella piccola storia evangelica che va sotto il nome della “Cananea”, essendo costei la protagonista e seguiamone i passaggi.

Leggiamola come leggiamo qualsiasi altro racconto senza l’autorità che le viene dall’essere riportata nei vangeli. Voglio dire come una semplice storia “profana”, “laica”.

Se però questo disturba qualcuno per via della singolarità di Gesù Cristo, questi sia corretto e in quel singolare Figlio di Dio veda anche quel singolare delinquente alla gogna sulla croce. I conti torneranno.

Ho scelto questo racconto per parlare della fede, semplicemente perché la conclusione è un atto di stupore: “Donna, grande è la tua fede”. E mi pare che lo stesso stupore si ritrovi solo un’altra volta e con un altro pagano, il centurione: “Davvero non ho trovato in Israele una fede così grande”.

Il che ci costringe a far piazza pulita, e con la velocità d’un lampo, di tutta la nostra società super organizzata, che vorrebbe la fede al suo posto, quello giusto; come al loro posto giusto stanno tutte le altre realtà umane. La fede è una realtà talmente importante per l’uomo che le ha costruito un’agenzia - un luogo e degli specialisti – generosa nel gestirla. Se si vuol pregare ci sono le chiese, come se si vuol lavorare ci sono i luoghi di produzione, al mercato competono le banche e la borsa, al divertimento discoteche ed agenzie turistiche, alla politica l’amicizia con Tizio e Caio, alla salute…

La povera Cananea (come il centurione), magari solo per questioni di nascita, probabilmente non sapeva niente di Abramo, Isacco e Giacobbe e del loro Dio. Forse non conosceva neppure Mosè e le sue leggi. Non aveva imparato ad adorare Jahwè. O forse sì, poteva anche essere una donna colta che aveva fatto un corso sulle religioni e conosceva così bene la religione ebraica da seguirla fin là dove la promessa d’un messia la spingeva addirittura a farglielo riconoscere in quel Gesù di Nazareth che gironzolava per le strade con un gruppetto di seguaci.

Ma se così facciamo, davvero la povera Cananea è costretta alle nostre paranoie.

Credente o non credente, pare invece non avesse questo tipo di problema. Non era nei suoi pensieri avere fede o non avere fede. Pare invece fosse preoccupata, drammaticamente preoccupata per la figlia.

In gioco non ci sono chiese, dottrine e neppure un qualche Dio più vero degli altri da scegliere. C’è una donna, meglio una madre, come a milioni ce ne sono ovunque, sulla quale potremmo perfino sospettare un cordone ombelicale mai reciso con la figlia: “Signore, figlio di Davide, abbi pietà di me” e più avanti : “Signore, aiutami… mia figlia sta male”. Possiamo chiamare fede già questa prima espressione del cuore di questa donna? La presenza della figlia in lei ha raggiunto l’estensione della sua identità. La figlia è per lei principio di vita e di morte.

E se la malattia della figlia la induce a chiedere pietà a terzi, deve aver esaurito nell’impotenza più manifesta ogni sua possibile distanza da quella stessa malattia che attanagliava la figlia, tranne il residuo d’un grido. Abbi pietà di me vuol dire letteralmente: ho bisogno che mi consideri qualcosa o qualcuno, poiché io ho visto che non sono niente e nessuno.

Ebbene, questa donna si rivolge a Gesù gridando: Signore abbi pietà di me, aiutami.

Lasciamo sullo sfondo la pazzia di un dolore eccessivo che la rende sorda al buon gusto e ad un comportamento “dignitoso” in pubblico, sebbene anche questo potrebbe suggerire qualcosa in ordine al suo principio di vita o di morte; ovvero, al suo Dio ormai ampiamente debordante i confini culturali. Focalizziamo quel Gesù al quale si rivolge, naturalmente come a Dio “Signore”.

L’impotenza umana quando è nel bisogno finisce per rivolgersi a Dio, a un Dio sconosciuto, informe, la cui presenza e il cui potere “devono esserci”, in un dialogo mentale che Feuerbach e i suoi discepoli han scoperto solipsistico. Dopo aver tentate tutte le strade possibili tra medici esperti e ciarlatani d’ogni specie si finisce in una chiesa.

Ora, questa donna si rivolge ad un uomo. Chi poteva essere costui? Un medico sicuramente no, visto che niente lo identificava in quel rango. Forse un taumaturgo, qualcuno che portava la fama di essere un guaritore. Può essere. Se questa donna non aveva ancora esaurito le risorse di questo mondo, prima di abbandonarsi a Dio, tentava ancora la strada dei ciarlatani. Quando si sta male ci si affida a qualsiasi cosa.

Potrebbe essere così se non fosse per la restante parte del dialogo tra Gesù e la donna, quando essa accampa i diritti dei cani.

Per raggiungere un cane e i suoi diritti bisogna per forza aver consumato anche le proiezioni religiose, non solo i ciarlatani. E chi arriva ad un cane, tanto più ha la porta spalancata per arrivare ad un uomo. La profondità in cui precipita e sa precipitare la Cananea, l’abiezione raggiunta senza più alcuna difesa, congiunta all’ “Abbi pietà di me” rivolto ad un uomo, produce in chi la vede lo stupore, segno d’una pietà ormai concessa. E se un cane vive, tanto di più è viva la figlia.

Senza quel linguaggio che ormai è appannaggio del religioso, ciò che avviene in quella donna è morte e risurrezione, è riconoscimento pieno dell’incarnazione d’un Dio che ha il volto della figlia e di quel Gesù, che, ripeto, non era ancora salito sugli altari (o se vi era salito per l’autore del racconto questi non dimenticava d’averlo visto sulla croce). Il quadro è completo.

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