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Domenica, 01 Settembre 2013 00:00

In Italia siamo cristiani?

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Il cristiano, per sua natura, è missionario. Tutti noi, che ci professiamo cristiani, abbiamo il compito di andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo ad ogni creatura; siamo TUTTI messaggeri dell’amore di Dio. La missione è ciò che ci qualifica, permea la nostra vita personale e comunitaria: se non sentiamo il bisogno di evangelizzare, di portare la buona notizia che ha cambiato la nostra esistenza, allora la nostra fede è una etichetta falsa, siamo cristiani solo di nome. La missione scaturisce dal battesimo che rende ogni battezzato sacerdote, profeta e di stirpe regale. Sacerdote: capace di offrire culto a Dio e consacrato al servizio della testimonianza. Profeta: chiamato a parlare in nome di Dio e ad indicare la strada da seguire, la stessa che lui percorre per primo. Re: in quanto figlio di Dio e ne assume la regalità. L’azione missionaria comporta un “partire”, un andare verso altri, un farsi tutto a tutti, ben coscienti che la propria salvezza è legata alla salvezza di altri. Non ci si salva né ci si danna da soli: siamo tutti in cordata! Si va, portando Gesù Cristo, il suo messaggio. Ora, nessuno può dare ciò che non ha, non si può essere missionari se non si vive ciò che si annuncia. Se crediamo che Cristo è tutto per noi, Egli deve entrare nella nostra vita quotidiana. Non è sufficiente quel vago sentore di spiritualità che prende soltanto il sentimento. Gesù deve prendere in Italia siamo... tutto di noi, la mentalità, la sensibilità, la volontà. Paolo VI disse a Manila il 29 nov.1970: “Guai a me se non predicassi il Vangelo”: Io sono mandato da Lui, da Cristo stesso per questo. Io sono apostolo, io sono testimone. Io devo confessare il Suo nome: Gesù è il Cristo, il figlio del Dio vivo. Egli è il rivelatore del Dio invisibile, è il primogenito di ogni creatura. È il fondamento di ogni cosa. Egli è il maestro dell’umanità, è il Redentore. Egli è nato e morto, è risorto per noi. Egli è colui che ci conosce e ci ama. Egli è il compagno e l’amico della nostra vita. Egli è l’uomo del dolore e della speranza. È colui che deve venire e che deve essere un giorno il nostro giudice e, come noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità. Io non finirei più di parlare di Lui. Egli è la luce, è la verità, anzi Egli è la via, la verità, la vita... Gesù Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annuncio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra, e per tutti i secoli dei secoli”. Questo impegno con Cristo non è riservato al Papa, ai vescovi, ai preti, ai frati e alle suore. Esso è per tutti. Andare agli altri come Gesù è venuto a noi: accettando tutto ciò che è umano per farci comprendere dagli uomini e poterli introdurre nella sua intimità. Avere la preoccupazione di andare agli altri accettandoli per come sono e non obbligandoli a uniformarsi alle nostre abitudini, a ciò che noi pensiamo sia il meglio. San Paolo sottolinea che l’unità è possibile solo nella diversità, dove ognuno si esprime secondo la propria vocazione e si adatta agli altri per formare un solo corpo nella molteplicità delle sue membra. In questi giorni, da tanti che si professano cristiani, si sono sentite scagliare contro una nostra sorella, il ministro per l’integrazione, offese che ci squalificano non solo come cristiani ma come uomini. Come può chiamarsi ancora cristiano chi chiama una donna con epiteti che non oso citare, per vergogna? Come può chiamarsi cristiano chi pratica e diffonde il razzismo nella nostra terra? Ma in Italia siamo cristiani?

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