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Venerdì, 01 Settembre 2000 00:00

della cura di sé

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Lc 4,16-30

Si recò a Nazareth, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c.erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di Sidone. C.erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

 

La letteratura morale, psicologica, pedagogica... o più in generale larga parte della mentalità attuale consiglia - al fine di essere persone realizzate, mature, vitali, all’altezza di un comportamento dignitoso - la cura di sé, l’autostima, la necessità di pensare se stessi in modo positivo.

Forse questi consigli hanno origine reattiva ad impantanamenti depressivi sempre più frequenti; o forse no, e potrebbero esserne magari la causa.

Al di là dei motivi che insinuano questa mentalità, ciò che meraviglia di più è che il mondo cristiano sostanzialmente è omogeneo a questa mentalità, nonostante sia difficile rintracciare nelle scritture consigli di questo genere.

La questione non coinvolge tutti, ma potremmo dire soltanto coloro che hanno problemi di identità. Che però sono tanti, forse i più.

Tipico di questi momenti è l’apparire di un modello immaginario sul quale confrontare se stessi e verso il quale orientarsi nella speranza di raggiungere quella stabilità ormai frantumata, e se ciò si presenta con i caratteri dell’impossibilità, il desiderio spinge almeno a poter riposare all’ombra di tale modello. Dinamiche adolescenziali; e diciamo pure che Dio appare come il modello più raffinato tra i tanti disponibili.

Ora, prendiamo quel racconto evangelico di Luca che vede Gesù tornare nella sua città di Nazareth ad insegnare nella sinagoga. E’ un testo sul quale l’interpretazione pressoché universale di commentatori e predicatori fa perno sull’“oggi” lucano e dunque sull’attestazione che Gesù, a differenza di qualsiasi altro uomo, può a ragione affermare che “oggi, in me si adempie la scrittura”. Gesù siede ormai alla destra del Padre, è “il modello”. I Nazarettani non lo sanno, non lo credono. E lo rifiutano.

A ben vedere, e questa lettura più giusta mi viene dal P. Giuseppe Gandolfo, il problema è un altro: proprio quello della cura di sé o dell’autostima.

Allorché Gesù, alzatosi nella sinagoga a leggere Isaia e chiuso il rotolo commenta: “Oggi si è adempiuta questa scrittura”, egli non compie nulla di nuovo. Si comporta come era giusto fare nella migliore tradizione giudaica, dove ogni liturgia doveva essere l’avverarsi della parola di Dio. Il commento di Gesù al brano di Isaia era omogeneo, in linea con i commenti di ogni buon israelita, niente di più. Tant’è che la risposta dei Nazarettani è di stima e di meraviglia: “Non è costui il figlio del falegname?

Il commento di Gesù non ha nulla di “divino”, di trascendentale, di strano rispetto ad ogni buon fedele che prega, che legge la parola della scrittura e che riconosce “oggi” l’adempimento della volontà di Dio.

Dunque, quel Gesù che dice “Oggi si è adempiuta questa scrittura” conferma doppiamente i “suoi”. Sia sul versante del pensiero religioso, della loro mentalità e della loro fede, mettendosi dalla parte dell’ortodossia nel riaffermare la verità di Isaia, e con questo anche sul versante dell’”orgoglio di famiglia” poiché un loro figlio, un loro concittadino sapeva cavarsela egregiamente.

Ma Luca introduce un “ma” e le cose si complicano.

Tornato al suo paese, tra quelli di casa sua, del suo sangue, nella sua patria, non poteva accontentarsi di un giusto e meritato plauso, del resto espressamente concessogli? Aveva ottenuto quel riconoscimento che per molti è il punto d’arrivo, la lotta di tutta la vita. Perché disprezzarlo?

Quel “ma” introduce l’autodistruzione di Gesù davanti ai suoi. E lo fa affermando che Dio opera secondo Isaia, ma non per loro.

Dio dovrebbe voler bene a tutti, certo anche agli “altri”, agli stranieri, ai non credenti, ma tanto di più o almeno ugualmente ai suoi, al suo popolo. Perché negare questa verità? Gesù in questo esce dall’ “ortodossia” e proprio qui sta la sua “divinità”, l’Altro che non può e non potrà mai venire dalla sapienza dell’ uomo. Gesù li provoca fino alla loro decisione di buttarlo giù dal precipizio.

Il buon senso non avrebbe suggerito una tale demenza da parte di Gesù. Una volta ottenuto il loro consenso, avrebbe potuto ottenere qualsiasi cosa da loro. Perché rovinare tutto? Aveva iniziato bene, era sulla strada della conferma, del pensiero positivo. Anche Dio sigillava con la sua benedizione il suo popolo. Perché negare tutto ciò ritenendoli maledetti da Dio, estranei alla sua grazia e ai suoi favori? Gesù ha voluto la sua distruzione, l’ha cercata con un pari giudizio di distruzione sui suoi.

Mi torna alla mente un’espressione di Zarathustra che suonava più o meno così: “Io amo colui che vuole la propria distruzione, perché così va oltre”.

Torniamo ora alla cura di sé, all’autostima, al pensiero positivo...

Tutte queste cose prevedono l’allontanamento di tutto ciò che ammala il sé, il pensiero positivo non può coabitare con quello negativo, le ragioni della disistima devono tacere, la scalata verso la realizzazione del sé comporta selezione e abbandono di quanto l’ostacola.

Supponiamo che i Nazarettani invece di autostimarsi, invece che pensarsi benedetti da Dio, si fossero pensati maledetti da Dio. Avrebbero comunque buttato dalla rupe Gesù? E su quante morti è costruito il pensiero positivo dell’uomo?

Naturalmente, se è un inganno far perno sulla positività del sé per stare a galla, vuol dire che è meglio far perno su altro.

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