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Sabato, 01 Settembre 2012 00:00

“Signore se tutte le grazie…”

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MADRE DI MISERICORDIA

Sono in una età in cui è facile, forse doveroso, tirare le somme della propria vita. Il tempo messo a disposizione dalla Provvidenza si è logorato e sembra un palo tarlato pronto a cedere al primo acquazzone. È necessario riordinare le cose rimaste. I ricordi non soddisfano perché appartengono al passato e nulla si può cambiare di ciò che è stato vissuto. I sogni che caratterizzavano il tempo del fare sono cessati improvvisamente. Questo, per molti di noi, è il tempo dell’ascolto, del Magnificat. È il tempo del dolcissimo e trepido timor di Dio, della fiduciosa attesa.

La storia si ripete, gli uomini, noi, ogni uomo, sono irripetibili. Così nella storia abbiamo, secolo dopo secolo, il ripetersi di ingiustizie, assassinii, ruberie, atti eroici, miracoli, generosità illimitate e grettezze, compiuti da uomini con identità diverse. Lo scadere del tempo è uguale. L’inverno succede sempre all’autunno e la primavera precede l’estate; così la luna, da sempre, fa i suoi giri intorno alla terra e continua a mostrarsi, ora intera ora in parte. Solo ciascuno di noi è unico. Altri poeti, prima e dopo Dante Alighieri, furono grandi o più grandi di lui, ma Dante è stato ed è unico. Unico Abramo, Mosé, Maria di Nazareth, Domenico, Francesco, Assunta, Graziella, ecc. Scrivere qualcosa di questa unicità è, per me, impossibile, mentre è più semplice tentare di decifrare, attraverso la storia, qualcosa che appartiene a questa unicità.

La vergine Maria, come Gesù, non ci ha lasciato nessuno scritto che ci permetta di scorgere, in qualche modo, la sua totale unicità. Nelle poche righe che gli evangelisti le dedicano è possibile entrare nella sua umanità, nell’ansia amorosa di restituire ai più poveri quello che Lei aveva ricevuto come pura gratuità. Più si è ricevuto più si deve donare!

Quante volte anche io, come Maria, mi sono messo in viaggio per verificare nel concreto il mio incontro con Dio! Mi sono interrogato sulla mia generosità nel donare agli altri ciò che ho ricevuto in grazia e misericordia.

È splendida la figura della madre di Gesù perché è legata al nostro cammino di fede. Ella ha bisogno, come noi, di garanzie, di conferme. Dopo l’annunciazione è al servizio di quella creatura che porta in sé. Dire di sì a Dio significa perdere le proprie idee e fidarsi di Lui ciecamente. Maria si muove “in fretta verso la montagna” perché dopo aver accolto la chiamata di Dio, niente la ferma più: non l’incipiente maternità, non la difficoltà del viaggio, non il timore delle chiacchiere della gente di Nazareth. Essa parte e permette a Gesù di iniziare, non ancora nato, la sua missione. Questo viaggio fa pensare all’arca dell’alleanza che sale verso la città. Maria rappresenta l’arca e diventa il nuovo trono di Dio in mezzo al suo popolo. Tutte le creature toccate dalla grazia proclamano con Maria ed Elisabetta le meraviglie di Dio. La gioia, quando ci tocca da vicino, si espande. Non è possibile tenerla dentro. Maria non ha neppure bisogno di parlare. La sua gioia è così prorompente che Elisabetta riconosce in lei la “Madre del suo Signore” e Giovanni esulta nel suo seno. La gioia è più convincente persino della carità, perché questa potrebbe essere scambiata per dabbenaggine, mentre la gioia manifesta apertamente il cuore dell’uomo, rende forte lo spirito e sano il corpo.

Le due donne sono unite dalla comune gioia derivante dall’unico amore; e il canto di Maria è l’esaltazione di un disegno di salvezza che appartiene a tutti.

L’inizio di ogni grandezza, sia per Maria come per noi, non è legato a ciò che si fa, ma a ciò che Dio opera: “Se Dio non costruisce la città, invano si affaticano i costruttori”. La storia di Maria non rivela altro disegno se non questo sguardo con cui Dio l’ha ricolmata di grazie.

Da Lei nascerà la salvezza che non riguarda soltanto la sfera del sacro, dello spirituale, ma è salvezza che si incarna adempiendo le promesse di Dio. Sono dunque beati quelli che come Maria credono e si gettono, senza prove, nella battaglia a favore dell’uomo, non aspettano conferme né dall’intelligenza né dalla prudenza umana, credono nella salvezza e operano, senza retorica, traducendola in carne visibile.

La beatitudine proclamata da Elisabetta mette in questione la fede in Dio e quindi nell’uomo. Anche per noi, d’altronde, non esiste altra storia che non parta dalla misericordia di Dio. Eppure, questo concetto, che sembra tanto ovvio, è difficilissimo da far comprendere. L’obbiezione è sempre la stessa: “Che vale affaticarsi tanto, fare rinunce, penitenza, se la salvezza viene da Dio solo?”. Non si hanno gli occhi di Maria e perciò non si vede che “la misericordia di Dio si estende di generazione in generazione su quelli che lo temono”. Forse non si è così piccoli da sentire, come Lei, l’importanza di riempire la nostra nullità con l’immensa grandezza di Dio.

Mentre scrivo la Chiesa festeggia la Visitazione di Maria a Santa Elisabetta, ed è per me, il primo segno di questa restituzione.

Santa Caterina da Siena aveva compreso bene questo bisogno di restituire la misericordia ricevuta tanto che quando vide un giovane condotto al patibolo esclamò: “Signore, se tutte le grazie che hai dato a me le avessi date a questo giovane, io sarei al suo posto e lui al mio”. Perciò, ogni volta che parliamo di Maria, non si può prescindere dalla misericordia, sentimento generato dalla compassione per la miseria altrui.

Non a caso la Madre di Gesù è invocata: “Madre di misericordia”.

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