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Lunedì, 01 Aprile 2013 00:00

"Gli disse: 'Non hanno vino'"

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Non hanno più vino

L’Evangelista Giovanni non è un narratore di fatti. Non è l’agiografo di Gesù di Nazareth. È un grande teologo, un fine catechista che misura ogni vocabolo costringendo sempre a riflettere, ad andare oltre il fatto che racconta. Ogni versetto del suo vangelo apre spazi infiniti che invitano alla meditazione, alla riflessione, alla preghiera.

Il quarto Evangelista cita due volte Cana di Galilea ed è l’unico che lo fa. In questo minuscolo e sconosciuto villaggio Giovanni racconta i primi due miracoli di Gesù: alle nozze cambia l’acqua in vino, ed è a Cana quando guarisce il figlio di un funzionario del re. Nel suo vangelo la Madre di Gesù appare soltanto a Cana e sotto la Croce e viene chiamata “madre”, mai con il suo nome. Oppure, come a Cana o sotto la Croce: “donna”.

Che vocaboli splendidi Madre e Donna! È facile trasferirli da una persona concreta, Maria di Nazareth, a tutti noi. In Maria, immagine della Chiesa, vi sono quelli che, come Lei, fanno la volontà di Dio. San Giovanni invita a guardare Maria ed a imitarla.

Tutto il racconto delle nozze di Cana ci riguarda da vicino. È una catechesi semplice. Scene che tutti abbiamo, chi in una maniera chi in un altra, vissute, se come Maria, siamo stati attenti a ciò che ci circonda.

A quelle nozze Maria si accorge che manca il vino. Non manca il cibo, non manca l’acqua, non mancano le cose essenziali per vivere. Lei si accorge che manca un qualcosa che sta per finire e rende la festa, festa. Cana è Londra, Roma, Torino o Palermo. È il luogo dove viviamo senza accorgerci che la festa sta finendo.

Penso alle tante cene eucaristiche piuttosto tristi, dove gli invitati non si salutano e sono timorosi, impacciati di darsi la mano, quando il maestro di tavola li invita a scambiarsi almeno un cenno di pace, di amicizia. Eppure in quella festa, in tutte le feste, è anche presente Gesù. Che importa, abbiamo fretta, possiamo anche farne a meno. Non sentiamo di aver bisogno di “quel vino”, non ci interessa il banchetto a cui siamo invitati ogni domenica. Ci andiamo perché non è poi una grande fatica, ma senza il desiderio, la voglia di vivere e di condividere la gioia che lo Sposo, invitandoci a nozze, vuole donarci: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”(Gv, 15,11).

Maria è l’unica che si accorge che manca qualcosa alla festa. È una mamma che ha l’occhio vigile su ciò che la circonda. Nel racconto di Giovanni il vino ha un valore simbolico, esprime la vitalità, la rigogliosità, esalta l’ebbrezza dell’incontro nuziale. È simbolo dell’amore sponsale tra Jahvè e il suo popolo e se in un matrimonio viene a mancare l’amore che è il motivo del matrimonio, tutto si intristisce in piccole meschinità private. Non si vibra più con il grande banchetto dell’umanità, a cui manca non solo la festa, ma anche il pane. Bisogna riparare e Maria si “rimbocca le maniche”. Non vede nella mancanza del vino una fatalità, ma si impegna a risolvere il problema. Non rimanda a domani, o al cielo, la risoluzione. Si rivolge al Figlio e malgrado la risposta dura che riceve, Che c’è fra me e te, donna? Non è ancora giunta la mia ora”, non si arrende, non si adombra per essere chiamata semplicemente donna, né si scoraggia, ma si rivolge decisa ai servitori dicendo: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.

In molte case manca il pane, la salute, l’armonia, (il vino). Spesso la risposta che si dava, e ancora si dà ai derelitti di questa terra, è alienante: “Non hai il pane, il vino, la salute, sei trattato ingiustamente? Non preoccuparti, in cielo avrai tutto quello che qui sulla terra ti è stato tolto o non hai potuto avere. I ricchi e i potenti andranno all’inferno mentre tu, che ora soffri, sei destinato al paradiso. Ricorda che la rassegnazione è una virtù”.

Nella seconda parte della risposta che Gesù dice alla madre è racchiuso l’impegno per cambiare la situazione dell’uomo: “non è ancora giunta la mia ora”. È l’ora della croce, quando effonderà il suo sangue. Non dà parole di consolazione, ma indica un percorso, un cammino per la salvezza dei suoi fratelli. Non è un diletto salire sulla croce; quando vi è inchiodato, Gesù grida: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”. Non è un diletto impegnarsi per l’uomo fino a dare la vita! Fino da Cana di Galilea, Gesù si rivela teso verso la sua ora, ossia il momento della croce-resurrezione. In Giovanni è proprio questa la caratteristica fondamentale del concetto di gloria. Potrebbe sembrare strano e scandaloso affermare che la gloria si riveli sulla croce, luogo dell'umiliazione e della sconfitta, ma l’Evangelista insiste sulla sua formulazione: sulla croce si rivela la gloria. Gesù, a Cana, rivela, quindi, il primo segno del suo cammino verso la croce, in cui si nasconde la vera vittoria di Dio.

Nella sua catechesi, attraverso mutamento dell’acqua in vino, Giovanni ci vuole parlare del nostro mutamento avvenuto con il battesimo e per questo ci invita a gioire; con l’immagine delle nozze ci rivela la presenza dell’amore di Dio accanto all’amore umano. L’amore è l’unica via che conduce a Dio: “Amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio; chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1^ lett.Gv.7,8).

L'uomo non ha più vino, più verità, più luce, più energia, più fede, più profezia, più speranza, più futuro, più compimento, se non interviene qualcuno a rimediare o a guarire il male che ci impedisce di essere uomini.

A Cana di Galilea avviene qualcosa di rivoluzionario perché decade qualcosa di vecchio e compare in Gesù qualcosa di nuovo, capace di trasformare i cuori.  La Madre di Gesù ci deve aiutare a scoprire ciò che manca, non per accusare, ma per soffrire ed amare.

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