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Giovedì, 01 Giugno 2000 00:00

dalle parole alla Parola

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Vangelo secondo Matteo 4,1-11

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.  E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.
Il tentatore allora gli si accostò e gli disse:  «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane».  Ma egli rispose:  «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».  
Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio
e gli disse:  «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Gesù gli rispose:  «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».  
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai».  Ma Gesù gli rispose:  «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».  
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.

 

Qual è la premessa di una parola saggia, capace di scaldare il cuore? Quali le garanzie della sua verità?
Nell’imperversare dei media anche le parole si son moltiplicate fuori misura residuando dispersione (o disperazione) per eccesso quantitativo (e qualitativo). Il livello di saturazione, già colmato, tracima e la reazione istintiva, la difesa più efficace è, come sempre la lontananza, ossia la sordità. Un’alzata di spalle, dicendosi: ma che cos’è la verità?
Estremamente severi e guardinghi sulle parole di saggezza, ci paiono più affidabili quelle sulla tecnica; più facile controllarne l’efficacia, più concrete, visibilmente operative. Così si presentano, ma ignoriamo che la tecnica evolve con una rapidità tale per cui, sostanzialmente, anch’essa ci rimanda alla nostra inconsistenza, e se per qualche attimo restiamo inebriati dalle sue malie, l’attimo successivo siamo abbandonati alla nostra “vecchiaia”.
Di più, sappiamo che alle parole sottostanno le intenzioni e così la diffidenza dilaga. Non solo sono tanti a parlare, dalla destra al centro alla sinistra, dai cristiani ai musulmani agli induisti, ecc., ma anche la falsità è un’anima di questa terra.
Donde dunque una parola di verità, per la mente certo, ma soprattutto per un cuore che si chiude nell’apatia?
Ho tagliato corto sul lungo e sempre alla fine drammatico gioco che per anni può vedere l’uomo convinto di questo e di quello, appassionato per una cosa o per un’altra. Convinzioni e passioni intense, ma veloci, fugaci. Da chi dunque una buona parola?
Forse la garanzia della sua durata nel tempo? Il Vangelo sarebbe più vero del Corano perché ha cinquecento anni di più? Oppure la professionalità dell’oratore? Il cattedratico che ha fatto della parola il suo mestiere può pretenderne la competenza? O il consenso misurato in successo e potenza? Qualche agenzia leader nell’informazione come vanta, ad esempio, la CNN?
Il problema se lo devono essere posto anche gli evangelisti (= scrittori della buona parola) se, proprio all’inizio delle loro buone parole, rispondono al nostro problema con un episodio un po’ strano e fantasioso: Gesù è condotto nel deserto per quaranta giorni, è tentato da Satana e gli angeli lo servivano.
La parola di Gesù ha una premessa, vale perchè viene da un preciso luogo, da una precisa esperienza. Anzi, in proporzione alla sua pretesa di dire una parola universale ed eterna, si fa carico, e non poteva eluderlo, del vertice del delirio umano, quel vertice che spesso naufraga tra il bene e il male, tra il divino e il satanico, laddove l’eccitazione sensoriale diventa capace appunto del demoniaco e dell’angelico. Come a dire che se a questo livello di bassezza o di grandiosità è possibile una parola pulita, semplice, perfetta, tanto di più essa saprà essere tale nella frantumazione storica di ogni tempo e per qualsiasi contingenza.
Dunque, quale patente l’uomo esige da colui che gli parla perché ne riconosca l’autorità, quell’autorità piena, incapace di residuare disobbedienza? Quale patente, nel nostro caso, esibisce Gesù per il suo vangelo.
Anzitutto il deserto, la parola deve aver visto l’estensione senza confini del deserto, la bruciante, infida e sovrabbondante estensione dell’ingiustizia. Il deserto di un bambino violentato senza alcuna redenzione, per restare alla potente immagine evocata da Ivan nei Fratelli Karamazov di Dostojevski.
Quaranta giorni, giusto il tempo per morir di fame, di sicuro giusto il tempo per la morte di quella parola che promette sostentamento. Nessun Dio cambia le pietre in pane e la fame resta.
Se colui che ti parla non conosce la fame che valore può avere il suo parlare? Ma se ha fame tu sai che ogni sua parola è il pane che ti chiede, e se tu parli perché hai fame, ogni tua parola è il pane che chiedi. Il “ti amo” dell’incosciente è dunque parola vana, ma anche il “ti amo” dell’affamato è soggetto a tentazione, va messo alla prova e pretende una sua altra vitalità: non di solo pane vive l’uomo.
Certo anche di Dio, ma quanti dei devono morire prima di poter saziare il ventre con la Sua parola?  L’evangelista pare li raccolga tutti in uno e a ben vedere hanno tutti la caratteristica del “buttati e il tuo piede non inciamperà”. Com’è sospetto il ti amo di un “credente”? Non esiste un Dio che ti garantisca di non inciampare, altrimenti che Dio sarebbe? Se colui che ti parla non sa questo, non ti raggiunge, non può permettersi il tuo inciampo e tu non l’ascolti. Avete mai parlato con un convinto “medjugorino”? C’è lui, ma non ci siete voi. E con un “cattolico” o un “berlusconiano”? Altri chiamerebbe fanatismo quest’eccesso di fede piuttosto che idolatria. Basta intendersi, e l’inciampo resta.
Ma se così stan le cose, se non c’è un Dio che sfami e che tolga i sassi davanti ai nostri piedi, pane e sassi sono dell’uomo. Pulito pulito resta l’uomo e ogni altra cosa è sua “tutte queste cose io ti darò” . E’ l’approdo cinico dell’impotenza e tuttavia dalla breve durata. Chi ascolta un padrone? La voce del padrone non ha mai scaldato il cuore di nessuno. Eppure com’è forte questa tentazione, com’è sottile, impercettibile il confine tra l’uomo e Dio.
E l’uomo resta senza niente, padrone di nulla nell’immenso regno che pur vede.
E gli angeli lo servono.

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