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Lunedì, 01 Ottobre 2012 00:00

Parole o vita?

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Un giorno chiesi a mio padre se aveva capito la predica di un certo vescovo. Mi rispose: “Costui crede che io creda a ciò che lui non crede”. Mio padre non sapeva che farsene delle parole, anche se dette bene. Senza saperlo non faceva altro che ripetermi, con sue parole, la parabola dei due figli. Eccola: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, vai oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Dicono: “L`ultimo”. E Gesù disse loro: “In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. E` venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.” (Mt,28.32).

Una comunità, un cristiano, un prete, un vescovo, muore quando c’è discrepanza tra ciò che annuncia e ciò che vive. La resurrezione è un evento che si deve vedere, toccare. Altrimenti è una illusione, un filmetto che ci facciamo a nostro uso e consumo. Il Risorto (Gesù) si presenta ai suoi non come uno spirito, una visione o un concetto. Mangia, si fa toccare. Tommaso vuole mettere il dito nelle sue piaghe, diventa carne visibile. Così una comunità che trasmette solo concetti è una comunità di parolai, non è visibile. Molte famiglie religiose si lamentano della mancanza di vocazioni, che non sia perché non è visibile tra loro il messaggio che predicano? Nel Risorto non c’è inseparabilità tra la parola e la vita. Gesù non ha consegnato il suo messaggio a dei dotti che ne avrebbero fatto una dottrina, ma scelse semplici lavoratori che raccontarono ciò che avevano visto e toccato.

Gli Apostoli hanno soprattutto predicato con la vita e non hanno usato parole difficili per portare la “Buona novella” ma sono: “stati sempre pronti a dare ragione della speranza che era in loro” (1Pt 3,15) mostrando con coraggio ed umiltà la loro effettiva povertà di fronte al grande messaggio che era stato loro donato. Sapevano di essere vasi fragili in cui era stato posto un unguento prezioso e non hanno avuto timore che altri potessero rompere il loro vaso.

Gesù è la Parola che si trasforma in carne viva, piange, soffre, muore, si fa toccare, dice che, quello che Lui ha fatto, possiamo farlo anche noi. Non è un filosofo di cui si può trasmettere il pensiero con dei libri. Chiede di annunciare il Vangelo non soltanto con discorsi intelligenti, perché questi sono, quasi sempre, discorsi astuti che fanno credere di essere capaci di catturare anime. Riempire le chiese non significa riempire i cuori.

Un bel discorso rimane un bel discorso se non spinge a cambiare vita. Già i latini sostenevano che: ”Verba volant exempla trahunt” Le parole volano gli esempi trascinano. La saggezza popolare aggiunge: “Dimmi che fai e ti dirò chi sei”. “Bisogna amare il Crocifisso”, è semplice dirlo. Difficile amare i vari crocifissi che vediamo tutti

i giorni. È facile cantare:” Dov’è carità e amore lì c’è Dio”, difficile la stima e, tanto più, l’amore reciproco. Parlo di stima che è il primo gradino su cui si posa la carità. Se non c’è stima come può esserci carità, verso chi non stimiamo? La carta di identità che Gesù ci ha data, facendoci riconoscere come suoi, è l’esempio di vita. “Tutti sapranno CHE SIETE MIEI DISCEPOLI, se avrete amore gli uni per gli altri”. (Gv13,35). San Paolo aggiunge: “La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello STIMARVI A VICENDA”. (Rm 12,9). Leopardi argutamente sosteneva che: ”La stima è come un fiore, pestato una volta gravemente o appassito, mai più ritorna”. Pensate come sarebbe bello sconfessare Leopardi e dimostrare che il nostro amore fa risorgere la stima, il dialogo e la comprensione, sempre più convinti che ogni divisione è opera del demonio.

Dio non ha bisogno di ammiratori che applaudano, vuole coraggiosi e continuatori del suo progetto. Il ritorno a Lui non consiste nel farsi paladini di un’idea, sia pure splendida, deve piuttosto tradursi in impegno e inserire il fratello nel piano della creazione e della salvezza, cioè nell’opera di Dio per eccellenza.

Il culto di Dio è meno importante di quello verso l’uomo, visto che persino l’offerta sacra può essere rinviata od omessa del tutto. Dice infatti Marco (12,33) che “l’amore del prossimo vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”, e lo ripete Matteo parlando della rappacificazione tra due persone: “Se dunque tu sei per deporre sull’altare la tua offerta e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa a tuo carico, lascia la tua offerta davanti all’altare e va prima a riconciliarti con tuo fratello, dopo verrai a offrire il tuo dono” (Mt. 5,23-24 e vedi anche: E.S.,San Domenico Il fascino di un profeta attuale, cap. III)

La predicazione dovrebbe far scaturire, in chi ascolta, quasi un senso di invidia che faccia gridare: “Guardate come si amano e come ci amano!”. Forse siamo o pensiamo di essere un p0’ troppo saggi, troppo prudenti o forse più semplicemente troppo vecchi. È più facile lasciarci portare dalla corrente che remare contro corrente. Mancano gli evangelizzatori. I più non ricevono l’annunzio della salvezza. Spesso ci limitiamo a predicare a quel numero esiguo che ancora viene in chiesa. È finita l’itineranza, la predicazione nelle piazze nei supermercati o dove sta la gente. Forse ci siamo trasformati in:

VENDITORI DI PAROLE

Bla bla...parole parole

Stratosfera inutile di suoni

Mummificata.

Ultimi belati da bare

Senza nome

Senza senso.

Antiche angosce

Mai perdute.

Sogni senza sogno.

Desideri senza spinta.

Slanci senza moto

Inutili vuote.

Aborto di una risurrezione

Neppure intravista.

Costruita su nuvole di morte

Su modelli di morte.

Parole parole.

Fili d’acciaio freddo

Tagliano l’aria.

Mulini senza vento.

Maschere preistoriche

Tribali.

Indossate da attori da strapazzo

Angosciosamente false.

Si muovono come marionette

Danzando fuori tempo

Con musiche senza melodia

Sgraziati.

Veleggiano rapide

Invadono il mondo.

Gramigna di verbi

Non pesate

Gettate a manciate.

Parole assordanti

Rombanti

Leggere o pesanti

Parole sferzanti

Illusorie pietose.

Cattedrali di aggettivi

Senza senso

Vuote.

E sacerdoti di parole

Officianti liturgie

Di veleno

Di morte.

Venditori di niente.

Soltanto parole.

 

FERMATI NELLA MIA CASA

Come un coro

Sale la musica

Della Tua presenza.

Il suono della Tua Parola

Frantuma i cancelli

Del tempo.

Sgorga copiosa la sorgente

Di carne e sangue.

Fermati questa notte.

Fermati ancora.

Ogni goccia del mio fiume

T’appartiene.

Fermati

Non andare.

Ti prometto che non crederò più

Alle parole che parlano di morte.

So che la conoscenza

Non viene dalla carta stampata.

So ch’è scritta da uomini

Senza carne e sangue.

So che non sono

Le idee e i discorsi

Che cambiano la vita

Ma l’immersione il battesimo

Nella carne e nel sangue.

So che una carezza

Vale più di un poema.

So che il sapere non serve

Se manca l’incontro.

Tutta la scienza

Non eguaglia un sorriso.

Se mancasse la Tua Parola

Fatta Carne

Che ne farei del moto delle stelle

Delle equazioni algebriche?

Neppure la primavera

Con le sue dolci distese di verde

Muoverebbe i miei passi.

Non gusterei il freddo d’inverno

L’ardore estivo

Il romantico autunno.

Fermati.

Per Te che vieni

Ho pronto

Il pane e l’olio.

Fermati

É Tua questa casa.

Tutto Ti appartiene.

Senza la Tua presenza

Niente ha valore.

Ti ho atteso

Mascherato d’allegria

Privato di gioia.

Ti ho atteso

In foreste di pietra

Appariscente

Falsa.

Fermati non andare.

FERMATI NELLA

MIA CASA.

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