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Venerdì, 01 Marzo 2013 00:00

Le coppie di fatto

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Che la Chiesa proclami la famiglia come il cardine di questa nostra società mi trova più che convinto. Sono ancora con la Chiesa quando lotta e s’impegna a debellare la pena capitale nel mondo, quando parla di pace, di giustizia, di equa distribuzione delle ricchezze del pianeta, di aborto, di difesa della vita, di eutanasia, e anche quando parla di politica, se questa è “amore della polis”. Mi entusiasmo quando scopro il bene che fa in tante terre dove la miseria, la malattia, il sopruso e la violenza non permettono a molte popolazioni di vivere una vita degna dell’uomo. Ma consentitemi di rimanere dubbioso e di non capire quando non si applica il principio che rende la nostra fede in Dio tanto diversa dalle altre religioni.Voglio dire che la Chiesa deve essere anche madre amorosa, attenta, vigilante. Sempre pronta a condannare il peccato ma anche ad amare il peccatore, il deviato o chi, non avendo la fede, pensa e vive diversamente da come Essa insegna e proclama a gran voce. Chi sono questi “cattivi compagni di viaggio” che non credono al valore del matrimonio? Un po’ birichini, oppure atei, o gente che non vuole o non può contrarre matrimonio? Ammettiamo pure che siano persone volutamente “cattive”, che si beffano della legge di Dio e della legge degli uomini; però per noi cristiani rimangono le coppie di fatto dei fratelli, dei figli di Dio anche se non lo sanno o non lo vogliono sapere, il che è lo stesso. Sebbene essi si tirino fuori dai doveri del cristiano, ciò non significa che con quel gesto o quel rifiuto diventano da figli, figliastri di Dio. Allora perché non lasciare loro uno spazio di misericordia? O, peggio ancora, perché negare la possibilità di ottenere dallo Stato un riconoscimento della loro forma di convivenza, che certamente non è il matrimonio cristiano, ma rimane almeno per loro, un segno del desiderio di condividere il cammino della vita. Ogni nucleo famigliare si regge su equilibri interni che divergono in modo profondo l’uno dall’altro e che se non danneggiano nessuno, sono comunque accettabili sebbene non rientrino nell’ambito dei costumi e dei comportamenti comunemente considerati “normali”. Vi sono padri e madri scrupolosi, attenti, altri disinteressati; figli di divorziati, che non risentono in modo traumatico della separazione dei propri genitori e altri che lo vivono come un dramma; padri responsabili e padri totalmente irresponsabili, lo stesso per le madri. Tante famiglie, tante storie, che rappresentano un quadro della complessità e della ricchezza della vita, per cui l’aggettivo “normale” non ha alcun senso. La diversità è uno spauracchio da agitare per altri fini.

E’ necessario parlare di amore e insegnare il rispetto, capire che la diversità fa parte della vita. Certamente un pigmeo è diverso da un vichingo, un uomo da una donna ed in questa qualifica di uomini vi sono tante diversità quanti sono gli uomini. Dio non si ripete mai nella creazione. Ognuno di noi è un capolavoro a se stante, riconoscibile proprio per la sua diversità. Lascio ai vari Hitler considerare un errore della natura la diversità. Persino l’amore non è normale, è il sentimento più rivoluzionario che esista. Non posso dire che il mio amore per Dio sia uguale a quello che ha avuto santa Caterina da Siena, eppure anche io amo Dio e il prossimo. Nessuno può dirmi che il mio piccolo amore è sbagliato. Può soltanto dirmi che amo di meno, che potrei amare di più, ma non che il mio amore è senza valore. Vi sono nel mondo milioni di unioni non basate su un contratto di matrimonio e tanto meno hanno ricevuto il sacramento della Chiesa. Costoro cessano di fatto di essere figli di Dio?

Tutto ciò non esonera la Chiesa dal predicare e dal convincere non solo le coppie di fatto chi cristiano si sente e vuole vivere come tale, ma anche gli altri, i diversi da noi, senza però nessuna costrizione. Dio ci lascia liberi di seguire o di non seguire la via tracciata da Gesù Cristo.

Credo che la Chiesa abbia il diritto e il dovere di parlare a tutti gli uomini di questo mondo senza esclusione. Essa è madre e ogni uomo, di qualunque razza e colore, è suo figlio, anche chi non la pensa come lei o è contro di lei, se vive o non vive secondo i suoi dettami. Tutti, proprio tutti, ama con uguale amore e con un amore ancora più grande quei figli che la fanno più piangere e soffrire.

Il Concilio dice: “[La Chiesa] nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, esamina qui innanzitutto tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino. Infatti i vari popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra. [...] Non possiamo invocare Dio Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. [...] Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduce tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano” (Nostra aetate).

La Chiesa è dunque libera di parlare a tutti gli uomini. È un suo dovere, a meno che non si voglia dire che i non cristiani non sono uomini. Anche lo Stato è altrettanto libero di parlare e legiferare prendendo magari le distanze dalla Chiesa; infatti se, in un paese totalmente cattolico, qualcuno dovesse abbandonare la Chiesa, lo Stato deve rimanere libero di considerarlo sempre suo cittadino, con diritti pari a quelli degli altri.

Sembra delinearsi gradatamente una distinzione sempre più chiara fra il compito della Chiesa e quello dello Stato.

Perciò la Chiesa sarà sempre meno Stato e sempre più spirituale (ciò non vuol dire invisibile), mentre lo Stato diffonderà sempre meno una determinata visione della vita. Sul piano organizzativo, perciò, una separazione. Ciò non significa che fra Stato e Chiesa non esistono numerosi legami. Infatti si tratta sempre degli stessi uomini, che non si possono dividere in due metà, una “profana” e l’altra “credente” (Catechismo Olandese)

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