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Mercoledì, 01 Maggio 2013 00:00

Amatevi come io vi ho amati

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Madre Teresa di Calcutta scriveva ad un prete: “Hai chiesto di passare tre mesi solo con Gesù (in ritiro); cosa che ti sembra giusta. Ma se in questo tempo la fame di Gesù nel cuore di qualche membro del suo popolo è più grande della tua, non dovresti restare solo con Gesù sempre. Devi permettere a Gesù di trasformarti in pane per essere mangiato da coloro con cui vieni a contatto. Lasciati divorare dagli altri; con la parola e la presenza tu proclami Gesù... Anche Dio non poteva offrire un amore più grande che donandosi lui stesso come Pane di vita – per essere spezzato, per essere mangiato affinché tu ed io potessimo mangiare e vivere, potessimo mangiare e così soddisfare la nostra fame d’amore. Eppure non sembrava soddisfatto, poiché anche lui aveva fame d’amore. Si è dunque fatto l’affamato, l’assetato, il nudo, il senza-casa e non ha smesso di dire: “Avevo fame, ero nudo, ero senza casa.

L’avete fatto a me” (Mt 25,40). Il Pane di vita e l’affamato, ma un solo amore: solo Gesù”.

Questo pensiero di Madre Teresa mi fa sentire in colpa, come uomo, come cristiano e soprattutto come prete. Penso con quanta facilità, noi cristiani, preti, vescovi e papi parliamo d’amore. Ora, chi ama davvero s’impegna a vivere in pieno l’amore professato. Per un cristiano questo impegno è la struttura portante della sua fede e lo qualifica come discepolo di Gesù Cristo.

San Paolo nella lettera ai Galati (2,20) ci indica la strada: amare come Gesù ci ha amati, dando se stesso fino alla morte. Dare se stessi, per Paolo, significa imitare Gesù Cristo non solo con le parole, ma con la vita.

Dunque è facile parlare d’amore, ma, dice un vecchio proverbio, “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. La realtà che viviamo ci mostra ogni giorno la difficoltà di vivere in pieno l’amore e lo stesso vocabolo amore ha bisogno di ritrovare il suo valore effettivo. I papi, i vescovi, i preti, i superiori, i governanti, i politici, i fidanzati tutti parlano d’amore. L’amore è diventato come il sale che rende saporite le pietanze e deve stare su tutte le tavole. Questo amore “splendido” è diventato una nebulosa strana che non dice più nulla, si è logorato non solo nel parlare e vivere concreto, ma anche nel linguaggio religioso. Non costa nulla sostenere che si amano i cinesi, i musulmani, gli omosessuali, le coppie di fatto. Il problema nasce quando questo amore proclamato lo si deve vedere. Mi spaventano quelli che pongono il loro amore sul potere, sul denaro, sul sesso, ma ancora di più mi spaventano quelli che si sentono buoni e sono convinti che nessuno possa vivere l’amore meglio di loro. I primi è più facile smascherarli, i secondi più difficile. Nessuno è più pericoloso di chi si ritiene di avere un messaggio di salvezza per gli altri.

Costoro il Vangelo di Luca li presenta così: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.» (18,10-14)

Ma è sufficiente per un cristiano battersi il petto, dichiararsi peccatore per essere discepolo di Gesù Cristo? È come dire che il Signore ha chiesto di vivere l’impossibile, per cui è facile scusarsi e dire: sono peccatore, non ci riesco.

Quello che ho capito io sull’amore di cui parla Gesù è che è un amore severo, per nulla conciliativo, che non tollera compromessi.

“O si è con me o si è contro di me”. “Non si può servire due padroni”. “Chi vuol venire dietro di me prenda ogni giorno (sempre) la sua croce e mi segua”. Non esistono altre strade.

Questo Gesù è un punto di riferimento della coscienza credente che ama, di conseguenza non si può dire “io amo”, se non ho di fronte il Crocifisso. Certo si ama tutti, ma non si può essere con tutti. Debbo amare anche Hitler, ma non mi è lecito andare a braccetto con lui. Debbo scegliere. Non si può avere un amore che mette insieme vittima e persecutore. Non è permesso essere indifferenti, si deve scegliere: o con il Crocifisso o con i crocifissori. Si deve partire amando il Crocifisso, vedendolo nei milioni di crocifissi che sono innalzati sulla nostra strada.

Si devono fare le scelte che Gesù ha fatto. Solo allora l’amore diventa costruttivo e porta, senza ombra di dubbio, al conflitto con coloro che difendono soltanto i loro interessi. Voglio dire che è vero amore anche il grido: “Non ti è lecito comportarti così”.

Infatti nessuno può dubitare che Gesù non amasse gli scribi e i farisei ma non si esime dal tacciarli da ipocriti, sepolcri imbiancati, razza di vipere, altrimenti l’amore diventa una melassa dolciastra che alcuni pensatori hanno chiamato, giustamente: “Oppio dei popoli”.

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