Informativa

Su questo sito utilizziamo solo cookies tecnici. Navigandolo accetti. Clicca su Leggi Policy per ulteriori informazioni.

Stampa questa pagina
Mercoledì, 01 Settembre 1999 00:00

siate il mezzo morto

Scritto da
Vota questo articolo
(0 Voti)

Lc 10,25-37

Il Grande comandamento

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? che cosa vi leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. E Gesù: “Hai risposto bene; fa. questo e vivrai!”.

La parabola del buon Samaritano

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?” Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n.ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?. Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va. e anche tu fa. lo stesso”.

Ci sono pagine evangeliche il cui senso è così universalmente scontato, ovvio, che è quasi impossibile una rilettura personale altra (1). E’ così sbalorditivamente ovvio il senso loro attribuito che anche quando persone di un certo calibro nel loro cammino di separazione dall’ovvio tentano un senso alternativo, devono in qualche modo correggere la stessa formulazione evangelica per condurla al loro nuovo significato come se questa già da sola non potesse dire, e ma-

-----------------------

 

I) L’ovvietà del senso, di ogni senso, perde la sua determinazione solo in chi si è scontrato, e non necessariamente per questioni di interpretazione evangelica, con quell’universale mentalità che è l’essenza di ogni ovvietà, poiché la solitudine nella quale è ricacciato diventa un punto di vista singolare ed esterno che permette di vedere l’ovvio con i suoi angusti confini. Soggettivamente omogeneo allo sconfinato spazio della realtà, viene ridotto ad una fra le tante cose della realtà residuando solo il compito di indagarne i processi di formazione, gli scopi, le funzioni, e così via. Diventa un oggetto tra i tanti da conoscere.

gari anche meglio di quanto loro sanno e vogliono dire. Mi riferisco ad esempio a Levinas quando, per affermare la disparità tra l’ io e il tu, citando l’ “ama il prossimo tuo come te stesso”, deve tradurre: “Ama il tuo prossimo: questo amore è te stesso”. (2) Oppure, quando cita il “buon Samaritano”, oltre ad utilizzare un “farsi prossimo”, da qualche anno molto in voga nella predicazione omiletica, ma che non è evangelico (3) e che già di per sé entra in quel tentativo di sottomettere comunque un senso nuovo all’ovvietà del dover essere Samaritani, ancora aggiunge “La prossimità dell’altro è la mia responsabilità per lui: farsi prossimo significa essere custode del proprio fratello; essere custode del proprio fratello significa essere il suo ostaggio”, dove si nota che il punto d’arrivo di Levinas è la priorità dell’altro, ma l’incedere diventa tortuoso perché deve commisurarsi a partire dalla buona azione del Samaritano. Tornerò su questi passi evangelici esaminandoli in dettaglio. Per ora mi stava a cuore mostrare quanto un’interpretazione che si sia seduta sul trono dell’evidenza abbia una forza dogmatica (anche in senso peggiorativo di chiusura) enorme per coloro sui quali regna. Un altro dogma sta sulle pagine evangeliche, oltre a quello del Canone che di per sé innesca problemi che non intendo affrontare qui, ed è quella divisione, (per altro molto comoda) fatta nel medioevo, dei testi in capitoli, capitoletti e versetti. La decisione di mettere dei punti sullo scorrere d’un testo ne limita il senso e naturalmente lo precisa, ma secondo un certo significato. E fa specie notare che mentre sulla questione del Canone la battaglia tra i cercatori di senso è sempre aperta, non ci sia invece, a proposito di questa punteggiatura, tra l’ altro soggetta a minori vincoli autoritativi di quella del Canone, nessun tentativo di riformulazione. Così è diventato possibile leggere la parabola del figliol prodigo e la stessa parabola del buon Samaritano isolate dal loro contesto. Neppure tra i grandi nomi dell’esegesi moderna si trova chi si avveda che l’interpretazione di una parabola, quella del buon Samaritano per esempio, sia del tutto gratuita rispetto al senso ef-

-----------------------

2) Mi riferisco alle citazioni di H. CHENU’ Tracce del volto, ed Qiquaion, Magnano. 3) In realtà il verbo greco gegonénai, con più precisione di molte traduzioni può intendere un farsi prossimo da parte del Samaritano, cioè è possibile cogliere uno scarto tra l’essere e il diventare, ma, si vedrà meglio in seguito, ciò può far solo da elemento fuorviante rispetto al comandamento di amare il prossimo

fettivo dei testi. L’interpretazione attuale e universale (ovvia) conclude che se tu vuoi essere buono devi fare come il Samaritano e non come il sacerdote e il levita che, visto uno mezzo morto sulla strada, han tirato dritto. “Va’, e anche tu fa’ lo stesso” significa pari pari e semplicemente comportati come il Samaritano. Ora questa conclusione è del tutto gratuita e infondata; e se sia specchio di una “bontà” più o meno pelosa da parte di chi così pensa è questione da rimandare ad altri competenti in altra sede. Proprio nell’esame di questa parabola è possibile mettere in luce processi proiettivi più generali, ossia la possibilità e la capacità dell’uomo di vedere quello che vuol vedere e non quello che gli sta di fronte. Intanto come è stato possibile isolare questo racconto dal contesto evangelico di un dialogo in cui la parabola non è raccontata alle folle e neppure ai discepoli, ma ad un dottore della legge e non a un dottore qualsiasi, ma a un dottore che vuole mettere alla prova Gesù? Nella bibbia di Gerusalemme, testo ufficiale per la Chiesa italiana, la prima parte di questo incontro tra Gesù e il dottore che lo mette alla prova, porta il titolo: Il primo e più importante dei comandamenti. Cosicché è aperta la strada al secondo titolo: Il buon Samaritano. In tal modo si perdono i referenti concreti dei personaggi della parabola e la si può ricacciare dentro quel moralismo generale che insegna a fare qualcosa, ad aiutare chi sta peggio di noi. Il tu finale, “va’ e anche tu fa’ lo stesso”, diventano tutti gli uomini e chiunque voglia ascoltare le verità insegnate da Gesù. Non più dunque, tu dottore che mi metti alla prova, ma tu cittadino di questo mondo, che ti interessa fare quello che ti dice Gesù, “fa’ lo stesso”. Naturalmente a questo punto il “fare” non può avere altro senso che operare, darsi da fare. E siccome nella parabola l’unico che si dà da fare non è il levita o il sacerdote, che non fanno niente, non è l’oste che è figura marginale, non è il malcapitato che, poveraccio, mezzo morto, non può far altro che lasciarsi fare, resta il Samaritano a fare qualcosa. “Va’ dunque e anche tu fa’ lo stesso” diventa “va’ e anche tu fa’ come il Samaritano”. Nel sottofondo resta l’idea dell’amore del prossimo e il Samaritano è colui che ha amato il suo prossimo. I conti sembrano tornare. Un taglio ecumenico – per altro diffuso - suggerisce che, siccome l’eretico, lo straniero Samaritano ha amato il suo prossimo più del fedele levita e sacerdote, tu “fa”’ qualcosa anche per l’eretico o lo straniero. Bisogna amare tutti.

Resta un inghippo, una sottigliezza su cui sorvolare o dalla quale estrapolare, così come è stato fatto, un’aberrazione più grossolana ancora che non ha riscontri nei testi biblici e neppure nella tradizione: il “farsi prossimo”.

Difatti la domanda finale di Gesù non è lineare all’ovvietà che sto descrivendo. Se lo fosse, avrebbe dovuto suonare così: Chi di quei tre ti sembra abbia amato di più il suo prossimo?

Se Gesù fosse stato meno involuto, avrebbe raccontato una parabola su come ci si comporta quando si ama o si vuole amare il prossimo; avrebbe mostrato, sull’esempio dei tre personaggi, quello che davvero ha amato il suo prossimo.

Invece con una contorsione non necessaria chiede: Chi di quei tre ti sembra sia stato il prossimo del malcapitato?

Se il prossimo del malcapitato è stato il Samaritano, ama il tuo prossimo vuol dire ama il Samaritano e non amare per contro il sacerdote e il levita. Impossibile.

Dunque la nuova riedizione del primo e più importante dei comandamenti: “Ama il Signore tuo Dio e… fatti prossimo degli altri”.

A tutti puoi farti prossimo e puoi quindi amare tutti, mentre “ama il tuo prossimo” è scaduta come legge generale perché il prossimo non sono più tutti, anzi pare che ce ne sia uno solo su tre.

Se stringiamo ancora di più le conseguenze tra l’ama il prossimo tuo e l’amare solo il Samaritano, che mi è prossimo in quanto mi fa il bene, lo stridore con la bontà universale in cui si bea gran parte dell’occidente rasenta l’eresia. Non è possibile che il prossimo che devo amare coincida con quelli che mi fanno del bene, mentre posso lasciar andare per la loro strada quelli che mi fanno del male; anzi, non sono il mio prossimo e nessun comandamento dunque mi impone di interessarmi di loro.

(In verità potrebbe entrare in campo proprio a tal proposito l’amore per i nemici, ma non certo per annullare il fatto che il prossimo non significa tutti gli uomini e che un eventuale distinzione tra prossimo o remoto, vicino o lontano non è di ragione spaziale o temporale, poiché la contemporaneità era la stessa per tutti e tre gli incrociatori del malcapitato, e la distanza raggiungeva per tutti e tre la misura d’uno sguardo, e non certo per negare la coincidenza tra prossimo e colui che mi fa del bene).

Ma anche la prima parte del racconto, una volta isolata e chiusa in se stessa, genera la sua insignificanza nell’ovvietà di un gioco di domande e risposte sul catechismo, teso tutt’al più a riaffermare che il più importante dei comandamenti è l’ amore di Dio e del prossimo. Di fronte al quale resta sempre possibile una amara, ma consolante e consolabile coscienza di non essere capaci di amare né l’uno, né l’altro con l’intensità che viene chiesta; però qualcosa facciamo e ci ripromettiamo di fare di più, magari sulla scia del buon Samaritano.

Ma ora proviamo a mettere insieme le cose e vedremo che non ci è chiesto di fare come il buon Samaritano, né di fare qualcosa di più per amare un po’ di più di come siamo riusciti a fare fin d’ora.

Il problema è più serio dell’affettata esuberanza di come lo sto trattando. Ma per queste cose la più pulita modestia esige la più estesa esaltazione, pena l’incapacità di dire. Mi rammarico anzi di non essere capace di sufficiente superbia. Detto tra parentesi, dovrei sentirmi e senza residui, nei panni del figlio di Dio, per essere all’altezza della situazione. E vi spiego il perché.

Un dottore della legge mette alla prova Gesù. Gesù è il Figlio di Dio, ma il dottore della legge non se n’era accorto. Che svista! Oltre a non aver visto che era il Figlio di Dio, probabilmente deve aver avuto il malaugurato pensiero di dubitare se a quell’uomo, Gesù, Dio voleva bene o per meglio dire - visto che Dio vuol bene a tutti, anche ai cattivi - se quell’uomo, Gesù, sapeva voler bene a Dio. Un uomo senza diplomi, che viene dalla periferia, che ha la pretesa di sapere e di insegnare, è quanto meno da mettere alla prova. Se passa è promosso, altrimenti resta uno dei tanti ciarlatani che la storia di ogni epoca produce in quantità e che lasciano, al di là di qualche schiamazzo, il tempo che trovano.

Dunque il dottore sta sopra, in cattedra e Gesù sta sotto. Più esattamente il dottore si mette sopra e vede Gesù sotto. Chissà, al dottore sarà venuto un impulso di bene verso quel Gesù che l’ha spinto alla domanda? O forse era già maturo il tempo della sola difesa contro uno che aveva fama di far miracoli e che comunque folle intere ascoltavano volentieri; e questo a discredito della sua categoria? Entrare nella testa degli altri è difficile. Diciamo che non sappiamo perché abbia voluto metterlo alla prova, ma questo ha fatto. Ora, se non lo sapeva il dottore della legge che Gesù era il Figlio di Dio, lo sapeva bene Gesù e doveva trovare il modo per spiegarglielo. Gli avrebbe evitato ulteriori e perniciose gaffe. Sappiamo che Gesù è stato un perdente. Si è sottomesso a tutto, ma da Dio. Ha sempre saputo rispedire al mittente le accuse, pagandone a caro prezzo il conto, ma così ha fatto. In questa situazione si trova di fronte uno che crede di essere più di lui. Come fargli capire il contrario, che è poi la verità? La domanda era: che cosa è più importante nella vita; la risposta diventa: tu sai già quello che è più importante, prova a dirlo. Il comandamento più importante è: Ama Dio e il prossimo. E allora fa questo e vivrai.

Il dialogo poteva fermarsi a questo punto lasciando, tra l’ altro, soddisfatto il dottore perché anche Gesù era d’accordo. “Ma quegli volendo giustificarsi chiese chi è il mio prossimo”. Giustificarsi di che cosa? Dove aveva sbagliato, o in che cosa, per doversi giustificare? Lasciamo perdere Dio che non dà fastidio a nessuno, ma ricordando che il secondo comandamento è simile al primo e che il prossimo che aveva lì davanti proprio non lo stava amando, la giustificazione doveva vertere sul dubbio che quel Gesù non fosse il suo prossimo. Dunque insiste come chi, dopo aver fatto uno sbaglio, per dirsi che non è vero, ne fa subito un altro.

A questo punto Gesù, forse seccato, comunque sempre con gentilezza, gli racconta la storia del Samaritano in cui colui che ha tutte le caratteristiche del Samaritano, di essere cioè un estraneo, tendenzialmente un eretico, ecc. agli occhi del dottore è proprio Gesù. E’ come se Gesù gli dicesse, anzi praticamente gli dice: Tu che credi di essere uno che sa, che può, ecc., perché non provi a pensarti, e più giustamente, come un mezzo morto, un malcapitato e io che ti sto qui davanti come uno che ti può soccorrere? E se così è perché non mi ami? “Va e anche tu fa lo stesso” diventa: Va e anche tu fa come il bastonato perché tale sei. E non misurare in tasca agli altri chi è di un partito o chi di un altro, ma lasciati soccorrere da chi ti soccorre. Del resto, se sei mezzo morto, diventa assurda la pretesa di poter distinguere prima l’uomo di fiducia, colui che ti saprà soccorrere.

E’ la storia della disillusione di sempre, praticamente di ogni genitore, per esempio, e di tutti i genitori che vivono l’esperienza di un figlio caduto nella droga e che sono costretti a fare i conti con la loro bastonata. Non gli “amici” si fanno avanti - che anzi li perdono tutti - ma un mondo di stranieri gli diventa amico. A questo punto è chiaro che la chiave del racconto non è essere il Samaritano, ma essere il bastonato e ci sono di conseguenza molti corollari che scendono a cascata sulla scia di questa conclusione.

Il primo, che è un corollario per modo di dire perché potrebbe stare in piedi da solo anche senza il racconto del Samaritano, è il senso di quel “primo e più importante dei comandamenti”: ama Dio e il prossimo.

Ancora una volta l’ovvietà suppone una comprensione di questo tipo: gli attori in gioco sono tre, Dio, il prossimo ed io. Io che ho davanti a me Dio da una parte, e il prossimo dall’altra. Con tutta probabilità, visto che io sono al centro del comandamento, che esso si indirizza a me e non a Dio o al prossimo, se dovessimo rappresentare con un semplice schema topografico il triplice rapporto, io mi trovo nel mezzo e ai lati, oppure sopra e sotto, stanno Dio e il prossimo. Un io comunque che sa distinguere bene la differenza, la distanza tra Dio e il prossimo, tanto che, mentre il comandamento (forse per la sua concisione mnemonica e imperativa) non fa distinzione tra il modo di amare Dio e il modo di amare il prossimo, io distinguo il senso e il modo dell’amore di Dio da quello dell’amore del prossimo. Il mio amore per Dio è fatto di riconoscimento della sua maestosa grandezza e dunque di sapiente passività nei suoi confronti. Lo dovrei saper ringraziare, lodare; eventualmente chiederGli aiuto quale detentore di una multiforme misericordia che da Lui proviene e alla quale non posso aggiungere nulla, e naturalmente questo con tutte le mie forze. Se davvero riconosco la sua divinità, che cosa posso fare o che cosa gli posso dare? Il mio fare e il mio dare è lode e ringraziamento, perché non io do la vita a Lui, ma Lui la dà a me. Poi mi giro verso il mio prossimo e qui siamo quantomeno tra pari e il mio amore non è più passivo, di lode, ringraziamento ed eventuale richiesta di aiuto. Diventa un amore attivo. Anche qui mi faccio veloce quattro conti e come di fronte a Dio riconosco, e magari senza neanche tanta fatica, di avere le tasche vuote, ora riconosco che vuote non lo sono per niente e, se davvero volessi amare il prossimo, potrei fare e dare a lui tantissime cose - tendenzialmente tutto il superfluo che ho, visto che nella sua grossolanità espressiva il comandamento mette un limite a questo mio dare e fare, e cioè “come te stesso”. Ama il prossimo come te stesso, non di più, ma come te stesso. E ancora mi viene da fare i conti in tasca agli altri e da buon samaritano quale tendenzialmente sono e vorrei essere, mi sovvengono come figure emblematiche del mio prossimo tutti coloro ai quali potrei dare qualche cosa o per i quali potrei fare qualche cosa: piccoli, poveri, malati, ecc. Per farla breve, mentre con Dio non sono niente, con il prossimo potrei fare un po’ da Dio. Chissà, come il nostro dottore della legge che per quanto grande e per quante doti avesse quel Gesù che gli stava davanti, da buon intellettuale non poteva pensare che fosse Dio.

Ora proprio questo è il non ovvio del comandamento o della nostra mentalità nel comprenderlo. che Dio e il prossimo stiano dalla stessa parte e siano interscambiabili. Potremmo rovesciarlo così: ama il prossimo tuo con tutte le tue forze. ..e il secondo è simile al primo: ama il Signore Dio tuo come te stesso. Ci accorgeremmo allora di un secondo corollario che, già accennato, si fa più chiaro e colpisce un’ altra ovvietà, e questa, così vasta, da includere anche quelli che a Dio non ci pensano o non se ne preoccupano, e frequentano da moderni emancipati un sapere più alla page come le scienze umane, in primis la psicologia. Ama gli altri come te stesso non disturba: nemmeno il liberalismo più spinto che si troverebbe smascherato nell’immoralità se dicesse: voglio quello che voglio e questa è libertà. Misura invece le distanze e dice: faccio quello che voglio entro i confini che il prossimo mi mette. Sarà per l’imprecisione di questi comandamenti, sarà per chissà quale altra ragione, di fatto bisogna estendere la frase evangelica e riscriverla meglio. Ama il prossimo tuo come te stesso va tradotta: ama il prossimo tuo come “ami” te stesso. La psicologia moderna, che forse non ne è la principale responsabile (visto che c’è sempre qualche filosofuccio a precederla nelle sue conquiste), unita in questo oltre misura al di sopra delle tante correnti che per altre ragioni la vedono frantumarsi, non disdegna di consigliare un giusto, un sano ...amore di se stessi e indaga, analizza e descrive come è questo normale, naturale amore di se stessi. (Solo per inciso osservo che nei vangeli e in nessun altro libro della Bibbia, mi sembra vi sia il comandamento di amare se stessi, magari in un modo giusto piuttosto che sbagliato).

Ma proviamo a vedere le cose dal punto di vista del bastonato; dal punto di vista di chi non sa distinguere bene Dio e il prossimo, perché non ne è in grado, non ne ha la capacità e tanto meno la possibilità. O proviamo a mettere in rilievo quella parola che dice similitudine tra il primo e il secondo comandamento, e a pensare che se i due comandamenti parlano di amore per Dio e il prossimo senza distinguere il senso della parola amore, lo facciano perché così è in realtà. Dovrei a questo punto rivolgermi al prossimo e considerarlo la fonte della mia vita, al quale e per il quale non posso fare e dare niente se non ringraziarlo e benedirlo ed eventualmente chiedergli aiuto; e se insisto a pensare che il malato o il povero o il piccolo sono il mio prossimo, di loro dovrei pensare che sono coloro che mi tengono in piedi, che mi danno la vita, che mi mantengono. Abituati a tradurre e interpretare, non sarebbe meglio se invece di dire ama il prossimo tuo come “ami” te stesso, traducessimo: ama il prossimo tuo come “il” te stesso? Se infatti provassimo a togliere uno ad uno il prossimo dal nostro mondo, il nostro “io” di che cosa sarebbe costituito? Il prossimo diventa perciò ciò che mi costituisce, ciò che riempie il mio vuoto. Non siamo nient’altro che il nostro prossimo.

Riassumendo le conclusioni, possiamo dire che abbiamo fatto queste affermazioni: 1- Va e anche tu fa’ lo stesso, significa va e anche tu fa il mezzo morto. 2- Ama Dio e il prossimo può diventare ama il prossimo e Dio. Niente amori verticali e orizzontali, ma solo verticali o solo orizzontali. 3- Niente amore per se stessi, ma ama il prossimo come il te stesso, come colui che ti costituisce, che ti è Signore. E queste affermazioni le ho inscritte in processi più ampi di formazione della conoscenza, mettendo in evidenza alcuni nodi cruciali che determinano la nostra posizione di fronte a questo nostro mondo. La grossolanità, per un verso, e la pignoleria, per un altro, con cui ho ragionato (e sragionato) sul Vangelo, spero tradisca una mia passione e incoraggi la vostra, tanto che possiate vedere ciò che non si vede e ascoltare ciò che non si ascolta.

Letto 1332 volte