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Mercoledì, 01 Maggio 2013 00:00

"Ci manca la capacità di sperare"

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Il canto di Maria

 Ho guidato molti pellegrinaggi in Terra Santa ed incontrato troppe persone che pensano ai personaggi biblici come a figure commoventi ma lontane dalla vita (Hollywood ci ha propinato troppi film sulla vita di Gesù, di Maria, degli Apostoli. È molto meglio che la gente rimanga nell’ignoranza piuttosto che credere a quelle figure caramellose inventate dai registi hollywoodiani).

In uno di questi pellegrinaggi domandai ad una ragazzina se avesse mai ricevuto una dichiarazione d’amore scritta. La ragazzina mi aveva guardato con gli occhi stralunati dalla sorpresa ed i suoi genitori erano scoppiati a ridere. La mamma mi disse: “Nostra figlia ha solo 14 anni!”. Per quella mamma che l’aveva fatta Battezzare, Cresimare e ricevere l’Eucaristia, era inconcepibile che la sua “piccola” potesse già ricevere una lettera d’amore. Forse nessuno le aveva detto che Dio è Amore e che la Bibbia non è altro che una lettera d’Amore che Dio ci ha scritto. Così, partendo da Gerusalemme verso Gerico, ho tentato di spiegare come sia importante almeno leggere questa lettera e buttar via tutte le immagini, più o meno caramellose, che ci sono state date su Gesù, Maria e i santi.

La mia allegoria nuziale non avrebbe certo fatto ridere i genitori della Vergine Maria, anche se questa aveva, più o meno, l’età della mia giovane pellegrina. Anna e Gioacchino conoscevano il profeta Osea e molte volte avevano ascoltato gli scribi leggerlo: “Io ti fidanzerò a me per sempre, io ti fidanzerò a me nella giustizia…/ nella grazia e nella tenerezza, / ti fidanzerò a me nella fedeltà / e tu conoscerai Jahvé …”, oppure il profeta Geremia: “Come un giovane sposa una vergine / così il creatore ti sposerà / e come la fidanzata è la gioia del fidanzato /così tu sarai la gioia del tuo Dio”.

Ogni libro, ogni pagina della Bibbia non fanno altro che cantare e raccontare l’amore di Dio, il suo sguardo benevolo, la sua misericordia. È quanto ho ricordato, salendo sul pullman, a tutti i pellegrini; è allora venuto spontaneo al gruppo il desiderio di lodare il Signore con lo stesso cantico di lode di Maria, il Magnificat, l’inno più bello che sia stato scritto alla Speranza cristiana: una speranza non legata a certezze umane, ma solo a Dio.

Mi sembra di potere dipingere Maria che spera come figura ben diversa da quella di san Pietro, che, invitato da Gesù a camminare sulle acque, vi riesce soltanto in parte. Nelle acque della fede e della speranza, Maria naviga serena senza ritorni o dubbi. Il suo “sì” alla volontà di Dio è pieno ed il suo cantare è così diverso dai nostri “poveri magnificat”!

Perché l’uomo cristiano, più che magnificare la certa vittoria del suo Dio, piange le miserie del mondo? Perché, invece di cantare la risurrezione e la vita nuova ricevuta con il battesimo e confermata con la cresima, canta il lamento della miseria umana?

Il nostro “magnificat” si potrebbe intitolare “lamentazione” o “inno dell’ahimé”. Qualora fosse scritto, lo canteremmo così: “Ahimé! I superbi trionfano/ Ahimé! Spadroneggiano i potenti! / Ahimé! Sono calpestati gli umili! / Ahimé! Si moltiplicano gli affamati / e i ricchi diventano sempre più ricchi!”.

Ci manca l’educazione alla speranza, la capacità di sperare che è un attendere con certezza, sapendo che le promesse di Dio si realizzano sempre.

Maria è la donna della speranza, perché guarda la realtà con gli stessi occhi di Dio e, come Lui, vede nell’uomo la possibilità di risorgere; nella speranza pregusta l’avanzare del Regno.

Chi spera non si ferma a contemplare le bruttezze del mondo, ma canta le meravigliose certezze della fede.

È forse una illusa Maria che canta? Oppure illusi siamo noi che continuiamo a piangerci addosso, rivelando e notando puntigliosamente il male che vediamo?

Maria canta la libertà, la gioia, l’amore, perché ha scoperto ciò che Dio ha fatto in lei! Questo Dio non è un’idea, ma è un Dio che opera nella storia, e per storia non intendo soltanto la storia della Chiesa o quella di uno come me che ha scelto di seguire Cristo, ma la storia di una donna o di un uomo qualunque, di ogni creatura, dove più grande si manifesta la misericordia. Maria è beata perché canta la storia della misericordia di Dio per lei, ed anche per noi non c’è vera beatitudine e vera gioia finché non riusciamo ad essere consapevoli della misericordia ricevuta, scoprendo che la salvezza non viene da noi, ma da Lui.

Proviamo a pensare che cosa può essere stata, e forse lo è ancora, la fede di molte persone le quali si autoconvincono che la salvezza viene dalle loro buone azioni, dai loro digiuni, fioretti, o dall’accanimento a pregare per i “poveri peccatori”. Quanti si martirizzano credendosi i veri benefattori dell’umanità!

Come fare a gridare che il Salvatore a pieno titolo è uno solo? E come spiegare che la sua misericordia si stende su coloro che lo temono?

Se nel tempo del peregrinare tra gli uomini non riusciremo a predicare che la nostra storia personale, quella di ciascuno di noi, quella del Papa, di una mamma qualsiasi o di un brigante è storia di salvezza perché Dio ha guardato ai nostri drammi e li ha trasformati, nella speranza, allora non avremo detto l’essenziale. E avremo fallito perché non saremo stati capaci di illuminare con la vita ciò che rese beata la Vergine Maria e che lei ben comprese: “perché ha guardato l’umiltà della sua serva”.

È davvero lo sguardo di Dio che rende bella la storia personale di ogni uomo e donna: Lui ci guarda e nasce la storia della nostra salvezza.

Come Maria applaudiamo all’iniziativa di Dio e non ci muoviamo più per fare delle cose in modo da essere salvatori, ma cantiamo e viviamo in prima persona la salvezza che nessuno ci potrà più togliere!

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