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Giovedì, 14 Novembre 2013 19:56

Storia di Ganghereto (AR)

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La Collina del Sorriso di Terranuova Bracciolini

Storia di Ganghereto

 

PRE-STORIA

Non credo sia solo questione della naturale consunzione degli anni se, ripensando a quarant’anni fa, avverto una sorta di nostalgia per un tempo che ora ritrovo tramontato forse per sempre. Il fermento di un futuro aperto, capace di penetrare il cuore e animare le menti soprattutto dei giovani di allora non è neppure paragonabile all’incapacità oggi di immaginare quale sarà il nostro domani più prossimo.

Erano gli anni del Concilio, erano gli anni del così detto Sessantotto. Il vecchio mondo crollava sotto i colpi di una speranza che faceva intravedere un mondo più giusto, più vero. Naturalmente furono anni difficili, attraversati anche dal sangue, ma sembrava che un grande risveglio si fosse insinuato tra le pieghe di vecchie strutture e vecchie istituzioni. Sia pure in opposti tentativi, nel calderone di spinte contrastanti, un’effervescente inquietudine spingeva al protagonismo. Si avvertiva di essere protagonisti del proprio mondo. Al contrario di oggi in cui l’insignificanza è il riscontro col quale fare i conti, amari conti. Nel risveglio d’allora diventava possibile uno sciopero a Milano per l’ingiusto licenziamento d’un operaio di Palermo. Oggi neppure il murarsi vivi nelle caverne d’una miniera ha la capacità di smuovere un dito di chi non è minatore in quella miniera.

Ebbene, nel 1972 mi venne dato Ganghereto in comodato. Si trattava del frutto maturo di un movimento ormai sparso in tutta Italia, la G.A. - così si chiamava, acronimo di Giovani Amici - che era cresciuto nell’ambito del lavoro che i miei superiori mi avevano affidato: la predicazione attraverso il Rosario. Un movimento di preghiera che, con una particolare attenzione alla figura di Maria e alla sua fede, voleva approfondire la propria fede costruendo rapporti di amicizia e solidarietà, voleva essere Chiesa, raccogliendo il meglio delle spinte conciliari. Mi trovavo ad organizzare convegni, settimane di esercizi, mostre, spettacoli, un po’ ovunque in Italia e questo non costituiva neppure la parte più importante della mia attività al Centro del Rosario di Bologna. Un corrispondente movimento dei “Piccoli Amici del Rosario” mi vedeva correre su e giù per l’Italia per incontrare, organizzare, animare e, posso dirlo, reggere una realtà che, nei momenti della mia solitudine, mi faceva persino paura. E poi i treni a Lourdes, in Terra Santa, e poi…

 

TERRANUOVA BRACCIOLINI- GANGHERETO

 

In questo quadro era maturato il desiderio di una sede per la G.A. Un luogo che non risolvesse solo lo spazio fisico capace di accogliere le sempre più numerose iniziative che il movimento, crescendo, chiedeva. Un luogo che fosse soprattutto la realizzazione di un’esperienza di Chiesa completa, piena sia nella disponibilità di chi l’avesse abitato sia nell’apertura e convivenza dei diversi carismi che pullulano nella Chiesa.

Cercavo un luogo dove tentare una esperienza di chiesa diversa, dove fosse possibile vivere e lavorare insieme religiosi e laici. Il Sessantotto era alle spalle ma ancora mandava bagliori di rinnovamento non solo sociale ma anche religioso. Si sognava una chiesa diversa. il Concilio Vaticano II aveva risvegliato in molti il valore di sentirsi chiesa.

Conobbi Ganghereto, che a quel tempo era una minuscola parrocchia abbandonata e data in uso a dei contadini che vi tenevano conigli e galline, per merito di Don Valente, figlio di Terranuova e parroco di San Giustino. Vi arrivai, come sempre, da incredibile sognatore. Erano con me padre Umberto Frassineti, prudente e fine intellettuale, senza il quale Ganghereto non sarebbe e due giovani studenti, uno di architettura e l’altro perito chimico. Per molte notti dormimmo per terra con delle vecchie coperte a farci da letto. Ricordo che, dopo la prima notte, al risveglio, scoprimmo che i topi avevano mangiato le calze dell’architetto. Primissimo lavoro fu perciò la guerra ai topi.

Tutto era in rovina. Il tetto mezzo crollato per via di un grosso temporale, faceva paura, era pericoloso. Nella casa, desolata, senza mobili, senza finestre, abbandonata da tanti anni, vi regnava la muffa. Non c’erano acqua né luce e neppure un servizio igienico. Il bosco risolveva il problema. Per rifornirci di acqua andavamo alla stazione di Montevarchi a riempire damigiane e fiaschi. Per illuminazione usavamo maleodoranti candele di segale. Per contropartita abbondavano tanti, tantissimi, topi di ogni misura e specie.

Ciò che mi ha letteralmente incollato a quei ruderi e li rendeva di inestimabile pregio, ai miei occhi, è stato lo splendido panorama che si gode da quella collina: su Terranuova a sud e il Prato Magno a nord.

Ricordo che cantavamo: “Cieli e terra-nuova il Signor darà”. Canto che allora si intonava in tante chiese e che si adattava perfettamente al luogo. A questo ve ne aggiunsi un altro scritto da me:

“Canto per la speranza / appena nata / adorna di mattino / di luce e di rugiada / Canto per un sogno / intrecciato a fatica / tutto verde / ramarro solitario / canto fiducioso / a questa speranza / speranza di tutto il mondo / che zampilla leggera / vestita di rosa / che canta sommessa / una musica nuova / al suo canto / si svegliano i prati / esplodendo colori...”

Allora si cantava, si cantava a squarciagola…

 

LA COSTRUZIONE

 

I primi mesi non facemmo altro che ripulire la casa e rendere la chiesa decente per celebrarvi la Messa. Nonostante la nostra buona volontà, con il passare dei giorni ci rendevamo conto che, quattro sprovveduti, quali eravamo, non saremmo mai riusciti a ripristinare la casa. Fummo costretti ad ingaggiare dei muratori. Ganghereto non sarebbe rinato soltanto con le nostre braccia inesperte.

Nel frattempo però s’erano aggiunti, con consigli e qualche aiuto, i primi “amici” di Terranuova, tra i quali, per il ruolo che esercitava, il sindaco Enrico Tigli, che, con occhio paterno, ci introdusse in un territorio che non conoscevamo e nel quale eravamo incapaci a muoverci. E mentre i muratori lavoravano, piano piano ci trasformammo in “predicatori”. Urgeva incontrare la gente, renderla partecipe dell’impresa, prima di tutto avvicinandola al senso di essa e poi chiedendone la collaborazione. Nel tempo setacciammo il Valdarno anche per racimolare soldi. Nessun ente, nessuna banca, la diocesi, i domenicani, nessuno di questi ci ha aiutato a far risuscitare Ganghereto. La ristrutturazione l’ha pagata la gente.

Non solo il Valdarno però, perché se attualmente Ganghereto è un luogo bello ed ospitale, molto è dovuto al mio lavoro di Promotore del Rosario per il quale ho girovagato per tutta Italia a chiedere aiuti. Avevo creato in tutta la Penisola tanti gruppi di bambini e di giovani che risposero con generosità al mio appello. Chiedevo a tutti di regalarmi l’equivalente di un cioccolatino che avrei trasformato in un mattone per la costruzione di un santuario alla Madonna del sorriso a Terranova Bracciolini. Li entusiasmavo dicendo che quella chiesa e quella casa avrebbero avuto il tetto di torrone e i pavimenti di nutella, così che chi veniva costà a pregare e a studiare, vi avrebbe lasciato le impronte.

Non fu facile portarvi l’acqua e la luce elettrica. Avevo trovato un rabdomante che per cercare l’acqua voleva una somma troppo esosa. Così, se il primo miracolo fu quello di trovare Ganghereto, il secondo fu certamente quello di essermi scoperto rabdomante. Prova e riprova e finalmente trovai l’acqua. Andai poi più volte a Roma in cerca di aiuto e finalmente dopo aver bussato a cento portoni riuscii ad ottenere, pagando, che l’Enel portasse la luce. Gli altri miracoli, per chi conosceva la fatiscenza del luogo, ed è salito sulla collina del Sorriso, li lascio alla sua immaginazione.

I giovani iniziavano a venire a Ganghereto. Per tutti vi era preghiera, lavoro e studio. Con loro sistemammo alla meglio il bosco, il piccolo cimitero e la strada.

 

ARRIVANO LE SUORE DOMENICANE

Nel 1973 arrivarono le suore domenicane e le cose iniziarono ad andare molto meglio. Finalmente avemmo dei pasti quasi decenti, ma anche tanto lavoro in più. Le donne sono più ordinate e più esigenti. Ci misero tutti in riga. Ganghereto deve molto a Madre Marie e alle sue suore, in tutti i sensi. Senza il loro aiuto ancora oggi mi troverei nei debiti a cercare denaro per finire di pagare il restauro.

Nel 1975 arrivò a Terranova la statua della Madonna del sorriso che avevo ordinato a Roma. Fu messa nella chiesa parrocchiale di Terranuova per due giorni. Il terzo giorno fu portata in processione a Ganghereto. Venne da Roma il Cardinale domenicano Paul Fhilippe oltre i due vescovi di Arezzo e tantissima gente anche dalla Sicilia. Malgrado la pioggia fu davvero una grande manifestazione di popolo.

I lavori continuavano. Si doveva mettere a posto la Chiesa, il campanile, le vetrate, il parafulmine, le sedie, l’organo, la sacrestia, i paramenti sacri ecc.

Io ero sempre più angosciato per i tanti debiti e le tante pressioni dei miei superiori che mi volevano a Bologna. Intanto il mio rapporto con Terranuova aumentava. Non dimentico, oltre al sindaco Tigli, il successore Pasquini, la signora Anna Migliorini che, portandomi un telegramma, si accorse dello stato pietoso in cui vivevamo, e tanti altri che meriterebbero d’essere citati qui. Due ragioni me lo impediscono, la prima più scontata è che non posso citare tutti in questa breve storia, la seconda più nascosta e credo legata agli anni, è che ripescando i singoli volti ritornano le singole storie e non riesco a trattenere le lacrime.

 

LE DIFFICOLTA’ CON I MIEI SUPERIORI

 

Contestuale alla tessitura di rapporti felici con Terranova si strappavano invece i rapporti con i domenicani di Bologna che non vedevano bene una casa dove frati, suore e laici vivevano insieme.

Ho già detto che quegli anni erano anni di fermento, ma le novità, ogni novità, doveva fare i conti con il vecchio. Continuamente ero chiamato a dar conto ai miei superiori perfino di dicerie, a volte calunnie, che l’iniziativa provocava. E contro il sottobosco di gelosie e invidie non è possibile averla vinta. Conservo ancora lettere di rammarico del maestro dell’Ordine domenicano dispiaciuto di non essere riuscito a far di più per Ganghereto. L’amarezza attuale s’è colmata in un “apprezzamento postumo”. Perdurando la crisi di vocazioni e in genere del mondo cristiano, molti mi hanno manifestato il loro rimpianto per un’opera che poteva essere ancora dei frati.

Il 17 ottobre del 1982 infatti, P. Umberto ed io, obbedivamo ai nostri superiori e lasciavamo Terranuova.

 

LASCIO GANGHERETO

 

Dieci anni di lotte, di sacrifici, di grande lavoro, ma anche di grandi soddisfazioni. In dieci anni sono salite sulla collina del Sorriso migliaia di persone: Cardinali, Maestri generali dell’Ordine domenicano, Ambasciatori, giovani e non più giovani, da ogni parte del mondo: Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Argentina, Austria, Brasile, Inghilterra, Croazia, Grecia, Romania ecc.

I pellegrinaggi continuano e saranno sempre più numerosi e Terranuova potrà un giorno vantarsi di avere il primo santuario dedicato alla Madonna del Sorriso.

L’effige della Madonna del sorriso è ormai in molte parti del mondo e il lunedì di Pasqua ed il 31 di Maggio di ogni anno, a mezzo giorno, sia a Ganghereto che in molte parti della terra, si recita la supplica alla Madonna del Sorriso.

Le suore domenicane della Congregazione Romana di san Domenico seguitano egregiamente a guidare i tanti pellegrini che salgono a Ganghereto.

Per loro nutro un sentimento profondo di gratitudine.

A me rimane il rimpianto di non poter essere un giorno sepolto nel piccolo cimitero che tante volte avevo pulito!

Letto 4713 volte Ultima modifica il Giovedì, 21 Novembre 2013 11:07
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  • Ospite - mina pioldi

    Ciao Padre Ennio,
    Ti scrivo dopo essere inciampata nel tuo nome in rete...
    Sono stata a ganghereto nel 1978 con padre Riva di Bergamo,con il gruppo che ha rimesso in piedi il frantoio.
    Avrei proprio voglia di rivederti e so che sei a Novara,
    E' un periodo complesso della mia vita,e quasi contro la mia volonta'sto' scoprendo il rosario.

    Un bacio
    Mina

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